Una categoria di azioni che potrebbe esplodere nel 2026

Tommaso Scarpellini

2 Gennaio 2026 - 16:53

C’è un segmento di mercato poco discusso ma che potrebbe essere un grande protagonista del 2026.

Una categoria di azioni che potrebbe esplodere nel 2026

C’è una categoria di azioni rimasta indietro rispetto a tutto il resto del mercato. Poco discussa, spesso trascurata, ma per molti particolarmente interessante. Una categoria che, sulla carta, mostra forti attese di crescita degli utili eppure non riesce a decollare. È come se qualcosa la tenesse ancora ancorata a terra. La domanda è semplice e scomoda allo stesso tempo.

Si tratta solo di un ritardo strutturale oppure di una molla compressa pronta a scattare?

La natura del fattore small cap

Parliamo delle small cap, nello specifico del comparto small cap USA. Storicamente, l’investimento in società a bassa capitalizzazione non è mai stato solo una scelta di stile, ma un vero e proprio fattore di rendimento. In letteratura finanziaria questo viene definito size factor.

A partire dagli studi di Fama e French, il fattore dimensionale ha rappresentato una delle principali anomalie di mercato, ovvero una fonte di extra-rendimento rispetto al mercato complessivo, non spiegabile solo dal rischio sistematico tradizionale.

L’idea alla base è intuitiva ma potente. Le aziende più piccole tendono ad avere maggiore leva operativa, più spazio di crescita, minore copertura da parte degli analisti e una struttura informativa meno efficiente. Tutti elementi che, nel lungo periodo, hanno storicamente compensato l’investitore con rendimenti superiori. Per decenni, l’esposizione alle small cap ha rappresentato una componente fondamentale nei portafogli orientati alla crescita reale del capitale.

L’erosione dell’extra-rendimento

Negli ultimi quindici anni, tuttavia, questo meccanismo si è progressivamente inceppato. Il premio per la dimensione si è affievolito fino quasi a scomparire. Il motivo non è casuale e non è nemmeno ciclico nel senso classico del termine. È strutturale. I mercati azionari globali hanno vissuto un processo di estrema concentrazione della capitalizzazione, una vera e propria verticalizzazione della market cap verso un numero sempre più ristretto di mega società.

Le big tech statunitensi hanno drenato capitali, attenzione e liquidità in modo sistemico. La combinazione di modelli di business scalabili, margini elevati, network effects e accesso privilegiato al capitale ha creato una divergenza persistente. Le large cap non solo sono cresciute di più, ma sono diventate il veicolo principale attraverso cui il mercato ha espresso crescita e innovazione. Le small cap sono rimaste ai margini di questo processo.

Il nodo dei tassi di interesse

Il colpo più duro è arrivato nel periodo post 2022. L’improvviso cambio di regime monetario ha avuto un impatto asimmetrico. Le small cap, per loro natura, sono aziende più sensibili al costo del capitale. Hanno bilanci mediamente più fragili, maggiore dipendenza dal credito bancario e una struttura finanziaria spesso più levereggiata. In un contesto di tassi in rapido aumento, questo si è tradotto in un deterioramento significativo delle metriche finanziarie.

Il risultato è stato una compressione delle valutazioni e una sottoperformance marcata rispetto alle large cap. Mentre i grandi indici trainati dalle big tech recuperavano e superavano i massimi, il comparto small cap rimaneva indietro. Oggi il gap di performance e di valutazione è ampio, misurabile e storicamente rilevante.

Utili attesi e ritorni azionari

Ed è qui che il quadro inizia a diventare interessante. Le attese sui tagli Fed stanno progressivamente cambiando le condizioni finanziarie prospettiche. Ma soprattutto, stanno emergendo stime molto aggressive sulla crescita degli utili delle small cap statunitensi per il 2026. In alcuni scenari si parla di una crescita degli earnings prossima al 60%. Un numero che, nel linguaggio dei mercati, non è affatto banale.

Esiste una relazione profonda e strutturale tra utili e rendimenti azionari. Nel lungo periodo, il prezzo di un’azione non è altro che la capitalizzazione attualizzata dei flussi di cassa futuri. Quando gli utili crescono in modo sostenuto e persistente, il mercato tende ad adeguare le valutazioni, sia attraverso l’espansione dei multipli sia attraverso l’aumento diretto dei prezzi. Questa linearità non è perfetta nel breve termine, ma diventa estremamente robusta su orizzonti pluriennali.

Il confronto con l’S&P 500

Se confrontiamo queste attese con quelle dell’S&P 500, il divario è evidente. Le stime di crescita degli utili per l’indice principale USA si collocano oggi intorno al 15%, con alcune proiezioni più ottimistiche che guardano al 2026, ma comunque su livelli significativamente inferiori. Questo non significa che il mercato large cap sia destinato a fare male. Significa che, in termini relativi, il potenziale di sorpresa positiva sugli utili è molto più concentrato nel comparto small cap.

In un contesto di normalizzazione monetaria, anche parziale, la riduzione del costo del capitale agisce come un moltiplicatore. Migliora la sostenibilità del debito, aumenta la capacità di investimento e rende più credibili i piani di crescita. Tutti fattori che incidono direttamente sulle aspettative di utili futuri.

ETF per monitorare il settore

Per monitorare l’andamento delle small cap USA, uno degli strumenti più utilizzati è l’ETF basato sull’indice Russell 2000. Questo indice rappresenta in modo ampio e diversificato il cuore del mercato small cap statunitense ed è spesso considerato il benchmark di riferimento per il settore.
A livello globale, invece, esistono ETF che aggregano small cap di diverse aree geografiche, offrendo un’esposizione più ampia e meno dipendente dal solo ciclo economico USA. Questi strumenti consentono di osservare se l’eventuale ripresa del fattore size sia un fenomeno locale o parte di un movimento più strutturale.

Quindi…

L’idea che le small cap possano esplodere nel 2026 è affascinante, ma non va mitizzata. Questo segmento rimane intrinsecamente più volatile, più sensibile al ciclo e più esposto agli errori di timing. Non si tratta di inseguire una promessa, ma di comprendere un contesto. Le valutazioni depresse, le aspettative sugli utili e il possibile cambio di regime monetario creano un mix interessante, ma non privo di rischi.