Svizzera nella Nato? Le prospettive attuali

Chiara Esposito

15/05/2022

16/05/2022 - 09:54

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Svizzera-Nato: esercitazioni congiunte e possibili investimenti negli armamenti, ma nessun ingresso all’orizzonte per ora.

Svizzera nella Nato? Le prospettive attuali

Nuovo volto per la neutralissima Svizzera? Nì. Rientrando da una visita negli Usa, la ministra della Difesa elvetica Viola Amherd ha escluso la possibilità che la Confederazione aderisca, almeno in tempo brevi, alla Nato.

Si registra di certo una maggiore apertura verso l’Alleanza Atlantica e le sue attività, viste anche le esercitazioni congiunte in programma, ma, almeno dalle dichiarazioni ufficiali degli esponenti del governo centrale, questa mossa sembra delinearsi più come un graduale avvicinamento che concretizzarsi in un vero e proprio desiderio di annessione analogo a quello manifestato da Svezia e Finlandia, due casi storicamente rilevanti e notevolmente dibattuti in queste ultime settimane.

Le attività di Berna sono però al centro dei dibattiti dei cittadini che, secondo un sondaggio pubblicato dal quotidiano svizzero SonntagsBlick, in larga parte si dicono favorevoli all’implementare della collaborazione con l’Alleanza, se non addirittura a prendervi parte.

Da capire quindi i motivi profondi della cautela politica soprattutto alla luce delle recenti visite istituzionali della stessa ministra Amherd a una fabbrica di armi statunitense.

Anche la Svizzera nella Nato? Le resistenze della politica

Analizzando le dichiarazioni rilasciate da Viola Amherd a seguito della trasferta americana, il dissenso svizzero contro l’invasione dell’Ucraina resta palpabile (ricordiamo le prime inaspettate mosse economiche contro la Russia), ma tutto sembra ancora muoversi in un cono d’ombra.

La ministra durante una conferenza stampa nella capitale statunitense, riferendosi alla richiesta di adesione finlandese alla Nato, ha infatti affermato:

«Questo passo per la Confederazione non è in discussione, perché non sarebbe conciliabile con la neutralità elvetica».

Parole simili però vanno forse rilette in chiave di “gradualità”. Nella stessa sede l’esponente del governo ha detto che “la guerra in Ucraina dimostra come la Svizzera debba rafforzare la sua cooperazione internazionale, anche con gli Stati Uniti”, il Paese che, a ben vedere, è proprio il leader della Nato.

Una posizione simile era di fatto impensabile prima dello scoppio della guerra tant’è che, con la vice segretaria alla Difesa statunitense Kathleen Hicks, la consigliera federale ha discusso di come sia cambiato il contesto di sicurezza in Europa. Hicks e Amherd hanno perciò parlato di iniziative per una maggiore diversità e inclusione nelle forze armate ma in particolar modo del miglioramento della difesa militare e informatica.

Svizzera-Nato: esercitazioni congiunte e investimenti negli armamenti

Resta quindi aperto il tema della collaborazione che, ad esempio, prevede esercitazioni congiunte tra l’esercito svizzero e le forze dell’Alleanza Atlantica.

La necessità attuale sarebbe quella di investire due miliardi supplementari nell’armamento per ammodernare l’esercito e proprio su quest’ultimo fronte ci sarebbero dei margini d’azione più consistenti. La Svizzera punta a rafforzare la propria sicurezza tramite l’acquisto di 36 caccia F-35 e cinque sistemi missilistici di difesa aerea terrestre Patriot. A tal proposito nel corso del suo viaggio americano Amherd ha fatto tappa presso l’industria fabbricante Lockheed Martin, la stessa che ha da poco chiuso accordi con Svezia e Finlandia.

Il contratto con gli svizzeri non è ancora stato firmato, tuttavia sul tema la ministra si è espressa ribadendo l’importanza di «approfittare di questa possibilità per aumentare il know-how tecnico e far progredire la capacità di innovazione».

L’unico problema è che la compra vendita dipenderà dal via libera popolare e l’avversione del governo è concreta: solo il 30% voterebbe a favore del testo, il 64% degli aventi diritto si dichiara contraria.

Sondaggi popolari: forte desiderio di avvicinamento

Cosa si nasconde quindi dietro tutta questa ritrosia verso l’ingresso nella NATO? Fino a pochi mesi fa avremmo detto che spingersi troppo in avanti delineando uno “schieramento” sarebbe stato dannoso, un colpo capace di bruciare le chance elettorali di qualsiasi candidato alle prossime elezioni. Il prossimo anno infatti il Parlamento sarà chiamato a rinnovare il Governo per un altro quadriennio ma, dopo la mobilitazione dei Paesi nordici, i cittadini sembrano aver cambiato idea.

Stando a un sondaggio realizzato su 20 mila persone dal domenicale SonntagsZeitung, viene fuori che: «la popolazione svizzera, nella misura del 56%, è favorevole a una collaborazione più stretta con la Nato». A questa informazione si aggancia poi un altro esito storico: il 33% del campione preso in esame è d’accordo ad aderire in toto all’Alleanza Atlantica.

Spacchettando ulteriormente questi dati capiamo come tra i partiti di sinistra la tendenza è ancor più netta con il 76% degli elettori del Partito socialista e il 73% dei sostenitori tra il partito dei Verdi.

Gli stessi svizzeri iniziano quindi a discostarsi dal ruolo di sostenitori della politica super partes e, nonostante la questione della neutralità svizzera sia di fatto diversa dal fenomeno della finlandizzazione, è proprio la componente storica a determinare in maniera preponderante l’avversione politica a queste manovre.

A conti fatti però, almeno guardando ai numeri, se al centro della ritrosia della ministra ci fosse davvero il tema del consenso, i dati la starebbero smentendo mentre, se il fulcro della questione fosse il tema della neutralità dobbiamo ricordarci che Paelvi Pulli, responsabile della politica di sicurezza al Ministero, ha ammesso come «di recente qualcosa sia mutato nell’interpretazione della neutralità elvetica».

L’ipotesi resta quindi ancora sul tavolo anche se si delinea come un’area grigia, da indagare più a fondo.

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