Tassi in rialzo e curva più ripida. Cosa può cambiare per le banche di Piazza Affari?

Tommaso Scarpellini

15 Settembre 2026 - 17:21

Tassi, spread e banche: un intreccio che potrebbe ribaltare ogni previsione su Piazza Affari, in un senso che quasi nessuno aveva messo in conto.

Tassi in rialzo e curva più ripida. Cosa può cambiare per le banche di Piazza Affari?

La curva dei rendimenti sta cambiando forma, e per le banche non è un dettaglio tecnico. Gli istituti di credito guadagnano proprio sulla differenza fra i tassi a cui si finanziano e quelli a cui prestano, e ogni variazione nell’inclinazione della curva finisce, prima o poi, nei loro conti.

Per buona parte del 2025 il copione sembrava scritto: con la BCE impegnata a tagliare il costo del denaro, il margine di interesse delle banche era destinato a ridursi. Il 2026 ha rimescolato le carte.

Il cambio di scenario: tassi di nuovo in salita

La guerra avviata a fine febbraio da Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha riportato al centro l’energia e, con essa, l’inflazione. Nell’area euro i prezzi al consumo sono saliti del 3,3% ad agosto, il livello più alto da settembre 2023.

La BCE ha reagito alzando i tassi due volte. L’11 giugno è arrivato il primo rialzo dal 2023. Il 10 settembre il tasso sui depositi è salito al 2,50%, con effetto dal 16 settembre.

Negli Stati Uniti l’inflazione è rimasta al 3,4% ad agosto, con un aumento mensile dello 0,4% spinto soprattutto dalla benzina. I mercati assegnano una probabilità intorno al 90% a un rialzo di un quarto di punto nella riunione della Federal Reserve del 15 e 16 settembre.

Anche le scadenze lunghe si sono mosse. Il 14 settembre il rendimento del BTP decennale è salito al 4,38%, il livello più alto degli ultimi due anni, con il Bund tedesco al 3,5%.

Perché la forma della curva conta per le banche

Una banca commerciale, semplificando, si finanzia soprattutto con i depositi dei clienti, remunerati a tassi legati alle scadenze brevi. Quella liquidità viene poi impiegata in mutui, prestiti e titoli con scadenze più lunghe. La differenza fra quanto la banca incassa sugli impieghi e quanto paga sulla raccolta genera il margine di interesse. Rapportato agli attivi che producono interessi, questo margine diventa il NIM (net interest margin).

Quando la curva è ripida, cioè quando i tassi a lungo termine sono nettamente superiori a quelli a breve, il margine tende ad allargarsi. Quando si appiattisce o si inverte, tende a comprimersi. Nelle fasi di rialzo pesa anche un secondo effetto: i tassi riconosciuti sui conti correnti si adeguano di solito più lentamente di quelli applicati a mutui e finanziamenti, e questo ritardo può sostenere i margini.

Oggi il BTP decennale rende quasi 190 punti base più del nuovo tasso sui depositi della BCE. Se le attese di inflazione spingessero i rendimenti a lungo termine più in alto di quelli a breve, la curva potrebbe irripidirsi ulteriormente, con effetti potenzialmente favorevoli sui margini delle banche.

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Cosa dicono, per ora, i conti delle banche

Nei bilanci il cambio di scenario non si vede ancora. Nel primo semestre 2026 i cinque maggiori gruppi italiani (Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banco BPM, Mps e Bper) hanno realizzato utili netti per 15,131 miliardi di euro, in crescita del 3,7%. Gli interessi netti, però, sono rimasti sostanzialmente fermi (-0,2%): a sostenere la redditività sono stati soprattutto commissioni, risparmio gestito e attività assicurativa.

I margini del semestre riflettono ancora in larga parte i tagli dei tassi del 2024 e del 2025. Secondo l’analisi di Value Partners sui conti del primo trimestre, un recupero del margine di interesse è possibile se le pressioni inflazionistiche dovessero persistere. L’effetto dei rialzi di giugno e settembre, quindi, potrebbe emergere solo nei prossimi trimestri.

I rischi: crediti deteriorati, spread e titoli di Stato

Lo scenario ha però anche un rovescio. Un rallentamento economico legato al caro energia potrebbe far aumentare i crediti deteriorati, i cosiddetti NPL (non performing loans), cioè i prestiti che i debitori non riescono più a rimborsare regolarmente. Più NPL significano di norma accantonamenti più alti e una revisione al ribasso delle valutazioni dei titoli bancari.

Per ora i segnali vanno nella direzione opposta: a settembre la BCE ha rivisto al rialzo le stime di crescita dell’area euro, allo 0,9% per il 2026 e all’1,4% per il 2027. Il quadro, però, resta legato all’evoluzione del conflitto e ai prezzi di petrolio e gas.

C’è poi un rischio specifico per le banche italiane, che hanno in portafoglio quote rilevanti di titoli di Stato. Rendimenti più alti riducono il valore di mercato dei BTP già in bilancio, con effetti sul patrimonio per la parte contabilizzata ai prezzi di mercato. Un allargamento dello spread con il Bund, inoltre, tende a pesare sulle quotazioni del settore. L’11 settembre il differenziale ha toccato 88 punti base, il secondo livello più alto del 2026.

Perché Piazza Affari ne risente

Il tema non riguarda solo chi possiede azioni bancarie. Secondo la stima citata da Milano Finanza, i titoli bancari valgono il 38% della capitalizzazione del FTSE MIB. La quota sale al 50% includendo le assicurazioni, e la parte più consistente è rappresentata da UniCredit e Intesa Sanpaolo.

Qualsiasi cambiamento nelle attese sul comparto creditizio, quindi, si riflette in misura rilevante sull’andamento dell’intero indice di Piazza Affari.

Lo scenario di una curva più ripida a sostegno dei margini resta un’ipotesi, non una certezza. Molto dipenderà da quanto a lungo l’inflazione resterà sopra l’obiettivo, dalle prossime mosse di BCE e Fed, a partire dalla riunione del 16 settembre, e dall’evoluzione del conflitto in Medio Oriente. Sono variabili che potrebbero cambiare il quadro nel giro di poche settimane.