A tre settimane dalla riunione del 29 ottobre, l’inflazione dell’area euro accelera più del previsto e un membro del Consiglio direttivo della Banca centrale europea si dice preoccupato per la recente salita dei rendimenti a lungo termine.
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Giovedì 8 ottobre i rendimenti sovrani dell’area euro tornano a salire quasi ovunque. Il BTP decennale tratta in area 4,70%, in rialzo di circa cinque centesimi di punto, il Bund tedesco sale più moderatamente al 3,52% e l’OAT francese arriva al 4,92%. Lo spread tra BTP e Bund si colloca così intorno ai 118 punti base, mentre quello tra OAT e Bund sale a circa 140: la Francia continua a pagare più dell’Italia per finanziarsi a dieci anni, circa venti punti base in più, un’inversione che a inizio anno sarebbe sembrata impensabile.
Due forze distinte spingono nella stessa direzione. La prima arriva da oltreoceano: le minute della riunione della Federal Reserve del 15-16 settembre, pubblicate ieri sera, mostrano un comitato compatto - tutti e diciannove i membri hanno sostenuto il rialzo di settembre - con la maggioranza che vede un altro aumento dei tassi entro fine anno; il Treasury decennale tratta oggi al 5,35% e il mercato prezza una probabilità di circa il 78% di un nuovo rialzo della Fed a dicembre. La seconda forza, meno raccontata ma altrettanto concreta, viene da dentro l’eurozona: un’inflazione che a settembre ha accelerato più del previsto, proprio mentre la Banca centrale europea si avvicina a una delle riunioni più delicate degli ultimi mesi.
L’inflazione che complica i calcoli di Francoforte
Secondo la stima flash di Eurostat, l’inflazione dell’area euro a settembre è salita al 3,8% su base annua, dal 3,2% di agosto: il terzo mese consecutivo di accelerazione. A spingerla è soprattutto l’energia, il cui tasso annuo è balzato al 18,8% dal 14,3% precedente; i servizi sono saliti al 3,2% dal 3%, mentre i beni industriali non energetici sono rimasti sostanzialmente stabili all’1,1%. Più significativo per la BCE è il dato core, che esclude le componenti più volatili: è salito al 2,5% dal 2,4% di agosto, sopra l’obiettivo del 2% e in direzione opposta rispetto a quella sperata. In Italia l’inflazione di settembre si è attestata al 4,1%, sopra la media dell’area euro.
Il dato arriva dopo che la BCE, il 10 settembre, aveva già alzato tutti e tre i tassi di riferimento di 25 punti base - portando il tasso sui depositi al 2,50% - motivando la scelta con pressioni sui prezzi legate al conflitto in Medio Oriente. La presidente Christine Lagarde aveva definito quella decisione «a no-brainer» - una scelta pressoché obbligata - aggiungendo: «Riteniamo che l’inflazione sarà più persistente di quanto avessimo anticipato». Il comunicato ufficiale del Consiglio direttivo non si era però impegnato su alcun percorso futuro, promettendo un approccio «dipendente dai dati e riunione per riunione».
Un membro del Consiglio direttivo mette in guardia sui rendimenti
È in questo contesto che va letto l’intervento di Alexander DeMarco, governatore della Banca centrale di Malta e membro del Consiglio direttivo della BCE, che il 29 settembre ha detto apertamente: «Un’inflazione di fondo più forte potrebbe essere un motivo per agire» e «Non escluderei un rialzo dei tassi a ottobre».
Nella stessa uscita, secondo le agenzie di mercato che hanno ripreso le sue dichiarazioni, DeMarco ha anche segnalato una certa preoccupazione per il recente rialzo dei rendimenti a lungo termine, in un quadro economico che giudica ancora fragile - un avvertimento che pesa quanto la sua apertura a un nuovo rialzo. È la tensione centrale che la BCE dovrà sciogliere il 29 ottobre: un’inflazione che chiederebbe un’altra stretta, e un mercato obbligazionario che quella stretta, in parte, la sta già anticipando da solo attraverso il rialzo dei rendimenti - con il rischio di un irrigidimento delle condizioni finanziarie anche senza bisogno di nuove mosse.
Il mercato resta diviso sulla riunione BCE del 29 ottobre
La prossima riunione di politica monetaria della BCE è fissata per il 28-29 ottobre, con la decisione attesa alle 14:15 del 29 e la conferenza stampa di Lagarde alle 14:45. Le rilevazioni di mercato raccolte a fine settembre indicavano una probabilità compresa tra il 60% e il 75% di un rialzo al 2,75%, ma le banche d’affari restano divise.
Goldman Sachs e UBS si aspettano la prossima mossa solo a dicembre, Danske Bank non esclude interventi sia a ottobre sia entro fine anno, mentre MUFG ritiene il ciclo di rialzi già concluso. È proprio questa incertezza, più del singolo dato di inflazione, a tenere nervosi i mercati obbligazionari in queste settimane.
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Il modo in cui i tassi salgono conta quanto il fatto che salgano. Il Bund tedesco, pur in rialzo, resta il più fermo dei tre: la Germania continua a beneficiare del suo status di rifugio sicuro nell’area euro. Il BTP italiano sale in misura simile ma parte da un livello già più alto, mentre l’OAT francese continua a pagare il premio più ampio dei tre, specchio di un’instabilità di bilancio e politica che il mercato non ha ancora archiviato.
Lo spread BTP-Bund sopra i 115-120 punti base è lontano dai livelli di stress che l’Italia ha conosciuto in passato, ma la direzione - al rialzo su quasi tutta la curva europea, con l’eccezione relativa della Germania - racconta un mercato che si prepara a un costo del denaro più alto più a lungo, non più basso.
Articolo revisionato da Flavia Provenzani il
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