Il buon senso, le esperienze di vita e i manuali di finanza raccomandano di avere sempre un buffer di liquidità per le emergenze e le spese impreviste. Nessuno sa come si svilupperà il 2026, ma il rischio di dover affrontare qualche rogna non si può escludere a priori, anche se si spera di no.
A volte però si “esagera” e si lasciano libere sul conto cifre decisamente più corpose delle 3-6 mensilità suggerite dagli esperti. Vediamo allora 3 modi per trasformare 30.000 € liberi sul conto corrente in un capitale fruttifero. Ovviamente la cifra è simbolica e potrebbe trattarsi di 19 come 27 o 43mila € o altro ancora. Ciò che conta è il ragionamento di fondo per la sola gestione della componente “liquidità eccedente”. Per cifre corpose il consiglio è quello di farsi guidare da un consulente di fiducia, meglio se a parcella, e trasformare il capitale in una fonte di rendita.
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Il rifugio sul conto deposito libero
Da un conto bancario a un altro, ecco il conto deposito (CD) libero o vincolato ma nei casi in cui la banca acconsente allo svincolo anticipato. L’ideale sarebbe uno svincolo “immediato”, cioè a stretto giro, e non un CD semilibero in cui le somme sono disponibili dopo un mesetto circa.
Lo strumento è garantito dal FITD fino a 100mila €, la stessa soglia offerta sul c/c ed è solitamente privo di spese di gestione. Fanno eccezioni le spese fiscali, con la ritenuta sugli interessi al 26% e l’imposta di bollo del 2X1.000 sul nominale versato. In entrambi i casi sono spese che il CD solitamente si auto ripaga attraverso gli interessi nel frattempo maturati.
I potenziali rendimenti variano in base al diverso comporsi di più elementi, ossia le strategie commerciali della banca emittente, la presenza o assenza del vincolo, la durata. A grandi, sommarie linee diciamo che i ritorni sul CD a 12 mesi spaziano dal mezzo punto percentuale (per lo più CD liberi) fino al 2,5% annuo lordo (vincolati). Niente di che, ma intanto è qualcosa di più rispetto a un c/c infruttifero al 100%.
Il conto deposito ideale
Il mercato pullula di soluzioni concorrenti, e dire a priori quale sia il CD “perfetto” è praticamente impossibile. In teoria dovrebbe essere libero, avere una banca solida e florida alle spalle, rendere tanto anche sulle brevi scadenze. Inoltre non dovrebbe porre limiti nel caso di uscita (svincolo) anticipata, senza applicazioni di penali tipo la perdita degli interessi nel frattempo maturati.
Inoltre non dovrebbe prevedere l’apertura di un associato c/c, perché vorrebbe dire che i maggiori tassi sono rivolti ai soli correntisti della banca e non a tutti. Se serve un c/c allora va bene la valutazione delle spese e delle condizioni commerciali ad esso associate, altrimenti meglio continuare a indagare. Se l’obiettivo è quello di mettere a frutto la liquidità “eccedente”, infatti, forse è bene non partire con la duplicazione delle spese di gestione con un secondo c/c. In altri termini, in primis contenere o annullare del tutto costi e spese varie, e poi provare a portare a casa un ritorno positivo.
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Tra gli strumenti di investimento a garanzia sovrana, invece, pensiamo ai BOT di durata massima a 12 mesi. All’eventuale scadenza se ne rinnoverebbe la scelta su un titolo similare di nuova emissione e scadenza più in là nel tempo. Al momento gli yield sui bond MEF a vita residua a 1 anno oscillano sul 2,10% lordo. Rispetto ai CD la ritenuta è del 12,50%, ma vanno considerate le spese di gestione del dossier titoli (oltre alle commissioni), che di solito costa qualche una decina di euro l’anno. Inoltre ci sono le spese bancarie, generalmente assenti sul CD, libero o vincolato che sia.
Sul BOT “sparisce” il problema del rimborso anticipato dato che il prodotto lo si può vendere a mercati aperti in qualsiasi momento. Al netto di eventi davvero estremi, con il passare dei giorni i corsi si portano lentamente a 100 (nelle epoche di emissione sotto la pari). Facciamo un ipotetico esempio molto, molto semplice e immaginiamo di acquistare oggi a 98 un BOT a 12 mesi scadenza metà gennaio 2027. Bene, i prezzi dovrebbero portarsi grosso modo a 98,5 a metà/fine aprile, a 99 a metà/fine agosto, a 99,50 dopo altri mesi e a 100 tra 1 anno.
In 12 mesi quel capitale infruttifero di 30mila € avrebbe generato sui 510 € netti (anche di spese), quasi 1,4 € al giorno, sabati e domeniche inclusi. Un “extra” introito buono per ripagarsi tasse e spese e difendere il suo potere d’acquisto. All’occorrenza lo si liquida in tutto o in parte (in tagli da 1.000 € nominali e multipli) a seconda delle necessità e si gestiscono così imprevisti e capitale al meglio che si può. In questi casi i potenziali introiti annui si abbassano, ma intanto ci sono rispetto al cash puro che non rende mai e costa sempre. In due battute, la plasticità di pensiero, azione e strategia domina e batte l’immobilismo.
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3 modi per trasformare 30.000 € liberi sul conto corrente in un capitale fruttifero
Infine arriviamo all’ETF monetario, uno strumento che non ha nulla da invidiare ai primi due e, forse, con più pro che contro. Sono fondi di investimento a gestione passiva che replicano il mercato monetario, di norma imbastiti (c.d. sottostante) su bond a breve termine, certificati di deposito e similari. Tuttavia, spesso il tasso di riferimento su cui si basano questi fondi è l’overnight, cioè quel tasso applicato ai prestiti o depositi di liquidità tra banche che durano una sola notte. In finanza funziona come una sorta di termometro della liquidità e ne stima lo stato di salute: sale quando in giro ce n’è poca, scende nei casi inversi.
Oggi siamo in area 2% e la cosa più interessante è che viene applicato e corrisposto giornalmente. Cioè ogni giorno il capitale matura un interesse che si aggiunge al capitale di partenza e il neo montante produce nuovo interesse il giorno dopo e così via nei giorni successivi.
Qui le attenzioni maggiori vanno poste su:
- entità della massa gestita dall’ETF per assicurasi uno strumento molto liquido, a beneficio dell’eventuale uscita totale/parziale anticipata;
- il trend del mercato monetario, giacché se i tassi dovessero scendere tanto allora tasse e spese di gestione batterebbero le potenziali entrate;
- i costi di gestione del fondo, che devono essere bassi altrimenti non ne vale la pena sottoscriverlo;
- la tassazione del fondo che può essere anche al 12,50% come il BOT nel caso in cui nel c.d. “basket sostitutivo” dell’ETF predominano i bond sovrani.