Tutti e cinque replicano lo stesso indice, ma non sono uguali. La guida agli ETF sul FTSE MIB

Gerardo Marciano

3 Luglio 2026 - 11:40

Cinque ETF sul FTSE MIB con costi simili e stessa replica. Ma le differenze su accumulazione, liquidità, storico e dimensione del fondo contano più del decimale di rendimento.

Tutti e cinque replicano lo stesso indice, ma non sono uguali. La guida agli ETF sul FTSE MIB

A prima vista sembrano tutti uguali. Stesso indice di riferimento, stessa valuta, stesso mercato di quotazione, stessa promessa implicita: seguire l’andamento delle principali azioni italiane senza dover scegliere singolarmente banche, industriali, energetici o utility. Eppure, quando si passa dalla scheda prodotto alla costruzione concreta di un portafoglio, le differenze tra gli ETF sul FTSE MIB diventano meno marginali di quanto appaiano.

Il punto non è inseguire il prodotto che ha fatto qualche decimale in più nell’ultimo anno. Per strumenti che replicano lo stesso paniere, le performance tendono fisiologicamente a muoversi insieme. La vera selezione riguarda altro: come vengono gestiti i dividendi, quanto costa il fondo, quanto è grande, quanto è scambiato, quale profondità storica offre e quale ruolo deve avere nel portafoglio di un investitore che decide in autonomia.

Il confronto tra FR0010010827, IE00B53L4X51, IE00B1XNH568, LU0274212538 e FR0014002H76 va quindi letto con una cautela metodologica precisa. Non basta osservare gli ultimi cinque anni e non ha senso confrontare i rendimenti da lancio come se tutti fossero partiti nello stesso giorno. La lettura più corretta separa il confronto comune tra i cinque ETF, reso possibile dal 2021, dall’analisi più lunga dei quattro prodotti con maggiore storia, che consente di osservare anche fasi di mercato molto diverse.

Cinque ETF, un solo sottostante: il mercato azionario italiano

Il FTSE MIB è il principale indice azionario italiano. Borsa Italiana lo descrive come un indice composto da 40 società italiane liquide e rappresentative dei principali settori, ponderato per capitalizzazione corretta per il flottante. Chi compra un ETF sul FTSE MIB non acquista un’esposizione azionaria globale, ma una posizione concentrata sull’Italia e sulle sue società più grandi.

È un aspetto essenziale per l’investitore autonomo. L’ETF semplifica l’accesso al mercato, ma non elimina il rischio del mercato stesso. Il paniere è ristretto, molto esposto ai titoli finanziari e alle grandi società a maggiore capitalizzazione. La concentrazione è elevata: nelle composizioni disponibili, le prime dieci posizioni pesano intorno al 71% del portafoglio. UniCredit, Intesa Sanpaolo ed Enel da sole rappresentano una quota molto rilevante dell’indice.

figura 1 figura 1 Caratteristiche principali dei 5 ETF

Le caratteristiche principali dei cinque strumenti sono riportate nella Figura 1. Tutti utilizzano replica fisica completa e hanno costi annui molto vicini. La differenza più immediata riguarda la politica dei proventi: due ETF sono ad accumulazione, mentre tre distribuiscono dividendi. In Figura 2 sono mostrate le dimensioni dei fondi.

Figura 2 Figura 2 Dimensioni dei fondi: conta anche la scala operativa.

Il metodo corretto: storico comune, non rendimenti da lancio

Il primo errore da evitare è confrontare gli ETF dalla rispettiva data di lancio. L’Amundi FR0010010827 esiste dal 2003, i prodotti iShares e Xtrackers dal 2007 o dal 2010, mentre l’Amundi ad accumulazione FR0014002H76 è stato lanciato nel 2021. Un rendimento da lancio calcolato su finestre così diverse racconta più la storia del mercato attraversato dal fondo che la qualità del fondo stesso.

La lettura più rigorosa è doppia. Il confronto tra tutti e cinque i prodotti deve partire dalla disponibilità dell’ETF più giovane, cioè dal 2021. I dati pubblici omogenei disponibili nelle schede dei provider sono espressi soprattutto su finestre standard a uno, tre e cinque anni: per questo la finestra a cinque anni è la più vicina allo storico comune effettivo dei cinque strumenti, pur non sostituendo una serie giornaliera completa dei NAV. Per i quattro ETF più vecchi, invece, è possibile ragionare su una prospettiva più ampia, dal 2010, anno di avvio dell’iShares ad accumulazione.

Questa distinzione conta anche sul piano pratico. Il mercato italiano degli ultimi anni è stato molto favorevole: banche, energia, industria e difesa hanno contribuito in modo rilevante al rialzo di Piazza Affari. Considerare solo questo tratto rischia di dare un’immagine troppo lineare di un indice che in passato ha attraversato fasi di forte volatilità.

Rendimenti: differenze minime, messaggio chiaro

La Figura 3 mostra il dato più rilevante: sui tre e cinque anni le differenze tra gli ETF sono contenute. Il rendimento total return a cinque anni si muove tra circa il 155% e il 157%. Il migliore del gruppo su questa finestra è l’Amundi ad accumulazione FR0014002H76, ma il vantaggio rispetto agli altri è modesto e non sufficiente, da solo, per trasformarlo automaticamente nella scelta migliore.

Figura 3 Figura 3 Rendimenti omogenei: scarti ridotti tra prodotti simili.

Il dato conferma una regola spesso trascurata: quando diversi ETF replicano lo stesso indice con costi simili, la performance storica non è quasi mai il fattore decisivo. Conta di più capire se l’investitore vuole reinvestire i dividendi, ricevere flussi periodici, operare su un fondo molto grande o privilegiare il TER più basso.

La Figura 4 riporta anche i rendimenti annuali più recenti. Il 2022 è stato negativo per tutti i prodotti, mentre il 2023, il 2024 e il 2025 hanno visto un recupero molto forte. Questo andamento non va proiettato automaticamente nel futuro: i rendimenti passati sono una fotografia, non un’indicazione su cosa accadrà nei prossimi anni.

Figura 4 Figura 4 Rendimenti pubblicati, total return, in euro

Rischio: il drawdown conta più del decimale di rendimento

Il confronto sul rischio è ancora più istruttivo. Le volatilità a cinque anni sono molto vicine, comprese tra circa il 18% e il 19%. Anche il massimo drawdown a cinque anni è quasi identico, nell’area del -25%. Significa che, nel periodo osservato, un investitore avrebbe dovuto tollerare una perdita temporanea di circa un quarto del capitale investito nel momento peggiore.

La differenza più appariscente riguarda il drawdown da lancio. L’Amundi FR0010010827 mostra un massimo drawdown da lancio molto più profondo, pari a -85,86%. Non significa che l’ETF sia peggiore oggi. Significa che è nato nel 2003 e ha attraversato anche la crisi finanziaria globale e altri periodi di forte stress per il mercato italiano. Il dato da lancio va usato per capire la storia del prodotto, non per stilare una classifica meccanica.

Per un investitore autonomo, la domanda centrale è semplice: sono disposto a tenere un ETF sul FTSE MIB anche se perde temporaneamente il 20-25%? Se la risposta è no, il problema non è scegliere tra Amundi, iShares o Xtrackers. Il problema è la quota complessiva di azionario italiano nel portafoglio.

Maggiori dettagli sono mostrati nelle Figure 5 e 6.

Figura 5 Figura 5 Rischio a 5 anni: volatilià e drawdown quasi sovrapponibili
Figura 6 Figura 6 Indicatori di rischio pubblicati.

Accumulazione o distribuzione: la scelta pratica più importante

La differenza più concreta tra questi ETF riguarda i dividendi. Gli ETF ad accumulazione, IE00B53L4X51 e FR0014002H76, reinvestono automaticamente i proventi nel fondo. Sono più adatti a chi vuole costruire capitale nel tempo e non ha bisogno di incassare flussi periodici. Semplificano anche la gestione: l’investitore non deve decidere ogni volta come reinvestire i dividendi ricevuti.

Gli ETF a distribuzione, FR0010010827, IE00B1XNH568 e LU0274212538, pagano invece dividendi agli investitori. Possono essere utili per chi desidera flussi periodici, ma richiedono maggiore disciplina: se i dividendi vengono spesi e non reinvestiti, l’effetto della capitalizzazione composta si riduce. Per chi ragiona in ottica di lungo periodo, questa differenza può pesare più del piccolo scarto tra un TER dello 0,30% e uno dello 0,35%.

La Figura 7 mostra anche i dividend yield indicativi dei prodotti a distribuzione. Sono dati interessanti, ma non vanno letti come una cedola garantita: dipendono dai dividendi delle società sottostanti e dal livello dei prezzi di mercato.

Figura 7 Figura 7 Accumulazione, distribuzione e dividendi

Costi, dimensione e liquidità: i dettagli che contano quando si opera davvero

Sul piano dei costi, Xtrackers LU0274212538 è il più economico, con TER dello 0,30%. iShares IE00B53L4X51 segue con 0,33%, mentre gli altri tre sono allo 0,35%. La differenza è piccola, ma su orizzonti molto lunghi ogni decimale contribuisce al rendimento finale. Il TER, però, non va valutato isolatamente.

La dimensione del fondo e la liquidità di mercato hanno un ruolo pratico. Amundi FR0010010827 è il prodotto più grande, con patrimonio intorno a 689 milioni di euro, seguito dall’iShares ad accumulazione con circa 404 milioni. L’Amundi ad accumulazione è il più giovane e il più piccolo, con circa 80 milioni. Non lo rende inadatto, ma suggerisce prudenza per chi attribuisce molta importanza alla profondità storica e alla scala del fondo.

La liquidità osservata su Borsa Italiana nella seduta del 2 luglio 2026 conferma una gerarchia simile: l’Amundi a distribuzione ha mostrato il controvalore più elevato, seguito dall’iShares a distribuzione. Per piccoli importi la differenza può incidere poco; per ordini più importanti conviene sempre controllare spread denaro-lettera e profondità del book prima di inserire l’ordine.

Quale scegliere in base al proprio profilo

Per chi vuole costruire capitale nel lungo periodo e reinvestire automaticamente i dividendi, il prodotto più equilibrato appare IE00B53L4X51, l’iShares FTSE MIB ad accumulazione. Combina TER leggermente inferiore alla media del gruppo, dimensione significativa, storico dal 2010 e semplicità operativa.

Per chi desidera dividendi e privilegia fondo grande e liquidità, FR0010010827, l’Amundi a distribuzione, è il candidato più naturale. Non è il più economico, ma è il più grande del gruppo e ha una lunga storia. Per chi guarda soprattutto ai costi, Xtrackers LU0274212538 è interessante grazie al TER dello 0,30%, pur essendo più piccolo.

FR0014002H76, l’Amundi ad accumulazione, è coerente per chi vuole restare su Amundi ma preferisce il reinvestimento dei dividendi. Il limite principale è la storia più breve. IE00B1XNH568, l’iShares a distribuzione, può essere adatto a chi vuole proventi semestrali e un emittente molto riconoscibile, ma è meno lineare dell’iShares ad accumulazione per chi non ha bisogno di reddito periodico.

Una scelta di metodo prima che di prodotto

La scelta tra ETF sul FTSE MIB non dovrebbe partire dall’ultimo decimale di rendimento. I numeri mostrano che, su finestre omogenee, le differenze di performance sono ridotte. La decisione più sensata nasce da quattro domande: voglio accumulazione o distribuzione? Quanto mi interessa la liquidità? Quanto peso attribuisco al TER? Che ruolo deve avere l’Italia nel mio portafoglio?

Per un investitore che gestisce da solo i propri risparmi, l’approccio più prudente è usare questi strumenti come tassello specifico sull’azionario italiano, non come sostituto di una diversificazione globale. Il FTSE MIB può offrire fasi di forte crescita, ma resta concentrato per Paese, settori e singoli titoli. Prima dell’acquisto conviene definire la quota massima da destinare all’Italia, scegliere tra accumulazione e distribuzione e poi inserire ordini con attenzione a spread e liquidità.

Non è un invito a comprare o vendere uno specifico ETF. È una traccia di lavoro: comprendere lo strumento, confrontare i dati omogenei, evitare classifiche costruite su periodi non confrontabili e scegliere il prodotto più coerente con il proprio orizzonte temporale, la propria fiscalità e la propria tolleranza alle oscillazioni.

DISCLAIMER
Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d’investimento e la piena responsabilità nell’effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell’articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un’offerta o sollecitazione al pubblico risparmio.