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di Glauco Maggi

Atlete trans versus atlete cis-sessuali: la battaglia dei sessi in America

Glauco Maggi

8 marzo 2021

Atlete trans versus atlete cis-sessuali: la battaglia dei sessi in America

L’8 marzo è la Festa della Donna ovunque, ma in America quest’anno la celebrazione ha trovato le donne divise, alcune persino in guerra tra loro a colpi di leggi statali e di carte bollate nei tribunali.

Dietro la querelle ci sono i diritti dei transessuali, quindi una questione identitaria nel paese che ha elevato le “identità ” - di colore, religione, razza e sesso - al top del dibattito politico. A dominare nel 2021 lo scontro non è la classica, e sempre viva, contrapposizione ideologica tra le progressiste/femministe pro-aborto e le conservatrici/religiose pro-vita: l’esistenza di questo dissidio non fa più notizia. E’ vecchia di mezzo secolo, da quando la Corte Suprema, nel 1973, emise il verdetto “Roe versus Wade” con il quale alla donna era riconosciuto il diritto di scelta sul futuro della propria gravidanza.

Oggi, ad affrontarsi di brutto sono le ragazze che praticano sport competitivi: non per vincere, che è lo scopo nobile di ogni gara, ma per potervi partecipare senza subire discriminazioni. Ma quali sono le atlete che vivono sulla loro pelle l’umiliazione e l’imbarazzo di sentirsi “discriminate”? Potenzialmente tutte, è la sorprendente situazione. Da una parte, le giovani transessuali che sono diventate oggetto di leggi, approvate o in via di approvazione in una ventina di Stati, che consentono loro, o all’opposto vietano, di iscriversi a competizioni studentesche femminili nelle medie inferiori e superiori. Dall’altro canto tutte le altre, ossia le donne cis-sessuali (sono così definite quelle che conservano il sesso assegnato loro alla nascita dal destino naturale).

Si tratta di una aspra lotta di diritti, intestina, tra donne trans e cis. Le trans sostengono di avere il diritto di gareggiare negli sport insieme alle femmine cis, sulla base della auto-dichiarata appartenenza allo stesso genere femminile. Che siano nate come maschi non conta, sostengono, perché è il “come” si identificano dopo la trasformazione psico-fisica a conferire loro il diritto di sentirsi e di vivere da femmine. E a subire di conseguenza una grave discriminazione, se e quando viene negata loro la partecipazione alle competizioni per le donne, il genere che percepiscono e rivendicano.

Queste chiusure sarebbero davvero una potente ingiustizia se fossero applicate alle trans che si iscriveranno ad un qualsiasi concorso per un posto di lavoro. Tutti e tutte, uomini e donne, anche le transessuali e i transessuali maschi (le ex femmine) possono oggi fare gli operai-operaie, gli infermieri-infermiere, gli agenti-le agenti di polizia. Abbiamo persino i primi casi di arbitri di calcio donne, ennesimo tabù finalmente crollato. E se saranno in futuro cis o trans non farà differenza.

Inclusione di genere: può valere in ogni campo?

Le leggi, in America e in Europa, sono attentissime nel proteggere il diritto all’eguaglianza, e alla dignità personale. Però, già quando si parla di pompieri, o di soldati da zona di guerra, qualche barriera all’ingresso la si trova in molti ordinamenti e regolamenti: appare logico che siano superati livelli di idoneità fisica funzionali allo svolgimento efficace di certe attività “sul campo”. “Persone di bassa statura” (la definizione ora politicamente corretta per i 7 nani di Biancaneve) faranno mai i corazzieri ai lati del portone della Casa Bianca, o del Quirinale?

Questo per dire che, con tutto lo sforzo nel garantire la massima protezione della dignità individuale e della giustizia sociale nel segno della parità ed uguaglianza, i sessi esistono, e il genere degli esseri umani non è una astrazione. Le atlete cis che si iscrivono alle gare quando sono alle medie e al liceo, e che sanno che se sono brave potranno far valere le loro vittorie per ottenere non solo qualche medaglia (che è tantissimo in termini di autostima) ma forse l’ingresso ad una buona università, magari pure una borsa di studio e, chissà, un posto nella nazionale olimpica, come devono sentirsi nell’essere battute da una transessuale?

Ossia da un ex maschio che vanta massa muscolare e altri parametri fisici mediamente superiori, scientificamente, a quelli di una donna nata donna? Si sentono discriminate. Trattate ingiustamente dalla società che non riconosce il diritto di sviluppare l’intero loro potenziale naturale su una base di uguaglianza di condizioni di partenza e di rispetto delle regole. La distorsione subita dalle atlete che devono affrontare concorrenti transessuali è nei fatti. In Connecticut una legge consente agli atleti transgender di partecipare a sport femminili. Due atlete trans del liceo, velociste, Terry Miller e Andraya Yearwood, avevano ripetutamente battuto le loro concorrenti cis, e ciò aveva portato le compagne sconfitte a fare causa, un anno fa, ai loro distretti scolastici che applicavano la legge locale, paradossalmente “antidiscriminatoria”.

Il dipartimento di Giustizia, allora trumpiano, aveva avviato un’indagine che aveva dato ragione alle ragazze cis. «Alle studentesse-atlete è stata negata l’opportunità di competere in eventi esclusivamente femminili, mentre gli studenti-atleti maschi potevano competere in eventi esclusivamente maschili», aveva concluso un rapporto del dipartimento. “La partecipazione dei distretti agli eventi atletici sponsorizzati dalla Connecticut Interscholastic Athletic Conference ha negato alle studentesse-atlete opportunità atletiche fornite agli studenti-atleti maschi”. Le studentesse che avevano intentato la causa affermavano di aver ripetutamente perso competizioni sportive a causa di concorrenti transgender. «Mentalmente e fisicamente, conosciamo il risultato prima ancora che la gara inizi», aveva detto Alana Smith, studentessa del secondo anno alla Danbury High School. «Quell Ingiustizia biologica non scompare a causa di ciò che qualcuno crede sull’identità di genere. Tutte le ragazze meritano la possibilità di competere in condizioni di parità”.

Nel suo primo giorno da presidente, Biden ha invece firmato un ordine esecutivo opposto, in nome dell’uguaglianza identitaria percepita, che protegge esplicitamente il diritto delle ragazze transessuali di partecipare alle gare contro le cis-sessuali, e di batterle. Molti Stati, almeno una ventina tra quelli con i parlamenti locali a maggioranza repubblicana, e con il governatore del GOP, stanno promuovendo leggi, già da qualche tempo, per difendere il diritto delle atlete cis-sessuali a competere in condizioni di parità ed equità sportiva.

La soluzione dell’Idaho

L’Idaho, per ora, è l’unico stato che ha promulgato con successo una legge che vieta la partecipazione degli atleti transgender agli sport femminili. La legge è attualmente oggetto di controversia in un tribunale federale, dove un giudice ha emesso un’ingiunzione temporanea per sospendere l’efficacia della norma. La questione, con i tanti casi giudiziari già aperti in Idaho, Connecticut e altrove, troverà una soluzione solo con un giudizio finale della Corte Suprema. Intanto è interessante vedere come l’Idaho ha risolto il problema sul piano tecnico. La legge, firmata un anno fa dal governatore repubblicano Brad Little, prevede quanto segue. Le ragazze e le donne che gareggiano nei tornei infantili, nelle scuole medie e superiori, e negli sport universitari, siano esse transgender o cisgender, saranno soggette ad essere sfidate da concorrenti del loro sesso biologico. In sostanza, dovranno dimostrare la loro femminilità. Se risultano “non femmine», non possono competere in gare femminili. La legge afferma che le atlete possono verificare il loro sesso in uno dei tre modi seguenti. Potrebbero ottenere un test che confermi che i loro livelli ormonali naturali rientrano in un certo intervallo. Potrebbero ottenere un test genetico, confermando XX cromosomi. Infine, potrebbero sottoporsi a un esame fisico da parte di un medico per confermare che hanno genitali femminili.

E’ una guerra tra donne e tra valori. Apertissima, e destinata a non avere vincitori.

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Glauco Maggi

Giornalista dal 1978, vive a New York dal 2000 ed è l'occhio e la penna italiana in fatto di politica, finanza ed economia americana per varie testate nazionali

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