Voli a rischio dal 15 maggio. Ecco chi rischia di restare a terra

Giacomo Astaldi

21 Aprile 2026 - 15:38

A partire da questa data i voli sono maggiormente a rischio per il caro-cherosene, a causa della fine delle coperture finanziarie dei vettori. Possibili cancellazioni per low cost e rotte lunghe.

Voli a rischio dal 15 maggio. Ecco chi rischia di restare a terra

Mentre l’attenzione globale è rivolta alle dinamiche geopolitiche, un’ombra lunga si stende sugli aeroporti italiani: quella della crisi del cherosene. Ormai lo abbiamo imparato, lo Stretto di Hormuz è l’arteria vitale attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e un blocco o un rallentamento dei flussi colpisce immediatamente il sistema dell’aviazione civile, che opera con riserve strategiche estremamente limitate.

Per i viaggiatori italiani, il rischio non è più soltanto il sovrapprezzo per il carburante, ma la cancellazione del volo per mancanza di approvvigionamenti o per l’insostenibilità economica delle tratte meno redditizie.

La data limite: perché il 15 maggio è il “punto di non ritorno”

Secondo i dati di Eurocontrol e le analisi sui flussi energetici, le riserve strategiche di cherosene degli hub europei possono garantire la piena operatività per una finestra limitata di tempo. Se la tensione nello stretto non dovesse rientrare entro i primi giorni di maggio, le compagnie saranno costrette a varare i cosiddetti piani di contingenza.

La data da segnare sul calendario è il 15 maggio 2026. Chi ha un volo prenotato dopo questa scadenza deve monitorare con estrema attenzione la propria casella di posta. Entro questa data, infatti, si esauriranno le coperture finanziarie che molte compagnie hanno stipulato mesi fa per proteggersi dal rialzo dei prezzi. Da metà maggio in poi, volare costerà ai vettori il 40% in più, il che rende di fatto molti biglietti low cost già venduti un peso insostenibile per i bilanci societari.

Ma perché proprio il 15 maggio? Le grandi compagnie aeree non comprano il cherosene giorno per giorno, ma utilizzano contratti derivati per bloccare il prezzo del carburante mesi prima. Dopo aver analizzato i bilanci trimestrali dei principali vettori europei (come Lufthansa, IAG e Ryanair), abbiamo notato che gran parte delle coperture stipulate a prezzi «pre-crisi» coprono il fabbisogno fino alla fine della stagione primaverile. La metà di maggio rappresenta la finestra temporale in cui molte di queste protezioni finanziarie iniziano a scadere, il che significa che le compagnie dovranno acquistare carburante ai nuovi prezzi spot, influenzati dal blocco di Hormuz.

I voli più a rischio cancellazione

L’impatto di questa crisi non colpirà il settore in modo uniforme, ma si manifesterà con intensità variabili a seconda della rotta e della strategia industriale del vettore. I primi a subire il colpo saranno inevitabilmente i collegamenti a lungo raggio diretti verso l’Asia e l’Africa. Per queste tratte, il problema non è solo il costo del cherosene, ma la necessità fisica di aggirare gli spazi aerei resi instabili dal conflitto. Queste deviazioni forzate possono allungare i tempi di volo e aumentare il consumo di carburante fino al 20%, tanto da portare gli aeromobili a esaurire le scorte strategiche molto più velocemente rispetto ai piani di volo originari.

In una situazione di scarsità cambia immediatamente la tenuta economica dei giganti del cielo. I vettori low cost, come Ryanair o Wizz Air, fondano il proprio successo su margini di profitto per passeggero a dir poco sottili. Così, un’impennata del prezzo del carburante trasforma un volo pieno in una perdita netta nel giro di poche ore. E davanti a tale prospettiva le compagnie potrebbero cinicamente preferire la cancellazione in blocco di intere frequenze giornaliere, giudicando il rimborso dei biglietti meno oneroso rispetto ai costi operativi di un decollo in emergenza energetica.

Ma non è tutto. L’insidia maggiore per il viaggiatore italiano rimane quella che gli analisti definiscono l’«incognita del ritorno». Esiste infatti il rischio concreto di riuscire a decollare regolarmente da scali attrezzati come Fiumicino o Malpensa, per poi ritrovarsi bloccati nella propria destinazione estera. Molti scali internazionali potrebbero non essere in grado di garantire il rifornimento necessario o proporre prezzi del cherosene così spropositati da spingere il vettore a sopprimere il volo di rientro.

Cosa fare in caso di cancellazione del biglietto?

Il riferimento principale è al Regolamento CE 261/2004. In caso di cancellazione, il passeggero ha sempre diritto al rimborso integrale del biglietto o alla riprotezione su un altro volo. Ma una crisi energetica derivante da un conflitto internazionale può essere classificata come «circostanza eccezionale» e, in questo caso, la compagnia è sollevata dall’obbligo di pagare la compensazione pecuniaria (il risarcimento che va da 250 a 600 euro), pur restando obbligata a fornire assistenza (pasti e hotel, se necessari).

Nota al lettore: la presente analisi si basa sulle attuali proiezioni di mercato e sui flussi di approvvigionamento energetico. Le decisioni delle singole compagnie aeree possono variare in base alle scorte interne e alle strategie di gestione del rischio.

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