In Cina sta nascendo una nuova generazione di miliardari. Ne fanno parte anonimi imprenditori che, surfando l’onda lunga dello sviluppo hi-tech nazionale, hanno creato autentici jolly che consentono a Pechino di sfidare il predominio di Washington in campo tecnologico.
Il caso più emblematico, e se vogliamo anche recente, coincide con Liang Wenfeng, fondatore della società privata DeepSeek che, circa un anno fa, con la sua DeepSeek ha stupito il mondo lanciando R1, un modello di intelligenza artificiale a basso costo che si è proposta come sfidante di ChatGPT di OpenAI. Da quel momento in poi Mr. Liang sarebbe entrato nel club dei miliardari; oggi possiede una fortuna stimata di 11,5 miliardi di dollari, basata in gran parte sulla sua partecipazione nella stessa società da lui creata.
Interessante anche la storia di Yan Junjie, che quattro anni fa vagava per la Cina presentando la sua visione per la startup di intelligenza artificiale MiniMax Group alle più grandi aziende Internet e agli investitori tecnologici del Paese. La sua, come ha ricordato Bloomberg, era un’azienda costruita interamente attorno all’intelligenza artificiale multimodale, ovvero in grado di elaborare contemporaneamente testo, immagini, audio e video. Nel momento in cui scriviamo MiniMax è una realtà multimiliardaria e il suo proprietario uno dei nuovi paperoni cinesi.
Ricchi con l’hi-tech
L’identikit dei nuovi ricchi cinesi può essere così sintetizzato: giovani imprenditori che sfidano il predominio statunitense nell’intelligenza artificiale. Il gruppo sta crescendo di dimensioni e comprende, tra gli altri, Wang Xingxing di Unitree Robotics, Chen Weiliang della MetaX Integrated Circuits Shanghai e Zhang Jianzhong della Moore Threads Technology.
Ebbene, questi nuovi magnati hanno accumulato un patrimonio complessivo di 100,5 miliardi di dollari. La loro ascesa nel contesto di una crescente frattura tecnologica e geopolitica tra Pechino e Washington sottolinea come la creazione di ricchezza in Cina sia ormai strettamente legata alla spinta dello Stato verso l’indipendenza tecnologica. Questo cambiamento ha inoltre inaugurato una nuova tipologia di élite tecnologica in Cina.
L’era dei CEO alla Jack Ma ha lasciato spazio a una generazione di geek silenziosi. Gli imprenditori hi-tech rifuggono i riflettori. Ci sono innumerevoli esempi. Chen Tianshi di Cambricon Technologies Corp non è solito parlare con la stampa, preferendo definirsi un «normale ricercatore». Liang di DeepSeek è altrettanto sfuggente e raramente viene fotografato in pubblico.
Questa discrezionalità è strategica. Per la nuova élite tecnologica cinese, infatti, un basso profilo è la migliore difesa contro due minacce esistenziali: essere inseriti in una lista di sanzioni statunitensi e attirare l’attenzione di un governo nazionale che ha smesso di apprezzare l’ostentazione di ricchezza.
I nuovi paperoni cinesi
In prevalenza uomini, nati tra gli anni ’70 e ’80, i nuovi paperoni cinesi dell’hi-tech condividono un background accademico d’élite, e spesso provengono dall’Università di Tsinghua o dall’Accademia Cinese delle Scienze. Molti di loro hanno lavorato sotto la guida dello Stato per anni.
Chen di Cambricon ha trascorso sei anni come ricercatore presso l’Accademia statale prima di fondare l’azienda produttrice di chip per l’intelligenza artificiale. Il suo patrimonio è aumentato di oltre l’800% dall’inizio del 2024, raggiungendo i 21,5 miliardi di dollari, trainato direttamente dagli aggressivi obblighi di acquisto locale imposti da Pechino.
Zhang Jianzhong, ex dirigente di Nvidia, ha invece asformato Moore Threads in un’azienda da 45 miliardi di dollari nel giro di cinque anni, promettendo di sostituire gli stessi chip che vendeva prima. Allo stesso modo, Chen Weiliang, ex senior director di AMD, ha elaborato la strategia per MetaX nei bar, reclutando al contempo diversi ex colleghi per ricoprire ruoli chiave nella sua azienda.
Come ha spiegato Forbes, a dicembre le IPO legate all’intelligenza artificiale hanno prodotto sette nuovi miliardari cinesi. Queste quotazioni a Hong Kong e Shanghai hanno raccolto complessivamente 2,9 miliardi di dollari, nell’ambito degli sforzi di Pechino per coltivare i rivali locali di Nvidia e OpenAI.