Altro che sconfitta. Perché l’accordo sulla Groenlandia è una vittoria strategica per Trump?

Roberto Vivaldelli

22/01/2026

A Davos Trump ha escluso l’uso della forza per acquisire la Groenlandia, annunciando un «quadro di futuro accordo»: così The Donald ha umiliato gli europei.

Altro che sconfitta. Perché l’accordo sulla Groenlandia è una vittoria strategica per Trump?

Alla fine, dopo settimane di minacce, polemiche e le ferme rimostranze degli europei (e non solo), Donald Trump ha ottenuto ciò che voleva in Groenlandia: ha fatto un passo indietro sul fronte militare e sui dazi, ma ha strappato un quadro di un futuro accordo per il futuro della Groenlandia e della regione artica: di fatto, una vittoria strategica per gli Stati Uniti.

Il discorso di Trump

Durante il suo discorso al World Economic Forum di Davos, Donald Trump ha esplicitamente escluso l’uso della forza militare per acquisire l’isola (“Non userò la forza”, ha dichiarato, pur sottolineando che gli USA sarebbero “inarrestabili” se volessero), dopo aver tenuto per giorni aperta quell’opzione per creare pressione. Ha poi annunciato, in un post su Truth Social e dopo un incontro con il segretario generale NATO Mark Rutte, di aver raggiunto il quadro di un futuro accordo su Groenlandia e sull’intero Artico, grazie al quale ha sospeso le tariffe minacciate contro vari paesi europei che avevano mandato truppe per esercitazioni lì o si erano opposti. Questo ha provocato un rimbalzo a Wall Street (con l’S&P 500 e Nasdaq in rialzo dopo il crollo da oltre 1.200 miliardi di dollari del giorno prima) e un certo sollievo tra gli alleati NATO, che temevano uno scenario estremo di conflitto con un partner atlantico.

Tuttavia, Trump ha continuato a definire la Groenlandia un “pezzo di ghiaccio” strategico essenziale per la sicurezza USA (e, a suo dire, anche per l’Europa), insistendo su negoziati immediati per un controllo o una presenza rafforzata americana, e avvertendo che un rifiuto verrebbe “ricordato”. In sintesi, Trump ha “battuto in ritirata” sulle minacce più estreme (forza militare e tariffe punitive imminenti) sotto la pressione dei mercati, ma ha trasformato la crisi in un avanzamento negoziale: un quadro di accordo futuro con la NATO che apre la porta a maggiori concessioni USA sull’isola (presenza militare ampliata, sviluppo risorse, cooperazione artica, forse diritti su minerali strategici e sistemi di difesa come il “Golden Dome”), senza cedere formalmente la sovranità danese/greenlandese.

Per molti osservatori europei resta un danno duraturo alla fiducia nell’alleanza transatlantica, con la consapevolezza che Trump ha dimostrato ancora una volta di poter usare la coercizione per ottenere ciò che vuole. Alla fine, ha ottenuto un passo avanti concreto verso i suoi obiettivi strategici in Groenlandia, mascherato da de-escalation.

La Groenlandia? La prima a uscire dall’UE

Dopotutto, come ha recentemente ricordato Wolfgang Münchau in un articolo pubblicato su Unherd, la verità è che gli europei non hanno mai davvero tenuto alla Groenlandia. È stata la prima a lasciare l’UE nel 1985, ben prima della Brexit: una nazione di pescatori, dove il pesce rappresenta oltre il 90% delle esportazioni, che lasciò l’UE per via delle politiche restrittive sulla pesca che le avrebbero tolto il diritto di gestire le proprie risorse. La Groenlandia avrebbe potuto essere dell’UE, se questa l’avesse davvero voluta. Infatti, in pochi lo ricordano ma la Groenlandia lasciò la Comunità Economica Europea (CEE, precursore dell’Unione Europea) 41 anni fa, diventando l’unico territorio ad aver mai abbandonato formalmente l’integrazione europea prima della Brexit. Entrata insieme alla Danimarca nel 1973, nonostante la maggioranza dei groenlandesi avesse votato contro nel referendum danese del 1972, l’isola tenne un proprio referendum consultivo il 23 febbraio 1982, in cui il 53% scelse l’uscita, principalmente per difendere il controllo sulle risorse ittiche, vitali per la sua economia.

Dopo negoziati protrattisi per quasi tre anni, fu firmato il Trattato sulla Groenlandia il 13 marzo 1984 a Bruxelles; questo entrò in vigore il 1° febbraio 1985, segnando la data effettiva del recesso. Da allora la Groenlandia mantiene lo status di Paese e Territorio d’Oltremare (PTOM) associato all’UE tramite la Danimarca, beneficiando di accesso preferenziale al mercato europeo per i prodotti della pesca e di aiuti finanziari, senza però essere soggetta alle regole comunitarie, inclusa la politica comune della pesca.

Cosa non dicono i critici del presidente Usa

Ma c’è un altro aspetto da considerare su questo tema. I critici di Trump, infatti, devono fare i conti con una palese contraddizione poiché è complesso denunciare l’imperialismo americano mentre si difende un territorio coloniale della Corona danese: gli USA, infatti, riconobbero la sovranità danese sulla Groenlandia solo nel 1916, un anno prima che la Danimarca vendesse le Indie Occidentali Danesi (oggi Isole Vergini Americane) agli Stati Uniti nel 1917. Non fu l’unica cessione: Tranquebar (India danese) passò ai britannici nel 1845, le fortezze costiere in Ghana nel 1850 e le Isole Nicobare nel 1868. Appare quindi paradossale che la Danimarca difenda oggi la Groenlandia come ultimo avamposto di un impero coloniale acquisito in modo discutibile, invocando l’ordine globale basato sulle regole. Una retorica che, piaccia o meno, il presidente americano ha smantellato.