5 azioni a Piazza Affari che potrebbero scendere nel 2026. Tutta colpa della politica

Tommaso Scarpellini

16 Dicembre 2025 - 06:02

Prezzi forti, utili più lenti e un rischio invisibile che torna a galla. Quando la politica entra nel mercato, anche i titoli più solidi iniziano a tremare.

5 azioni a Piazza Affari che potrebbero scendere nel 2026. Tutta colpa della politica

E se il prossimo fattore di rischio per Piazza Affari non fosse né macroeconomico né aziendale, ma puramente politico? In un mercato che arriva da due anni di performance spesso sorprendenti, l’idea di una misura fiscale capace di alterare gli equilibri di domanda e offerta diventa improvvisamente centrale. Il tema del possibile raddoppio della Tobin Tax riporta l’attenzione su un rischio spesso sottovalutato dagli investitori, quello normativo. Non è una questione di bilanci o di guidance, ma di contesto. E quando il contesto cambia, anche i titoli più solidi possono iniziare a soffrire.

Una misura ancora vaga ma potenzialmente dirompente

La proposta di cui si discute, seppur ancora non formalizzata in modo definitivo, riguarda il raddoppio della Tobin Tax sulle transazioni finanziarie. L’ambito sarebbe circoscritto alle società con sede legale in Italia e con capitalizzazione pari o superiore a 500 milioni di euro. Il soggetto passivo resterebbe chi acquista i titoli, indipendentemente dalla nazionalità. Questo dettaglio è cruciale perché introduce una frizione diretta sul flusso di capitali in entrata, soprattutto quelli istituzionali e internazionali, che operano su volumi elevati e con logiche di allocazione estremamente sensibili ai costi impliciti.

La misura colpirebbe non solo le azioni italiane large cap, ma anche fondi comuni ed ETF fisici che acquistano titoli domestici. Il risultato è un potenziale effetto moltiplicatore. Non si tassa soltanto il singolo investitore, ma si rende strutturalmente meno efficiente l’intero ecosistema di investimento sull’azionario italiano.

Perché il rischio si concentra sulle blue chip statali

Il punto più delicato riguarda le grandi blue chip partecipate dallo Stato. Enel, Eni, Poste Italiane, Tim e Leonardo si trovano tutte nell’occhio del ciclone non per debolezze strutturali del business, ma per la loro natura ibrida. Sono società quotate, quindi soggette alle logiche di mercato, ma allo stesso tempo fortemente esposte a decisioni politiche e fiscali. Questo doppio binario amplifica la sensibilità del prezzo a qualsiasi intervento normativo.

Enel ed Eni rappresentano due pilastri strategici per il Paese, energia e infrastrutture, e sono spesso percepite come strumenti di politica industriale. Poste Italiane svolge un ruolo sistemico nei servizi finanziari e logistici. Tim è stata al centro di una ristrutturazione complessa, con un coinvolgimento diretto dello Stato nella ridefinizione dell’assetto industriale. Leonardo è un asset chiave nel comparto difesa, fortemente intrecciato con la spesa pubblica e le dinamiche geopolitiche. In tutti questi casi, il mercato ha imparato a prezzare anche il sostegno implicito o esplicito dello Stato. Ma quando lo stesso Stato diventa fonte di rischio fiscale, la narrativa può rapidamente invertirsi.

Dal supporto pubblico alla vulnerabilità di prezzo

Negli ultimi due anni questi titoli hanno beneficiato di un contesto eccezionalmente favorevole. Politiche industriali espansive, maggiore interventismo pubblico, flussi di capitale orientati verso settori strategici e una generale ricerca di stabilità hanno spinto le valutazioni. In alcuni casi la performance è stata ordinaria, in altri decisamente anomala. Il caso Tim è emblematico. Dopo anni di distruzione di valore, il titolo ha messo a segno un recupero violento, alimentato più da aspettative politiche e operazioni straordinarie che da un reale miglioramento strutturale degli utili.

Questo è il nodo tecnico centrale. I prezzi sono saliti molto più velocemente degli EPS. Quando il prezzo incorpora aspettative sempre più ottimistiche, ma gli utili non crescono di pari passo, il valore relativo del titolo si tende a comprimere. In termini di multipli, significa P E che si espandono non per crescita, ma per aspettative. È una dinamica fragile per definizione.

Il meccanismo di riequilibrio del mercato

Quando il valore relativo di un titolo diventa eccessivamente dipendente da fattori esterni, come il supporto politico o la stabilità normativa, basta un cambiamento di narrativa per innescare un processo di riequilibrio. Il mercato, per mantenere coerenza nelle valutazioni, ha un solo strumento efficace. Vendere. Non serve un crollo degli utili, è sufficiente un aumento del rischio percepito.

Il raddoppio della Tobin Tax, anche solo come ipotesi, aumenta il tasso di sconto applicato dagli investitori? Forse. Un costo transattivo più elevato riduce la liquidità potenziale, abbassa l’attrattività relativa rispetto ad altri mercati europei e rende più difficile sostenere multipli elevati. Questo vale in modo particolare per titoli che arrivano da un biennio rialzista molto intenso e che oggi trattano su livelli di prezzo storicamente impegnativi.

Attenzione al futuro più che al passato

Queste cinque società sono state grandi protagoniste del passato recente. Ma il mercato non remunera la storia, remunera le aspettative future. In un contesto in cui il rischio politico e fiscale aumenta, la variabile chiave diventa la capacità di generare crescita reale degli utili. Se gli EPS non accelerano, il prezzo deve adattarsi. È una legge implicita dei mercati finanziari, spesso ignorata nelle fasi euforiche.

La presenza dello Stato, che negli ultimi anni ha agito come stabilizzatore e investitore di ultima istanza, può trasformarsi in un vincolo. Non perché lo Stato smetta di supportare, ma perché introduce obiettivi non sempre allineati con la massimizzazione del valore per l’azionista di minoranza.

Rischio da monitorare senza allarmismi

Non si tratta di certezze, né di previsioni definitive. Il tema della Tobin Tax resta vago, indefinito e ancora tutto da chiarire nei dettagli e nell’impatto reale sul mercato. Proprio per questo va trattato come un’informazione di contesto, non come un segnale operativo automatico. È un tassello di un’analisi più ampia, che non può e non deve sostituire una decisione di investimento consapevole.