Volkswagen, domani il voto per dire addio alle fabbriche in Germania. Cosa rischia il titolo?

Flavia Provenzani

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Un documento riservato di 147 pagine per il consiglio di sorveglianza fissa la fine della produzione a Emden e Zwickau nel 2031, Hannover nel 2032, Neckarsulm nel 2034. Domani il voto decisivo.

Volkswagen, domani il voto per dire addio alle fabbriche in Germania. Cosa rischia il titolo?

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Il 4 settembre il consiglio di sorveglianza di Volkswagen si riunisce per la seconda volta in due mesi sullo stesso dossier. La prima, a inizio luglio, si era chiusa con una bocciatura secca: dodici voti contro sette, il piano di risanamento dell’amministratore delegato Oliver Blume respinto dai rappresentanti dei lavoratori e dalla Bassa Sassonia. Questa volta il documento che arriva sul tavolo è più radicale, non meno.

Secondo la rivista economica tedesca WirtschaftsWoche, che ne ha ottenuto copia, il comitato direttivo di Wolfsburg ha già deliberato la fine della produzione in quattro stabilimenti tedeschi tra il 2031 e il 2034. Il documento, intitolato «Rapporto sulla delibera di concetto per il consiglio di sorveglianza», conta 147 pagine e cita esplicitamente tra gli obiettivi anche la stabilizzazione del rating di Volkswagen AG e dei costi di rifinanziamento collegati.

La motivazione, nelle parole del testo riportate dalla rivista, è che i modelli di business e le strutture esistenti non bastano più a garantire competitività e redditività di lungo periodo al gruppo.

Volkswagen verso la chiusura di quattro fabbriche

Si partirebbe con Emden, circa 7.700 dipendenti, con uno stop nel 2031. Lo stabilimento della Bassa Sassonia era stato ristrutturato pochi anni fa con oltre un miliardo di euro di investimenti per produrre la ID.4 e l’ammiraglia ID.7. L’erede della ID.4, indicata internamente come ID. Tiguan, andrebbe allo stabilimento Škoda di Mladá Boleslav, in Repubblica Ceca.

A seguire Zwickau, circa 8.000 dipendenti, con chiusura prevista nel 2031. È il sito che ha guidato l’elettrificazione del marchio, con ID.3, ID.4, ID.5, Cupra Born e Audi Q4 e-tron. Il successore della Q4 e-tron verrebbe assegnato a Bratislava, in Slovacchia.

Un anno dopo sarebbe la volta della fabbrica Volkswagen di Hannover, la divisione veicoli commerciali che assembla il furgone elettrico ID. Buzz e la famiglia Transporter e che conta circa 14.000 dipendenti. La produzione del furgone elettrico B-Space (T8) si sposterebbe a Poznań, in Polonia.

Infine, verso il 2034, a chiudere sarebbe il polo con oltre 15.000 dipendenti di Neckarsulm. Lo stabilimento Audi resterebbe senza l’assegnazione dei modelli di prossima generazione.

Cosa notiamo? Nessuna delocalizzazione extraeuropea, ma uno spostamento sistematico di volumi verso i siti dell’Est Europa, dove il costo del lavoro è una frazione di quello tedesco. Blume ha ripetuto in assemblea che la struttura di costo del gruppo è oltre il 30% superiore a quella dei concorrenti europei.

Nei quattro stabilimenti lavorano complessivamente circa 45.000 persone, ma la cifra che circola da metà luglio nel dibattito tedesco è molto più alta, sarebbero a rischio 140.000 posti di lavoro in Volkswagen.

A rischio 140.000 posti di lavoro

Chiariamo che non si tratta di 140.000 licenziamenti in arrivo, ma di una stima cumulativa del consiglio di fabbrica che somma tre voci distinte:

  • 50.000 posti già tagliati secondo i dati aziendali,
  • altri 50.000 previsti entro il 2030,
  • circa 40.000 legati alle possibili chiusure a partire dal 2030.

Blume ha definito il secondo blocco una «derivazione teorica», pur confermando in una lettera ai dipendenti che il perimetro dei tagli aggiuntivi arriva fino a 50.000 unità. Sommando quanto già fatto e quanto in programma, il conto si avvicina ai 100.000.

La battaglia dentro il consiglio di sorveglianza

Ricordiamo che metà dei voti nel consiglio di sorveglianza appartiene ai sindacati e al Land della Bassa Sassonia, secondo azionista del gruppo con una minoranza di blocco. Entrambi sono contrari alle chiusure, motivo per cui a luglio il piano è stato affossato.

Il comitato direttivo, però, dispone di una leva che non richiede il via libera del consiglio, ovvero la facoltà di decidere autonomamente a quale stabilimento assegnare i nuovi modelli. Semplicemente non assegnando prodotti futuri ai quattro siti, li si lascia svuotare progressivamente fino all’esaurimento naturale dell’attività - una strategia che in Germania viene chiamata Aushöhlung, svuotamento.

Il capo dell’IG Metall per il distretto, Thorsten Gröger, ha parlato di «disastro comunicativo» del comitato direttivo. Vige una tregua sindacale fino a fine anno, ma Gröger non esclude scioperi a partire dal 2027. Il presidente della Bassa Sassonia Olaf Lies ha chiesto un avvicinamento tra le parti prima del voto, e il comitato di presidenza, dove siedono anche i rappresentanti delle famiglie Porsche e Piëch, si è riunito il giorno precedente per cercare un compromesso.

Sul tavolo di domani non c’è soltanto il piano di risanamento, il consiglio deve pronunciarsi anche su un possibile accordo con l’israeliana Rafael Advanced Defense Systems per produrre componenti dell’Iron Dome nello stabilimento di Osnabrück. La riconversione alla difesa è, per ora, l’unica alternativa industriale concreta emersa nel dibattito tedesco.

Cosa dice il mercato

Per gli investitori la vicenda è ormai il principale fattore di prezzo, più dei fondamentali.
Ricordiamo che il gruppo ha due classi quotate a Francoforte:

  • le ordinarie VOW hanno diritto di voto, ma un flottante ridotto al minimo con il capitale saldamente in mano a Porsche SE, alla Bassa Sassonia e al Qatar, e quel che resta sul mercato è poco liquido;
  • le privilegiate VOW3 non votano, ma hanno un dividendo preferenziale e sono il titolo con scambi reali, quello incluso nel DAX e quello su cui le case d’affari fissano i giudizi. Quando un report indica un obiettivo di prezzo su Volkswagen, parla di VOW3.

La privilegiata al momento tratta poco sotto i 73 euro, in calo di oltre il 33% da massimo delle ultime cinquantadue settimane a 109,10 euro toccato a dicembre. Il titolo viaggia stabilmente sotto la media di lungo periodo, considerando che la media mobile a 200 giorni è posta intorno ai 90 euro.

Il rapporto prezzo/utili prospettico per il 2026 si aggira intorno a 3,8. Per confronto, BMW tratta vicino a 7, Mercedes-Benz sopra 9, Stellantis intorno a 8. Un multiplo così basso indica il modo in cui il mercato prezza il rischio di esecuzione del risanamento e la qualità del bilancio. In altre parole, non si sconta il fatto che Volkswagen guadagni poco, ma il dubbio che riesca a diventare quello che ha promesso di diventare.

Il consensus degli analisti resta formalmente costruttivo, con un obiettivo medio a 12 mesi nell’intorno dei 105-112 euro, ma la forbice si è allargata parecchio. UBS ha tagliato a luglio da 90 a 80 euro con giudizio hold, Goldman Sachs ha limato da 89 a 88 confermando neutral, mentre RBC Capital resta a 121 euro con buy.

Sul fronte del dividendo, per l’esercizio 2025 Volkswagen ha distribuito a giugno 5,26 euro per azione privilegiata, circa il 7% al prezzo attuale ma diversi analisti si attendono un taglio sul 2026, considerando che una cedola così generosa mentre si negozia la chiusura di quattro fabbriche è politicamente difficile da difendere davanti a un consiglio di sorveglianza in cui i lavoratori hanno metà dei voti.

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