Rai, il flop di TeleMeloni riaccende i dubbi sul futuro della Tv di Stato

Andrea Muratore

4 Dicembre 2023 - 14:15

La Rai meloniana sorpassata da Mediaset. Si apre un grande dibattito sul futuro della Tv pubblica. Serve maggiore trasparenza sulla sostenibilità della Rai?

Rai, il flop di TeleMeloni riaccende i dubbi sul futuro della Tv di Stato

In Rai sono tempi duri dopo che l’era Meloni ha presentato un record - storico - negativo nella gestione di accessi e audience: il sorpasso da parte della Mediaset post-berlusconiana, con la stabilizzazione tra settembre e ottobre del superamento di Canale 5 su Rai 1 e di Italia 1 su Rai 2 ha creato un vero e proprio cortocircuito. Il Biscione orfano del suo patriarca batte la televisione sovranista plasmata da Giorgia Meloni? Ancora presto per dirlo, ma è curioso sottolineare come dall’uscita di molti big da Viale Mazzini sia stata, direttamente o indirettamente, proprio la principale Tv commerciale ad approfittarne.

Il sorpasso

Monica Maggioni non riesce a tenere il ritmo di Lucia Annunziata a Mezz’ora in più, Bianca Berlinguer ha traslocato alla corte di Pier Silvio Berlusconi portando il suo format È ancora Cartabianca con un buon successo di pubblico, mentre fanno flop i due volti della Rai «di destra» più noti, Pino Insegno e Nunzia de Girolamo, che con Il mercante in fiera e Avanti Popolo si sommano al crollo del Tg2, plasmato come “meloniano” durante la direzione dell’attuale Ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, nel completare il crollo. Ironia della sorte, chi invece tira ancora in termini di ascolto è Report di Sigfrido Ranucci, che alla domenica tiene testa alla sfida dell’ex Rai Fabio Fazio, traslocato al Nove con Che tempo che fa, e rappresenta la trasmissione su cui spesso, con scomposta goffaggine, si abbattono gli strali della destra. Già stigmatizzati da un bravo giornalista conservatore come Francesco Borgonovo, che parlando con True News ha ricordato che “il centrodestra non ha investito tanto sul racconto giornalistico di quel tipo ma sui talk show. La tradizione del giornalismo d’inchiesta a destra è minoritaria”.

Il sorpasso è strutturale e certifica la necessità di un ripensamento del modello di business della Tv di Stato. Gli ultimi dati lasciano presagire un sorpasso medio giornaliero, ponderato per i flussi effettivi di ascolti, a favore del Biscione di oltre tre punti percentuali: il 38,45% di Mediaset fa riferimento al 35,37% di share della Rai nella sfida tra i rispettivi terzetti di Orazi e Curiazi, ovvero le reti principe di entrambe le case. Con un’attenzione crescente alla raccolta pubblicitaria e alcuni colpi estemporanei, come la vittoria dei diritti Tv sulla Coppa Italia di calcio per gli anni a venire, a Cologno Monzese hanno di che guardare con serenità all’avvenire. Mentre per la Rai la domanda è esiziale: ha senso un modello che su molti fronti insegue la struttura commerciale e in cui basta un cambio politico per indurre a un’uscita di massa di figure che, al di là del giudizio, erano in grado di offrire share, raccolta pubblicitaria e attività?

I dubbi su TeleMeloni

Ha senso poi che una parte politica veda nella scalata alla Tv pubblica una forma di costruzione di quell’egemonia culturale che, per le nuove generazioni, è in larga parte fuori dalle televisioni? Ha, al contempo, ancora ragion d’essere lo spoil system tutto partitico che assistiamo nella Rai contemporanea? Quale futuro si può ipotizzare per valorizzare al meglio Viale Mazzini? A nostro avviso la Rai non deve essere una televisione tra molte in lotta per un fine unicamente commerciale, ma un organo capace di muoversi sulla scia delle altre componenti dei servizi pubblici garantendo informazione e qualità culturale. Riscoprendo quella funzione pedagogica che da più parti le è stata in passato riconosciuta.

Per garantire questa diversità, il “modello Bbc” appare oggigiorno la via migliore da seguire. Nella Bbc un’autorità terza, quella del monarca che rappresenta l’unità dello Stato, ha la parola ultima per provvedere all’analisi di ogni candidatura al board che amministra l’ente e si sovrappone all’Ofcom, l’autorità garante delle comunicazioni per il Paese di Sua Maestà, nel sostenere attivamente l’indipendenza dell’ente dalla politica. Ai membri del board è imposta massima imparzialità e trasparenza nelle loro azioni. In Italia dal 2004 è stato abrogato l’obbligo di indipendenza a cui soggiaceva la Rai nel contesto normativo tradizionale, che nelle Royal Charter che governano la Bbc è invece attentamente sottolineato.

Alla Rai serve trasparenza

Trasparenza per la Rai vorrebbe dire decidere quali operazioni sono da considerare di servizio pubblico e quali, invece, da orientare al pubblico generale per motivazioni culturali, sociali, di intrattenimento. Seguire sul terreno le Tv commerciali non aiuta specie nella fase in cui si crea concorrenza tra il modello politico a cui guarda l’attuale governo, che nel 2024 farà le nomine Rai, e quello di cui è espressione storicamente il vertice del suo attuale primo concorrente. La Rai meloniana si avvicina all’ultima Mediaset berlusconiana proprio mentre la Mediaset di Pier Silvio si avvicina a un profilo più istituzionale, premiata dagli ascolti e da una certa coerenza di pensiero e percorso.

Quanto alla destra, pensare a Viale Mazzini come mezzo di creazione della sua egemonia culturale non è solo riduttivo, ma rischia di essere controproducente se i nomi propri dell’area politica fanno flop mentre i programmi più osteggiati dalla coalizione di governo si trovano a navigare in acque migliori. E del resto, importanti intellettuali conservatori come Pietrangelo Buttafuoco e Alessandro Giuli stanno ottenendo spazi culturali in istituzioni come Biennale di Venezia e Maxxi di Roma senza dipendere dalla Tv pubblica e dai suoi scranni. E, anzi, ricordandoci che c’è vita fuori la Rai. Qualcosa da non scordare oggigiorno sul fronte culturale conservatore nei giorni in cui il mercato caro alla destra premia la “capitana” berlusconiana nella fase più delicata per Forza Italia a scapito della Rai in cui Giorgia Meloni sognava una rivoluzione ad oggi non accolta attivamente dal pubblico.