Terre rare, il trend nascosto sotto l’intelligenza artificiale. Gli ETF per investire nel settore

Tommaso Scarpellini

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Dietro la corsa all’AI c’è qualcosa che quasi nessuno guarda. Un settore raro, forse in ritardo, che i ribassi potrebbero riportare al centro. O forse nasconde un’altra storia.

Terre rare, il trend nascosto sotto l'intelligenza artificiale. Gli ETF per investire nel settore

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Tutti parlano di intelligenza artificiale, c’è chi la chiama rivoluzione e chi bolla.

Pochi però si chiedono che cosa permetta davvero all’AI di girare. Non parlo del software, dei data center o della logica di calcolo, ma di qualcosa che sta ancora più a monte.

È un settore raro, come dice il suo stesso nome, e c’è chi prova a intercettarlo con alcuni ETF che vale la pena guardare più da vicino.

Il livello che sta sotto l’infrastruttura

Le terre rare sono un gruppo di 17 elementi chimici della tavola periodica, cioè lo scandio, l’ittrio e i 15 lantanoidi, tra cui neodimio, disprosio, praseodimio, terbio e lantano.

L’intelligenza artificiale sarà anche software, ma è prima di tutto un gigantesco consumatore di materia fisica, fatta di data center, cluster di calcolo, reti ultraveloci e sistemi di alimentazione. Le terre rare sono i mattoni chimici di questo hardware, e in un certo senso stanno ancora più in basso dell’infrastruttura tecnologica stessa.

Dalla fibra ottica all’energia

Prendiamo le interconnessioni tra i nodi dei cluster. I supercomputer dedicati all’AI devono spostare quantità immense di dati quasi in tempo reale tra migliaia di unità di calcolo, e qui entra in gioco l’erbio, l’elemento chiave degli amplificatori ottici EDFA. Questi dispositivi amplificano i segnali luminosi lungo le fibre senza convertirli in elettricità, riducendo le latenze e liberando larghezza di banda.

Poi c’è l’alimentazione. I data center dell’AI divorano energia, e la corsa verso fonti a basse emissioni, come l’eolico offshore con turbine a magneti permanenti o i veicoli logistici di supporto, passa direttamente dalla disponibilità di neodimio e disprosio.

Chi lo rappresenta in Borsa

Resta da capire quali aziende rappresentino questo comparto sui mercati, e gli ETF sono un buon punto di partenza.

In Europa, tra i fondi conformi alla normativa UCITS, non risultano ETF composti solo da estrattori di terre rare, anche perché le società quotate davvero specializzate sono poche. Gli strumenti armonizzati finiscono così per mescolare terre rare, litio e altri metalli legati alla transizione energetica. Tra quelli disponibili ce ne sono quattro con impostazioni diverse.

Il più vicino a un’esposizione pura è il VanEck Rare Earth and Strategic Metals UCITS ETF (ticker REMX), che replica società globali attive nell’estrazione e nella raffinazione di terre rare, litio, cobalto, titanio e altri metalli strategici.

Sui minerali critici in senso più ampio punta il Global X Disruptive Materials UCITS ETF (ticker DMAT), con produttori e raffinatori che spaziano dalle terre rare al cobalto, dal rame al nichel e al litio.

Lo Sprott Energy Transition Materials UCITS ETF (ticker SETM) guarda invece alla filiera a monte dei materiali necessari alla transizione energetica.

Fa storia a sé l’L&G Energy Transition Commodities UCITS ETF (ticker ENTR), che non compra azioni di società estrattive ma replica, tramite uno swap, un indice di future su 18 materie prime legate alla transizione.

Dentro il benchmark del settore

L’indice sottostante al fondo VanEck, l’MVIS Global Rare Earth/Strategic Metals Index, abbraccia sia le terre rare vere e proprie sia i metalli strategici per magneti, batterie e semiconduttori. Tra i titoli che pesano di più nel portafoglio, tre in particolare aiutano a capire quali motori economici siano in gioco.

Lynas Rare Earths (Australia) è il principale produttore e raffinatore commerciale di terre rare su larga scala fuori dalla Cina. Estrae il minerale dal giacimento di Mt Weld, nell’Australia Occidentale, e lo lavora negli impianti in Malesia e a Kalgoorlie, ed è proprio questa rarità geografica a darle un peso strategico.

All’estremo opposto c’è China Northern Rare Earth Group High Tech (Cina), il più grande gruppo al mondo nell’estrazione e raffinazione di terre rare leggere, controllato dallo Stato cinese. Il suo perno è il gigantesco deposito di Bayan Obo, nella Mongolia Interna, che secondo le stime custodisce oltre un terzo delle riserve globali note.

Il terzo nome è forse il più sorprendente. Albemarle (Stati Uniti), conosciuta soprattutto come uno dei maggiori produttori mondiali di litio, compare negli indici dei metalli strategici per il suo ruolo nei materiali per l’accumulo energetico e nella chimica specialistica, e il suo caso mostra bene quanto questi ETF siano spesso un mosaico, più che un’esposizione pura alle terre rare.

Prima di muoversi

Sapere dove nasce una tecnologia non vuol dire che ogni anello della filiera sia un’occasione da cogliere. Un comparto così concentrato resta esposto alle tensioni geopolitiche, al peso di pochi grandi attori e a oscillazioni anche violente, soprattutto quando i mercati diventano nervosi.

Prima di farsi sedurre da una storia affascinante, conviene chiedersi quanto spazio possa avere questo tipo di esposizione nel resto del portafoglio, e su quale orizzonte di tempo. Prendersi il tempo di capire non è mai un ritardo.

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Le informazioni e le considerazioni contenute nel presente articolo non devono essere utilizzate come unico o principale supporto in base al quale assumere decisioni relative agli investimenti. Il lettore mantiene la piena libertà nelle proprie scelte d’investimento e la piena responsabilità nell’effettuazione delle stesse, poiché egli solo conosce la sua propensione al rischio e il suo orizzonte temporale. Le informazioni contenute nell’articolo sono fornite a mero scopo informativo e la loro divulgazione non costituisce e non è da considerarsi un’offerta o sollecitazione al pubblico risparmio.

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