Verbali BCE, il 2,50% non basta. Perché i tassi potrebbero ancora salire

Ufficio Studi Money.it

I verbali della riunione del 9-10 settembre confermano che il Consiglio direttivo ha sostenuto compatto l’aumento di 25 punti base. Il messaggio collettivo però è più prudente di quello di alcuni consiglieri.

Verbali BCE, il 2,50% non basta. Perché i tassi potrebbero ancora salire

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La Banca centrale europea ha pubblicato oggi i verbali della riunione di politica monetaria del 9-10 settembre, quella che si è chiusa con il secondo rialzo dei tassi del 2026. La decisione è stata unanime: tutti i membri del Consiglio direttivo hanno sostenuto la proposta del capo economista Philip Lane di aumentare di 25 punti base i tre tassi di riferimento. Dal 16 settembre il tasso sui depositi è al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%.

Dietro l’unanimità sulla decisione, però, i verbali mostrano un Consiglio attento a non legarsi le mani. È questo l’aspetto più rilevante del documento, soprattutto se lo si confronta con le dichiarazioni pubbliche di alcuni consiglieri nelle settimane successive.

Lo shock energetico più persistente del previsto

La motivazione del rialzo è chiara. Il conflitto in Medio Oriente continua a spingere i prezzi, lo shock energetico si è rivelato più duraturo di quanto stimato e le prospettive di inflazione sono peggiorate. Per questo lo staff della Bce ha rivisto al rialzo le proiezioni per il 2027 e il 2028: il ritorno dell’inflazione al 2% è ora atteso più avanti nel tempo.

Proiezioni di inflazione Bce (indice armonizzato), confronto tra stime di giugno e settembre 2026

AnnoGiugnoSettembre
2026 3,0% 3,0%
2027 2,3% 2,5%
2028 2,0% 2,1%

Anche l’inflazione di fondo, al netto di energia e alimentari, resterà sopra il 2% per tutto l’orizzonte di previsione, con stime del 2,5% nel 2026, del 2,6% nel 2027 e del 2,3% nel 2028. I rischi, secondo il Consiglio, restano orientati al rialzo.

La scelta deliberata di non dare indicazioni

Il passaggio centrale dei verbali riguarda la comunicazione. In un contesto di forte volatilità e incertezza diffusa, dove la situazione può cambiare rapidamente, il Consiglio ha ritenuto «particolarmente importante evitare di fornire indicazioni sull’orientamento futuro dei tassi», mantenendo piena discrezionalità per tutte le riunioni successive.

Il resoconto va oltre la formula di rito sulla dipendenza dai dati. Il Consiglio ha concordato che la comunicazione dovesse restare neutrale: non doveva suggerire che quello di settembre fosse un altro passo di un ciclo di inasprimento già stabilito, né che si trattasse dell’ultimo rialzo. Secondo i verbali, la funzione di reazione della Bce, cioè il modo in cui l’istituto risponde ai diversi scenari, è già nota ai mercati e non ha bisogno di essere accompagnata da promesse.

Il 2,50% è ancora un tasso neutrale

Nei verbali c’è un altro passaggio da non sottovalutare. Pur sottolineando la necessità di una risposta proporzionata, i consiglieri hanno osservato che un tasso sui depositi al 2,50% rientra nell’intervallo dei tassi neutrali stimato dallo staff, cioè il livello che non stimola né frena l’economia.

La conseguenza è importante. Con il rialzo di settembre la Bce ha di fatto tolto lo stimolo, ma non è ancora entrata in territorio restrittivo. Un ulteriore aumento significherebbe portare la politica monetaria a frenare attivamente l’economia: una scelta di natura diversa, che richiederebbe prove più solide della persistenza dell’inflazione. È questo il vero spartiacque della riunione di ottobre e di quelle successive.

I verbali BCE e le voci dei singoli consiglieri

La prudenza collettiva contrasta con i toni di alcuni membri del Consiglio. Pochi giorni dopo la riunione, Isabel Schnabel, membro del Comitato esecutivo, e il governatore slovacco Peter Kazimir hanno lasciato aperta la porta a nuovi rialzi. Schnabel in particolare ha indicato il gas come principale fonte di rischio, tra scorte europee contenute e concorrenza con l’Asia per le forniture di gas naturale liquefatto.

Dall’altra parte, il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, aveva messo in guardia già a luglio da una stretta automatica, ricordando che l’economia dell’eurozona è più debole e i tassi reali più alti rispetto al 2022: «non ci troviamo nella stessa situazione del 2022».

I verbali non risolvono questa tensione, ma la ricompongono in una linea comune: nessun impegno, né in un senso né nell’altro. Chi legge nelle parole dei consiglieri più restrittivi l’annuncio di un terzo rialzo trova nei resoconti ufficiali una smentita implicita. Chi invece si aspetta una pausa garantita non trova conferme.

Cosa aspettarsi alla riunione BCE del 29 ottobre

Il Consiglio ha indicato con precisione dove guarderà. Al centro ci sono l’entità e la durata del rincaro dell’energia, e soprattutto il modo in cui questo si trasmette a prezzi, salari e aspettative di inflazione. Nei prossimi mesi conteranno in particolare gli effetti indiretti e quelli di secondo impatto, cioè il rischio che lo shock energetico si trasformi in un aumento generalizzato dei prezzi attraverso le richieste salariali e i listini delle imprese.

Per chi ha un mutuo a tasso variabile o sta per sottoscriverne uno, il messaggio è che la Bce non esclude nulla: un terzo rialzo dipenderà dai dati su inflazione di fondo e salari che arriveranno da qui alla fine di ottobre.

Articolo revisionato da Flavia Provenzani il

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