Se hai azioni di banche italiane in portafoglio, attento a queste previsioni

Tommaso Scarpellini

30 Maggio 2025 - 16:13

Previsioni critiche per le banche italiane: il caso di Intesa San Paolo e Unicredit fa riflettere gli analisti fondamentali. Con bilanci in potenziale stagnazione, le azioni che fine faranno?

Se hai azioni di banche italiane in portafoglio, attento a queste previsioni

Lo sai che i bilanci delle principali banche italiane potrebbero contrarsi sensibilmente nel prossimo quinquennio? Non è una previsione allarmistica, ma una deduzione che emerge con chiarezza analizzando i dati più recenti di bilancio di UniCredit e Intesa Sanpaolo, le due colonne portanti del sistema bancario italiano.

E quando i bilanci iniziano a mostrare segni di rallentamento, il mercato può rispondere con forza, anche se oggi i titoli bancari sembrano vivere un periodo d’oro, scambiando vicino ai massimi storici.

Ecco perché, se nel tuo portafoglio hai azioni, certificati o obbligazioni bancarie, dovresti fermarti un attimo e leggere attentamente quello che sta succedendo.

Crescita sì, ma in rallentamento

Negli ultimi anni, precisamente dal 2022 alla prima metà del 2024, i conti delle banche italiane hanno vissuto una vera e propria esplosione. I numeri parlano chiaro.

Prendiamo Intesa Sanpaolo: nel 2022 i ricavi totali si attestavano attorno a €21.565 milioni, con un leggero calo rispetto all’anno precedente. Ma è nel 2023 che si assiste al balzo: +17,9% anno su anno, arrivando a €25.416 milioni. Nel 2024 la crescita continua, ma rallenta visibilmente, con un +11,3% a €28.294 milioni. Ecco il primo segnale: i ricavi continuano a crescere, ma lo fanno a un ritmo meno vivace. È come se il motore fosse acceso, ma stesse cominciando a girare al minimo.

Questa tendenza è confermata anche dagli utili netti. Sempre per Intesa Sanpaolo, nel 2022 si registrava un utile netto ordinario di €4.379 milioni. Nel 2023 si passa a €7.724 milioni, con una crescita impressionante del +76,4%. Tuttavia, nel 2024 l’incremento si riduce drasticamente: l’utile netto sale a €8.666 milioni, ma con un incremento più contenuto del +12,2%. Anche qui, stesso schema: forte crescita iniziale, poi rallentamento evidente. È il classico pattern di un ciclo in maturazione.

Il problema è la cassa

Ma i numeri più interessanti, e forse più preoccupanti, arrivano dal lato dei flussi di cassa. Perché se è vero che gli utili crescono, lo stesso non si può dire per la cassa generata dall’attività operativa. E senza cassa, non c’è investimento, non c’è crescita, non c’è ritorno reale per l’azionista. Questo tipo di dinamica mette in seria discussione la sostenibilità degli utili futuri. Se un’azienda non genera cassa, non può reinvestire in attività produttive, non può rafforzare il capitale, non può distribuire dividendi in modo solido.

Il quadro si complica ulteriormente se allarghiamo lo sguardo a UniCredit. Anche qui troviamo un boom nei risultati tra il 2021 e il 2023, ma con segnali di rallentamento nel 2024 e una situazione di flussi di cassa instabili. Gli FCF seguono un pattern estremamente volatile, e ciò significa che UniCredit ha difficoltà a generare cassa in modo stabile. E questo è un problema enorme per una banca che basa gran parte del suo valore di mercato proprio sulla solidità finanziaria futura.

Colpa dei tassi

Qual è il motivo di tutto questo? La risposta sta nella politica monetaria. L’intero settore bancario ha beneficiato in modo eccezionale del rapido aumento dei tassi d’interesse imposto dalla BCE negli ultimi due anni.

Quando i tassi salgono, il margine d’interesse, cioè la differenza tra quanto la banca incassa prestando e quanto paga raccogliendo, si amplia. È un effetto leva potentissimo che ha gonfiato ricavi e utili in tempi rapidissimi. Ma ora lo scenario sta cambiando. Con l’inflazione che rallenta e la BCE che ha già iniziato a parlare di tagli, i margini bancari sono destinati ad assottigliarsi. E se i margini si riducono, anche gli utili tenderanno a farlo. E con loro, la fiducia degli investitori.

Occhio ai supporti

Ecco perché è importante fare attenzione a certi livelli chiave sul mercato. Per UniCredit, il prezzo di €55 rappresenta un supporto tecnico importante. Non è solo una soglia psicologica, ma un livello dove in passato il titolo ha mostrato reattività. Se dovesse essere rotto al ribasso con volumi consistenti, potrebbe innescarsi una correzione significativa.

Stessa logica per Intesa Sanpaolo: il livello di €4,50 è considerato un supporto critico, sotto il quale la pressione dei venditori potrebbe aumentare in modo deciso. I supporti funzionano come barriere tecniche ed emotive: se reggono, spesso il titolo rimbalza; se cedono, può iniziare una nuova fase discendente.

E adesso?

Ciò che preoccupa, però, non è tanto la possibilità di una correzione tecnica, che in un mercato è sempre fisiologica. Il punto chiave è che le banche italiane potrebbero aver già raggiunto il picco dei margini reddituali nel ciclo attuale.

E questo significa che, salvo sorprese macroeconomiche o fusioni strategiche, i prossimi anni potrebbero essere dominati dalla stagnazione, se non addirittura da una contrazione. Il rischio è che le attese di rendimento a doppia cifra che hanno trainato i titoli bancari fino ad oggi vengano gradualmente ridimensionate.

Tutto questo non significa che UniCredit o Intesa siano aziende da evitare. Anzi, restano due colossi fondamentali per l’economia italiana ed europea. Ma è essenziale cambiare prospettiva: non basta più guardare agli utili contabili, bisogna concentrarsi sui flussi di cassa, sulla sostenibilità dei margini, sulla capacità di mantenere dividendi stabili anche in uno scenario di tassi in discesa. E soprattutto, serve molta prudenza nei punti di ingresso a questi prezzi: comprare sui massimi, in assenza di nuova spinta macro, può trasformarsi in un errore di valutazione.