Trump blocca lo stretto di Hormuz. Petrolio oltre 100$ al barile, ora l’Europa trema

Redazione

13 Aprile 2026 - 09:34

Il weekend appena trascorso non ha solo visto il fallimento della diplomazia, ma ha certificato la fine di un’epoca di stabilità energetica data per scontata per troppo tempo.

Trump blocca lo stretto di Hormuz. Petrolio oltre 100$ al barile, ora l’Europa trema

Tutto è precipitato nella giornata di sabato, quando le delegazioni di Washington e Teheran hanno abbandonato il tavolo delle trattative in un clima di gelo totale, segnando l’impossibilità di trovare un accordo sulla sicurezza dei transiti marittimi.

La risposta di Donald Trump non si è fatta attendere: con un ordine esecutivo firmato nella notte di domenica, gli Stati Uniti hanno di fatto avallato una strategia di pressione massima che ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, l’arteria vitale attraverso cui transita una quota enorme del greggio mondiale.

L’impatto sui mercati asiatici all’apertura di lunedì è stato violento: il Brent ha registrato un’impennata del 7,3%, superando i 102 dollari al barile e innescando un’ondata di vendite che ha colpito duramente gli indici di Tokyo e Hong Kong, con l’MSCI Asia Pacific in calo dell’1%.

In questo contesto, il mondo si scopre improvvisamente diviso: da un lato gli USA che utilizzano la leva logistica come arma di negoziazione finale, dall’altro un’Europa che si risveglia in un incubo stagflattivo, con un’inflazione al 2,5% e una crescita che per l’Italia non sembra poter andare oltre un misero 0,6% nel 2026.

Il punto di vista globale su questa vicenda ci restituisce l’immagine di un ecosistema energetico non più basato sulla cooperazione, ma sulla frammentazione in blocchi contrapposti.

La logica della globalizzazione, che garantiva energia a buon mercato in cambio di stabilità politica, è stata sostituita da un nuovo paradigma di scarsità indotta.
Quello che molti considerano un semplice «problema di prezzi» è in realtà il segnale di una disintermediazione dei centri di potere: non è più il mercato a decidere il valore del greggio, ma la capacità di controllo fisico delle infrastrutture.

L’asset energetico è diventato il terminale di una guerra fredda logistica dove l’Europa, priva di una strategia di autonomia reale, recita il ruolo del vaso di coccio tra blocchi d’acciaio. La questione non riguarda più solo l’economia, ma l’essenza stessa della sovranità nazionale in un mondo dove la dipendenza tecnologica dall’IA e quella fisica dal petrolio corrono su binari pericolosamente divergenti.

Venendo alla fase di analisi strategica, dobbiamo denunciare la profonda asimmetria informativa che caratterizza la narrazione di queste ore.

Mentre i media generalisti si concentrano sulla volatilità del barile e sull’entusiasmo per le nuove valutazioni record delle società di IA, ignorano l’elefante nella stanza: la fragilità della fornitura fisica. Nel mio libro Internet dopo internet ho descritto come la centralizzazione digitale crei colli di bottiglia pericolosi; oggi vediamo lo stesso meccanismo applicato alla logistica energetica. L’illusione di poter costruire una società dell’abbondanza digitale mentre si perde il controllo sulla materia prima è il grande inganno del 2026.

Come Europa, se non torniamo a investire nelle infrastrutture fisiche e nella trasparenza dei fondamentali economici, saremo condannati a subire passivamente ogni «update» geopolitico deciso altrove.

La vera sfida per l’Italia, con un debito al 137,6% e margini di manovra della BCE ormai azzerati, è smettere di essere spettatrice di questo talk show globale e tornare a essere un soggetto attivo capace di proteggere i propri interessi strategici prima che il serbatoio del sistema-Paese rimanga definitivamente vuoto.