L’ingegneria finanziaria non ha limiti. Esistono strumenti passivi, gli ETF, che permettono di speculare anche quando i mercati crollano. Alcuni replicano in modo inverso l’andamento degli indici, altri sfruttano la volatilità come fonte di rendimento.
Attenzione però: non si tratta di coperture “pure” come l’oro o le obbligazioni a lunga scadenza, ma di strumenti speculativi. Possono funzionare bene per chi sa cosa sta facendo, ma possono distruggere capitale per chi li usa come “assicurazione”.
Vediamo due categorie di ETF che tipicamente crescono durante i ribassi, ma che nascondono rischi strutturali enormi.
1. Gli ETF sul VIX: cavalcare la paura
Il primo gruppo sono gli ETF legati al VIX, noto anche come “indice della paura”. Il VIX misura la volatilità implicita delle opzioni sull’S&P 500: in termini semplici, indica quanto i trader si aspettano che i prezzi oscillino. Quando le borse crollano, la volatilità esplode: il VIX sale, e con esso gli ETF che lo replicano.
Un esempio concreto è Amundi S&P 500 VIX Futures Enhanced Roll UCITS ETF Acc. Il suo obiettivo è replicare l’andamento dei futures sul VIX, strumenti derivati che seguono le aspettative di volatilità futura, non quella presente. E qui nasce il problema.
Guardando la price action, questo ETF ha un rendimento cumulato di circa -98% dal lancio. Sì, -98%. Significa che chi lo avesse comprato e tenuto nel tempo avrebbe perso praticamente tutto.
Perché? La risposta sta nel meccanismo di roll dei futures. Ogni mese, l’ETF deve vendere i contratti in scadenza e comprare quelli successivi, che di solito hanno un prezzo più alto. Questo processo genera una perdita strutturale nel lungo periodo, nota come roll decay.
In altre parole, quando il mercato è calmo e il VIX è basso, l’ETF continua a pagare per “ricomprare” la paura a prezzi crescenti. Nel tempo, questo si traduce in una lenta erosione del valore.
Durante i momenti di panico, come nel marzo 2020 o nella crisi bancaria del 2023, questi ETF possono esplodere anche del +100% in pochi giorni. Ma subito dopo, tornano a bruciare valore, spesso più velocemente di quanto lo abbiano guadagnato.
Per questo motivo, gli ETF sul VIX non sono strumenti di hedging strategico, ma armi tattiche da usare con estrema precisione. Sono riservati a chi sa leggere la volatilità implicita, analizzare il posizionamento delle opzioni e gestire tempi d’ingresso e uscita con rigore quasi chirurgico.
2. Gli ETF inversi: la scommessa contro il mercato
La seconda categoria è quella degli ETF inversi. A differenza dei VIX ETF, questi non replicano la volatilità, ma si muovono in direzione opposta all’indice sottostante. Il meccanismo si basa su una replica sintetica: l’ETF utilizza swap e derivati per ottenere un rendimento giornaliero inverso rispetto all’indice.
Prendiamo ad esempio Xtrackers S&P 500 Inverse Daily Swap UCITS ETF 1C. Il suo obiettivo è restituire il -1x della performance giornaliera dell’S&P 500. Giornaliera, appunto.
Ed è qui che si nasconde l’insidia più grande: il decay. Poiché la replica è calcolata ogni giorno, la somma delle performance non corrisponde all’inverso dell’andamento complessivo dell’indice. È un effetto di composizione matematica, amplificato dalla volatilità.
Esempio: se l’S&P 500 perde il 10% e poi recupera il 10%, un ETF inverso non ritorna a zero, ma perde valore. La replica giornaliera causa una deriva negativa nel tempo, che distrugge progressivamente il capitale investito.
Dal lancio, questo ETF ha perso circa -86%. Non perché “funzioni male”, ma perché i mercati azionari, storicamente, sono rialzisti oltre l’80% del tempo. In altre parole, l’inverso dell’S&P 500 è strutturalmente destinato a perdere.
Ecco perché questi strumenti vengono usati quasi esclusivamente da trader professionisti per scommesse di brevissimo periodo: coprire posizioni, giocare sui rimbalzi tecnici o approfittare di eventi di breve durata.
Per un investitore tradizionale, invece, mantenerli in portafoglio equivale a pagare un premio continuo a un mercato che, statisticamente, sale.
Conoscere il rischio per evitarlo
Gli ETF che crescono durante i crolli di mercato esistono, ma non sono scudi: sono leve. Sono strumenti nati per gestire il rischio, non per eliminarlo.
Il loro comportamento è affascinante perché svela quanto la finanza moderna sia capace di costruire prodotti sofisticati, ma anche quanto sia facile fraintenderli.
Durante le fasi di panic selling, i titoli di questi ETF dominano le classifiche di performance. Ma appena il mercato si stabilizza, tornano a crollare. È il prezzo della complessità: ciò che sale quando tutto scende, scende quando tutto sale.
E forse è giusto così. Perché la vera protezione non si compra in Borsa: si costruisce con la conoscenza, la disciplina e la comprensione dei meccanismi che muovono gli strumenti finanziari.