80 anni dopo il Trattato di Yalta, anche per il Medio Oriente si discute la grande spartizione

Guido Salerno Aletta

13/02/2025

Dopo la Russia di Putin, anche l’America di Trump è tornata alle prove di forza che servono a ridisegnare i perimetri di influenza e di conflitto, in un mondo divenuto incontenibilmente policentrico.

80 anni dopo il Trattato di Yalta, anche per il Medio Oriente si discute la grande spartizione

Tutto si è ribaltato, e quasi nessuno se ne ricorda.

Se, in questi giorni, tra la sorpresa e lo sconcerto generale il Presidente americano Donald Trump sta cercando di forzare la mano ai Paesi arabi affinché accettino di dare ospitalità ai Palestinesi che risiedevano nella Striscia di Gaza, ottant’anni fa era accaduto esattamente il contrario. Si trattava di decidere del destino degli Ebrei, accogliendoli in Palestina.

Era il 14 febbraio del 1945 quando il Presidente americano Franklin Delano Roosevelt incontrò a bordo dell’incrociatore USS Quincy il sovrano dell’Arabia Ibn Saud per chiedergli l’assenso al trasferimento in Palestina degli ebrei che erano stati finalmente liberati dai campi di concentramento in Polonia, insieme a tutti gli altri che non volevano più vivere in Germania. Joseph Stalin aveva dichiarato disponibilità, indicando però una sperduta regione della Siberia come futura homeland: era una proposta palesemente provocatoria ed inaccettabile. Eppure, ancora oggi, Birobidzhan è la capitale dell’Oblast autonoma ebraica, nel circondario dell’Estremo Oriente della Federazione russa.

In quei giorni, nel 1945, si stavano ridisegnando, esattamente come oggi, gli equilibri globali: a Yalta, Roosevelt aveva appena firmato con Stalin il Trattato che divideva l’Europa in due zone di influenza sotto lo sguardo costernato di Winston Churchill che vedeva dissolversi l’Impero britannico.

L’orologio della Storia è ritornato a quegli anni funesti: i rapporti di forza tra gli Stati sono tornati a prevalere sulle regole basate sul rispetto della pacifica convivenza e della non interferenza.
Le relazioni internazionali sono in subbuglio ed i confini storici vengono rimessi in discussione: dall’annessione della Crimea all’invasione dell’Ucraina orientale da parte della Russia di Vladimir Putin; dal Canale di Panama al Canada ed alla Groenlandia per le ambizioni espansionistiche prospettate da Donal Trump; dal destino dei Palestinesi, della Striscia di Gaza e della Cisgiordania per come vengono ipotizzati nei colloqui di questi giorni a Washington tra lo stesso Trump e Benjamin Netanyahu.
Ma era già tutto in fibrillazione: dalla più recente frattura della Serbia con il Kossovo a quella storica e mai ricomposta tra Pechino e Taiwan, entrambe palesemente sostenute dagli Usa.
Era stato l’intervento della Russia in Georgia, nel 2008, a rompere l’incantesimo: da allora, è divenuto sempre meno forte l’impegno di rispettare il principio stabilito nella Carta dell’Onu, che vieta il ricorso anche l’uso della minaccia, e non solo quello della forza, contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di uno Stato.

Dopo il mondo di Yalta, con i Blocchi contrapposti e le frontiere che si volevano congelate per sempre, si sta dissolvendo anche l’assetto delle relazioni economiche e politiche internazionali determinatosi con la fine dell’URSS e l’affermarsi dell’unilateralismo statunitense, l’usbergo che aveva protetto non solo gli interventi militari in Jugoslavia, Kuwait, Afganistan ed Iraq, ma anche il sostegno sfegatato alle Primavere arabe ed alla guerra civile suscitata contro Assad in Siria.
La stessa rielezione di Donald Trump alla Presidenza è il riflesso inevitabile della convulsa fine della globalizzazione produttiva, quel passo ulteriore rispetto alla completa liberalizzazione degli scambi commerciali che era stata sostenuta dall’utopia di un mondo finalmente senza frontiere: tutto sta ritornando velocemente all’indietro, alla ricomposizione delle filiere produttive e delle politiche basate sugli interessi nazionali.

Questa nuova polarizzazione, che riflette i nuovi equilibri globali, si fonda innanzitutto sulla sostanziale deregolamentazione della potenza militare e delle armi, usate sia per sostenere segretamente che per combattere i movimenti terroristici e le milizie private che di volta in volta mettono a repentaglio o sostengono il potere sovrano degli Stati; e, per altro verso, sulla escalation delle decisioni e delle minacce che riguardano ormai ogni aspetto delle relazioni internazionali, politiche, economiche, finanziarie e valutarie, con un concatenato susseguirsi di ritorsioni.
Riemergono le storiche strategie di difesa e di egemonia di ciascuno dei protagonisti.
La Russia sterminata, con un territorio di diciassette milioni di chilometri quadrati, non può fortificare i suoi confini verso quattordici Paesi diversi snodandosi per oltre ventimila chilometri: conta dunque sulla difesa militare in profondità, ma soprattutto sulla costruzione di un’area strategica di neutralità politica al contorno, che storicamente si snodava dalla Svezia alla Finlandia, fino ai Paesi del Patto di Varsavia. Un cuscinetto che è venuto meno, un po’ alla volta, determinando le recenti reazioni militari.

La talassocrazia statunitense, ereditata dall’Impero britannico, si basa sulla libertà dei mari e del commercio marittimo, principi già proclamati come vitali dal Presidente Wilson nel ’17, e che comportano il controllo delle rotte e degli Stretti: come il controllo del Golfo Persico, del Mar Rosso e del Mediterraneo, con Gibilterra, Malta ed il Canale di Suez che erano indispensabili per assicurare la continuità delle relazioni mercantili tra Londra e le sue Colonie, così ora per Washington è indispensabile riprendere il controllo della gestione del Canale di Panama e presidiare militarmente le future rotte che attraverseranno l’Oceano Artico, anche a discapito della indipendenza del Canada e della sovranità della Danimarca sulla Groenlandia.

D’altra parte, si tratta di una risposta simmetrica al presidio politico e militare degli interessi commerciali che è stato sviluppato da Pechino attraverso la Belt and Road Initiative, riproponendo esattamente la medesima sfida nella proiezione navale, commerciale e militare, che a fine Ottocento fu lanciata all’Impero britannico dalla Germania guglielmina. Il finanziamento del raddoppio del Canale di Suez, cosí come il presidio completo del porto greco del Pireo e gli approcci a quello di Trieste sono di per sé significativi.
E’ in corso una completa ridefinizione anche delle relazioni politiche e statuali nel Vicino Oriente: riguarda Israele, la Palestina che fin qui è stata solo un’auto-amministrazione della popolazione araba residente nella Striscia di Gaza ed in Cisgiordania, cosí come la stessa Siria dopo la caduta del regime di Assad.

La funzione di garanzia statunitense, che sembra delineata dalle parole di Trump in ordine alla presenza di militari per il controllo di Gaza che dovrebbe divenire una sorta di Costa Azzurra e la riallocazione dei suoi ex-residenti in Giordania ed Egitto, sussume quella originaria che era stata affidata alla Gran Bretagna dopo la caduta dell’Impero Ottomano, con il Mandato per la Palestina conferitole dalla Conferenza di Sanremo del 1920, in cui si dava esplicito seguito alla precedente ed autonoma Dichiarazione di Balfour che aveva prefigurato la creazione di uno Stato ebraico in cui agli arabi sarebbero state garantite le libertà civili e religiose, ma si taceva di quelle politiche.

Questo è il passo all’indietro che si sta registrando, alle origini storiche della vicenda della Palestina, rispetto alla successiva e mai realizzata diversa prospettiva di “due popoli e due Stati”, che pure era stata sostenuta dall’Assemblea generale dell’Onu tenendo conto dell’evolversi della situazione reale: questa è la sfida lanciata al consenso dei Paesi arabi che pure si erano ben disposti a firmare i Patti Abramo.

D’altra parte, lo stesso Statuto dell’Onu, riconoscendo nel Consiglio di sicurezza il diritto di veto a cinque sole grandi Potenze, designate membri permanenti, aveva già preso atto che i voti degli Stati non si contano ma si pesano.
Dopo la Russia di Putin, anche l’America di Trump è tornata alle prove di forza che servono a ridisegnare i nuovi perimetri di influenza e di conflitto, in un mondo divenuto ormai incontenibilmente policentrico.