La Germania in piena crisi vede sfumare i suoi ambiziosi progetti di transizione energetica.
Gli obiettivi green della potenza europea si dirigono verso un vero e proprio flop che rispecchia non solo il contesto di debolezza tedesca, ma la generale difficoltà dell’Europa di promuovere i target di sostenibilità in uno scenario di fragilità e di incertezza crescenti.
La coalizione del cancelliere Olaf Scholz è stata costretta a rivedere il proprio budget dopo che la Corte suprema lo scorso anno ha stabilito che era incostituzionale trasferire più di 60 miliardi di euro stanziati per affrontare la pandemia nel fondo per il clima. Sebbene il bilancio 2024 sia finalmente approvato, ciò è avvenuto solo dopo che il governo ha adottato nuovamente un freno al debito, sollevando preoccupazioni sui finanziamenti disponibili per raggiungere l’obiettivo della Germania di ridurre le emissioni di carbonio del 65% entro il 2030.
Inoltre, l’industria automobilistica tedesca, cuore della sua forza economica, non sta al passo con la conversione verso i veicoli elettrici. Dal sogno green al flop: la parabola della Germania verde è in declino.
Germania, la crisi colpisce il sogno green
Il fondo tedesco per il clima e la transizione energetica dovrà affrontare un deficit di ben 10 miliardi di euro l’anno prossimo, mettendo in dubbio l’obiettivo della nazione di ridurre le emissioni di gas serra secondo indiscrezioni riportate da Bloomberg.
Il divario nel fondo fuori bilancio minaccia progetti chiave come quelli, per esempio, dell’energia solare e dell’idrogeno. Il ministro dell’Economia e del Clima Robert Habeck ha promesso sussidi per sostenere la decarbonizzazione delle industrie chiave, ma le risorse del fondo – che quest’anno dovrebbero raggiungere un totale di 49 miliardi di euro – sono limitate. Ha già stanziato circa 16 miliardi di euro del fondo per aiutare i produttori di chip Intel Corp., Infineon Technologies AG e TSMC di Taiwan a creare siti di produzione nel Paese.
L’incertezza domina il settore. Prr esempio, il Governo vuole costruire circa 40-50 nuove centrali elettriche a idrogeno e gas per colmare un deficit energetico dovuto all’eliminazione progressiva del carbone. Negli anni a venire il conto per i sussidi agli investimenti e al funzionamento potrebbe ammontare a 20-40 miliardi di euro, secondo le fonti anonime di Bloomberg, ma nel bilancio di quest’anno non sono stati stanziati nemmeno 8 miliardi di euro.
“Il problema principale è che la Germania dovrebbe effettivamente investire in modo massiccio in questo decennio per accelerare la trasformazione climatica, garantire energia più economica e trasformare la nostra industria dopo che è stata basata sul gas russo a buon mercato”, ha affermato Jens Burchardt di Boston Consulting Group e fondatore del Centro per il clima e la sostenibilità dell’azienda.
I soldi, però, non ci sono e l’austerità della Germania ora rischia di tradursi in un boomerang, soprattutto in un settore cruciale per il futuro.
Veicoli elettrici senza spinta in Germania
Un’altra faccia della crisi tedesca nel settore green è rappresentata dai veicoli elettrici. Dopo anni di forte crescita, vendere queste auto sta diventando sempre più difficile. E non solo in Germania.
I generosi incentivi statali stanno scomparendo in Europa e negli Stati Uniti sempre meno veicoli ne hanno diritto. Sebbene una gamma di nuovi modelli e opzioni di leasing a basso costo abbiano attirato l’attenzione degli appassionati, dopo alcuni anni dalla rivoluzione dei veicoli elettrici, le infrastrutture e il prezzo rimangono ancora ostacoli per una diffusa adozione.
In Germania, le vendite dovrebbero diminuire del 14% quest’anno, il primo calo dal 2016, secondo il gruppo di pressione VDA. A livello globale, gli osservatori del mercato hanno ridimensionato le previsioni in considerazione che i veicoli sono molto meno convenienti delle equivalenti auto con motore a combustione, nonostante la guerra dei prezzi avviata da Tesla.
“In Germania, la domanda di veicoli elettrici non sembra buona quest’anno”, ha affermato Jan Burgard, capo della società di consulenza automobilistica Berylls Strategy Advisors su Bloomberg. “La fascia alta del mercato dei veicoli elettrici è quasi saturata, e c’è poco da offrire nel segmento basso da 25.000 euro”.
Alla domanda su cosa potrebbe fare il governo per rafforzare il mercato tedesco delle auto non inquinanti, il ministro dei trasporti ha espresso un pensiero: “Infrastrutture di ricarica”.
Tuttavia, anche questo fronte Berlino è rimasta indietro. Nell’ottobre 2022, Wissing ha lanciato un’ambiziosa strategia per investire 6,3 miliardi di euro in un’infrastruttura nazionale che aumenterebbe il numero di stazioni di ricarica in Germania a un milione nel 2030. Non è andato tutto così velocemente come previsto. Secondo l’autorità infrastrutturale, fino allo scorso settembre in Germania esistevano solo circa 105.000 stazioni di ricarica pubbliche funzionanti.
Al ritmo attuale di costruzione, ha osservato VDA, la Germania dovrà triplicare il ritmo se vuole raggiungere il suo obiettivo del 2030.
La coalizione di Governo deve raggiungere l’obiettivo di mettere in circolazione 15 milioni di veicoli elettrici entro il 2030, altrimenti dovrà affrontare il mancato raggiungimento degli obiettivi di emissioni. A novembre, solo circa 1 milione – ovvero il 2% di tutte le auto – sulle strade tedesche erano completamente elettriche. Senza ulteriori sussidi, alcuni analisti ritengono che raggiungere l’obiettivo del 2030 sarà una sfida complessa.
Intanto, il marchio Audi di Volkswagen sta riducendo la sua gamma di veicoli elettrici. L’avvertimento per la Germania è chiaro: se il rallentamento dei veicoli elettrici dovesse sfociare in una crisi a lungo termine, potrebbe minare miliardi di investimenti nel settore e significare che le case automobilistiche non saranno in grado di tenere il passo con le nuove normative sulla riduzione delle emissioni.
Il settore automotive sta attraversando un periodo di cambiamenti, che vanno sostenuti e progettati per evitare il peggiore degli scenari. In Germania, soprattutto, considerando il perso del comparto nella produzione e ricchezza nazionale. Ma anche in altri Paesi suona l’allarme: lo scontro Stellantis-Italia ne è una prova.