Il nuovo rapporto Acri-Ipsos dice che quasi un italiano su due risparmia: cure mediche e pensione la priorità. Ma qual è il trend?
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Il salvadanaio degli italiani non si è svuotato, ha cambiato forma. Alla vigilia della Giornata mondiale del risparmio, che cade domani, sabato 31 ottobre, l’indagine Acri-Ipsos Doxa 2026 fotografa un Paese in cui quasi un italiano su due riesce ancora a mettere qualcosa da parte. Lo fa però sempre meno per costruire progetti e sempre più per coprirsi le spalle: dalle cure mediche alla pensione, passando per un carovita che continua a pesare sul carrello della spesa.
La ricerca, giunta alla 26ª edizione e basata su circa mille interviste, è stata presentata oggi a Roma durante l’evento organizzato da Acri per la 102ª Giornata, dedicata al tema «Il risparmio nella società che cambia». Sul palco anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che ha legato la tutela dei risparmi familiari alla tenuta dei conti pubblici: “Per un Paese con il nostro debito, la prudenza è la prima forma di libertà, quella di decidere a casa nostra”.
Ma quanto riescono davvero ad accantonare gli italiani? E dove finiscono quei soldi?
Quanti italiani risparmiano e quanto mettono da parte
Il dato di partenza è stabile: il 45% degli italiani riesce a risparmiare senza troppe rinunce, come nel 2025. Il confronto con tre anni fa, però, è impietoso, visto che nel 2023 la quota era al 53%. Nel frattempo è cresciuto chi preferisce godersi il presente senza pensare troppo al domani: 19%, contro il 14% dello scorso anno e il 7% del 2023.
Guardando ai comportamenti effettivi degli ultimi dodici mesi, il 44% è riuscito ad accantonare una parte del reddito (41% nel 2025), un valore ancora sotto il 48% del 2023, anno del pieno recupero. Resta invece fermo al 37% chi consuma tutto quello che guadagna, cinque punti sopra il 32% di tre anni fa.
Acri-Ipsos non indica una cifra media in euro. Un riferimento sulla quota di reddito arriva dall’indagine Intesa Sanpaolo-Centro Einaudi presentata a settembre su 1.800 capifamiglia: il 56% ha risparmiato nel 2026 (58% nel 2025), mettendo da parte in media l’11,9% del reddito disponibile, con punte del 14,9% tra i laureati e di quasi il 20% tra gli autonomi. Più severo il quadro macro dell’Istat: la propensione al risparmio delle famiglie si è fermata all’8,2% nel 2025 ed è scesa al 6,7% nel secondo trimestre 2026, con i consumi (+1,7%) cresciuti più del reddito disponibile (+0,4%).
Salute, pensione e imprevisti: per cosa si risparmia
Per il 77% degli italiani il risparmio è prima di tutto una forma di tutela personale. Il 39% lo vive come una necessità per garantirsi sicurezza finanziaria, il 27% come un mezzo per raggiungere obiettivi specifici e il 21% come un’abitudine consolidata. Il dato più eloquente, però, riguarda il welfare: per il 75% il risparmio serve a integrare quello pubblico, soprattutto sul fronte di sanità e cure mediche (45%), seguito da assistenza di lungo periodo ad anziani e non autosufficienti (25%) e previdenza (25%).
La pensione resta un tasto dolente. Tra chi lavora, il 66% è preoccupato per la propria condizione economica dopo il ritiro: il 43% teme un assegno insufficiente, il 33% fatica già oggi a mettere da parte qualcosa per il futuro. Non a caso Giorgetti ha rivendicato l’adesione automatica ai fondi pensione per i nuovi assunti del settore privato, in vigore dal 1° luglio con il meccanismo del silenzio-assenso sul TFR, salvo rinuncia del lavoratore.
Poi c’è la prova del nove degli imprevisti. Il 24% non riuscirebbe a coprire con risorse proprie una spesa inattesa da 1.000 euro, quota che sale al 64% se l’importo arriva a 10.000 euro. Un italiano su tre segnala inoltre di spendere di più rispetto a due o tre anni fa per beni di prima necessità, a partire da alimentari, medicinali e prodotti per la casa. E il 58% ritiene di avere la stessa propensione al risparmio dei genitori, ma di non riuscire ad accantonare le stesse somme.
Dove tengono i soldi gli italiani: vince la liquidità
Sul fronte della gestione, la prudenza resta la regola. Il 63% tiene i risparmi liquidi (64% nel 2025), il 26% ne investe una piccola parte e l’8% la maggior parte. Il conto corrente è il rifugio soprattutto dei Boomers (70%), mentre Gen Z e Millennials, pur considerando la liquidità la scelta più sicura (58% e 56%), mostrano più apertura all’investimento, seppure in quote ridotte (30% e 32%).
Tra le preferenze, tornano al 35% gli strumenti finanziari più sicuri, salgono all’11% (dal 7%) quelli più rischiosi e perde terreno il mattone, sceso dal 31% al 27%. Cambia anche il metro di giudizio: la rischiosità è un criterio di scelta solo per il 29% degli intervistati, contro il 39% del 2025. Chi investe lo fa in particolare per difendere il denaro dall’inflazione e per finanziare progetti personali (20% in entrambi i casi).
Scelte che vanno lette nel contesto ricordato dallo stesso Giorgetti: inflazione europea tornata quasi al 4%, una BCE che ha rialzato i tassi e un BTP decennale salito intorno al 4,5%. In uno scenario simile, la liquidità ferma sul conto perde potere d’acquisto. Il ministro ha annunciato per le prossime settimane un tavolo con Banca d’Italia, fondi pensione, casse previdenziali, assicurazioni e Fondazioni, perché il risparmio di lungo periodo trovi opportunità in Italia, dove oggi i fondi pensione investono nelle imprese nazionali meno del 3% del patrimonio.
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