Anche se il dollaro statunitense negli ultimi giorni ha perso terreno rispetto all’euro - dai massimi relativi di 1,0250 della metà di gennaio siamo arrivati a 1,0460 al 21 febbraio - dovrebbe rimanere la valuta di riserva dominante per il futuro prevedibile.
E questo per un semplice motivo: il dollaro non ha ancora un rivale importante nei mercati valutari internazionali.
All’inizio, cioè nel periodo iniziale della sua nascita nel 2000, l’euro ha rappresentato la principale minaccia per il dollaro. Il cross euro-dollaro arrivò a 0,85 a fine giungo 2001, se vi ricordate. Ma la crisi del debito europeo del 2010 ha rivelato i difetti fondamentali dell’unione monetaria e dell’euro: la mancanza di una politica fiscale e di bilancio unica per tutti i Paesi aderenti all’UE.
A causa di questa crisi, unita a anni di crescita anemica dell’UE nel suo complesso, la candidatura dell’euro a soppiantare il dollaro è fallita miseramente.
Anche il renminbi cinese (CNY) ha perso di fascino.
Le autorità cinesi hanno - negli ultimi 5 anni - gestito male l’economia e mantengono rigidi controlli sui movimenti di capitale. La fiducia nell’economia cinese e nella sua valuta è stata scossa ulteriormente dopo la crisi del settore immobiliare, che appare lungi da risolversi.
Sebbene il suo status di riserva valutaria sia promettente per il futuro, l’allargamento degli scambi commerciali in renminbi nei prossimi anni non sarà il fattore principale che guiderà verso un calo dell’importanza del dollaro statunitense come divisa “regina” nel commercio internazionale, non fosse altro per il fatto che sia il petrolio che molte altre materie prime, tra cui l’oro, sono quotate in dollari nei principali mercati internazionali.
Inoltre c’è anche un’altra interessante osservazione da fare: la quota del dollaro nelle riserve globali delle banche centrali è aumentata e diminuita negli ultimi 50 anni, ma non c’è una correlazione diretta con la performance del dollaro nei cross-rate con alte valute internazionali.
Ad esempio, il dollaro si è rafforzato nell’ultimo decennio, anche se la sua quota nelle riserve globali (secondo dati del FMI) è diminuita. Questo punto è piuttosto evidente nella performance dei dollari canadese e australiano. Nonostante abbiano sperimentato una forte e costante domanda da parte dei gestori delle riserve bancarie, i dollari canadese e australiano hanno avuto una performance deludente nell’ultimo decennio, rispetto al dollaro USA.
I dati macro-economici fondamentali (differenziale dei tassi, performance delle economie, politiche monetarie) al di là dei flussi di domanda e offerta di riserva delle banche centrali, sono stati molto più rilevanti.
Piuttosto che preoccuparsi dello status di riserva del dollaro, i gestori dei cambi delle tesorerie delle banche e degli hedge funds devono concentrarsi su questioni più importanti che ne determineranno la direzione.
Gli investitori, quindi, ai fini previsionali sul dollaro per il 2025 e il 2026 dovrebbero indirizzare la loro attenzione su quattro questioni critiche:
- potenziali rischi inerenti la politica dei dazi dell’amministrazione Trump,
- politica fiscale degli Stati Uniti,
- politica monetaria della Fed,
- potenziale della crescita cinese.
Come vedete, raramente passa un giorno senza che il Presidente Trump minacci di aumentare i dazi su specifici prodotti o contro specifici paesi. Ma è indubbio che la politica dei dazi da sola non può ridurre gli squilibri commerciali, soprattutto se si è in presenza di una domanda anelastica dei beni importati dagli americani rispetto al prezzo.
Inoltre, a ben guardare, il deficit commerciale degli Stati Uniti è principalmente un riflesso del grande deficit fiscale del governo USA: tenere basse le tasse e non ridurre la spesa pubbliche porta ad una esplosione della domanda interna negli USA. E la domanda interna, se non trova sufficiente offerta di beni e servizi all’interno, non può che sfogarsi attingendo all’offerta estera, e quindi aumentando le importazioni.
Trump se la prende con i partner commerciali, incolpandoli del deficit commerciale degli USA, ma se l’America cresce troppo, che colpa ne hanno i Paesi esteri? Il deficit della bilancia commerciale USA è di tipo strutturale e non momentaneo.
Poiché i nuovi dazi non risolveranno il fondamentale squilibrio tra risparmio e investimenti nell’economia statunitense, il dollaro dovrebbe rafforzarsi ancora, essendoci un controbilanciamento della politica monetaria della Fed (che tiene i tassi interbancari americani più in alto dei tassi interbancari della maggior parte degli altri paesi). Il deficit commerciale americano ha anche una componente “valutaria”: un dollaro più forte nel prossimo biennio manterrà attraenti le importazioni dall’estero e penalizzerà le esportazioni americane verso l’estero.
Anche se in parte questo dollaro forte, per le aziende importatrici americane, neutralizzerà l’effetto del rialzo dei dazi sulla bilancio commerciale USA. Ricordiamoci che la prima guerra commerciale di Trump nel 2018/19 ha portato proprio a un dollaro più forte.
Dazi più alti potrebbero anche costringere la Fed a diventare più cauta. Rafforzando ulteriormente il dollaro. Infatti la banca centrale americana teme che l’introduzione di nuovi dazi potrebbe portare a un aumento temporaneo del livello dei prezzi. Questo effetto inflattivo di breve termine alla fine svanirà, ma la Fed potrebbe ugualmente mantenere in pausa il ciclo di allentamento per un periodo più lungo per garantire che le aspettative di inflazione rimangano ben ancorate. Quest’ultimo, io credo, è un fattore dirompente della forza del dollaro per i prossimi mesi.
Inoltre, se Trump manterrà le promesse della campagna elettorale, attuando una politica fiscale più espansiva degli Stati Uniti, egli sosterrebbe i consumi, e quindi renderebbe la Fed ancora più “nervosa”, cioè timorosa di un rigurgito inflattivo.
La commissione per il Bilancio della Camera dei Rappresentanti, controllato dai Repubblicani, sta proponendo tagli fiscali per 4,5 trilioni di dollari, che saranno solo parzialmente compensati dai tagli alla spesa. Secondo il Manhattan Institute, la proposta dei repubblicani aggiungerebbe 3,3 trilioni di dollari al deficit pubblico americano nei prossimi dieci anni.
Gli stimoli fiscali, spingendo i consumi, potrebbero fermare la discesa dell’inflazione negli Stati Uniti e costringere la Fed a prendere una posizione più rigida sui tassi di interesse. E anche questo è un fattore di forza del dollaro. Se la Fed mantiene una politica monetaria restrittiva, mentre la maggior parte degli altri principali banche centrali continua con i loro cicli di allentamento, i differenziali di rendimento si amplieranno ulteriormente a favore del dollaro.
Infine, la performance dell’economia cinese sarà anch’essa importante anche per la direzione del cambio dollaro-renminbi.
Analizzando un arco temporale di 15 anni, si può osservare come il dollaro è inversamente correlato con il ciclo cinese. Questo perché la Cina è il principale motore della crescita globale non statunitense. Il capitale fluisce più liberamente verso asset più rischiosi non denominati in dollari, cioè verso asset al di fuori degli Stati Uniti quando la crescita cinese e quella globale è piùforte di quella americana. Al contrario, la debolezza della Cina agisce da freno alla crescita globale non-USA, cioè la crescita al di fuori dagli Stati Uniti e rende il dollaro più attraente.
La debole performance dell’economia cinese negli ultimi anni è stata una benedizione per il dollaro.
Pechino, dal canto suo, ha accennato a un obiettivo di crescita del PIL del 5% per il 2025, che richiederà ulteriori allentamenti della politica monetaria e fiscale cinese, soprattutto di fronte a nuovi dazi degli Stati Uniti.
La prossima Assemblea nazionale del popolo a inizio marzo sarà un evento chiave da monitorare per capire dove potrà spingersi il cambio dollaro-renminbi. Un fallimento di Xi Jin Ping nel fornire misure politiche forti pro-crescita, potrebbe sostenere il dollaro.
In sintesi: i quattro fattori su esposti potrebbero far salire ulteriormente il dollaro e, per quanto riguarda il cross euro-dollaro, questo potrebbe raggiungere la parità e andare anche oltre, fino anche a quota EUR/USD = 0,95 come già accaduto in passato. (vedi grafico sottostante fornito da Bloomberg).
Come approfittare del dollaro forte
Una buona soluzione per diversificare il vostro portafoglio obbligazionario sarebbe quindi quella di investire in Treasury molto corti, bond in dollari che non offrono rischio duration e che allo stesso tempo permettono di lucrare le alte cedole dei governativi americani.
Ad esempio potreste comprare il Treasury 15.2.2026 4% US91282CGL90 al prezzo di 99 e 23/32 (cioè 99.72) che vi rende in dollari il 4,30% ad 1 anno lordo contro il 2,30% lordo del BOT febbraio 2026. Sempre che siate disposti ad accettare la volatilità dei cambi e sempre che l’investimento in dollari assorbe una piccola quantità del vostro portafoglio obbligazionario (non oltre il 10%).
Vi ricordo che per le persone fisiche, il taglio minimo dei Treasury è di 100 dollari e non 1.000 euro come i BTP, ed inoltre la tassazione è sempre del 12,5% per le persone fisiche residenti in Italia, come per i BTP nostrani.
TASSO DI CAMBIO EURO-DOLLARO NEGLI ULTIMI 12 MESI
FONTE: BLOOMBERG
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