La spesa media oraria calcolata nelle principali città italiane e i fattori che influenzano i costi di una babysitter per le famiglie
Con la ripresa delle attività scolastiche e il ritorno a orari d’ufficio sempre meno compatibili con quelli dei figli, la domanda di assistenza all’infanzia torna a concentrarsi nei mesi autunnali. Per molte famiglie la babysitter non è più una soluzione di emergenza per una serata fuori, ma una voce fissa del bilancio mensile, al pari della retta del nido o del centro estivo.
Capire quanto costa una babysitter nel 2026 significa però guardare due numeri diversi. Il primo è la tariffa oraria di mercato, quella che si concorda a voce e che varia sensibilmente da Milano a Taranto. Il secondo è il costo reale per la famiglia, che comprende contributi INPS, tredicesima e TFR e che, in un rapporto continuativo, può superare del 30% la cifra pattuita.
È proprio su questo secondo fronte che si gioca la differenza tra un accordo informale e un rapporto regolare. Il settimo Rapporto annuale dell’Osservatorio DOMINA, presentato al Senato il 22 gennaio 2026, conta 902 mila famiglie datrici di lavoro domestico nel 2024, 16 mila in meno rispetto all’anno precedente, a fronte di un tasso di irregolarità del comparto stimato al 48,8%, contro una media nazionale attorno al 10%.
Vediamo quindi le tariffe aggiornate città per città, i minimi fissati dal contratto nazionale, quanto si versa all’INPS e cosa si rischia pagando in nero.
Quanto costa una babysitter all’ora nel 2026?
Secondo la rilevazione 2026 di Babysits, condotta sulle babysitter iscritte alla piattaforma, la tariffa media italiana è di 9,43 euro l’ora, in aumento di 0,16 euro rispetto ai 9,27 euro del 2025. Le richieste si collocano in una forbice compresa tra 8,36 e 10,47 euro a seconda della città.
Una seconda rilevazione, quella di Sitly, indica per il 2026 una media leggermente più alta, pari a 9,63 euro l’ora, calcolata su un database di oltre 349.000 profili registrati e attivi. Le due stime differiscono per campione e metodologia, ma convergono nel collocare la tariffa media nazionale sopra i 9 euro l’ora.
Si tratta in entrambi i casi di tariffe richieste dalle lavoratrici e censite da piattaforme private, non di importi contrattuali: i valori vengono aggiornati dinamicamente e possono variare nel corso dell’anno. Il prezzo effettivo resta comunque oggetto di trattativa e dipende da esperienza, qualifiche, orari e mansioni accessorie.
Prezzi medi: le tariffe nelle principali città italiane
La distanza tra Nord e Sud resta il fattore territoriale più marcato. Tra le città considerate da Babysits nella rilevazione 2026, le tariffe medie sono le seguenti:
- Milano: 10,47 euro l’ora, il valore più alto rilevato;
- Roma: 9,71 euro l’ora;
- Genova: 9,51 euro l’ora;
- Torino: 9,44 euro l’ora;
- Napoli: 8,77 euro l’ora;
- Palermo: 8,75 euro l’ora;
- Taranto: 8,36 euro l’ora, la tariffa media più bassa rilevata.
Lo scarto tra il capoluogo lombardo e la città più economica supera i 2 euro l’ora: su venti ore settimanali equivale a circa 170 euro di differenza al mese. Va considerato che nelle grandi aree metropolitane incidono anche i tempi di spostamento, che alcune lavoratrici traducono in una maggiorazione o in un minimo di ore garantite per chiamata.
Cosa influenza la paga: gli otto fattori da considerare
Al di là della media territoriale, la tariffa si costruisce caso per caso. Gli elementi che pesano di più sulla contrattazione sono:
- esperienza e qualifiche (corsi di primo soccorso pediatrico, titoli in ambito educativo);
- numero di bambini da accudire;
- età dei bambini, con un’indennità contrattuale specifica per l’assistenza fino al sesto anno di età;
- aiuto compiti e ripetizioni;
- faccende domestiche e preparazione dei pasti;
- uso dell’auto propria per accompagnare o prelevare i bambini;
- fascia oraria, con differenze tra diurno, serale e pernottamento;
- lingue parlate e cura di eventuali animali domestici.
Sul numero di bambini il CCNL del lavoro domestico non prevede alcun automatismo nella maggiorazione della retribuzione: l’eventuale compenso aggiuntivo è rimesso all’accordo tra le parti. Diverso il caso dell’età, per cui il contratto riconosce un’indennità specifica, come si vedrà nel prossimo paragrafo.
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Minimi contrattuali: quanto prevede il CCNL
Quando la prestazione è continuativa, anche solo per poche ore alla settimana, si applica il CCNL del lavoro domestico, rinnovato il 28 ottobre 2025 con validità fino al 31 ottobre 2028. Nel contratto la figura della babysitter è normalmente inquadrata al livello BS, fermo restando che l’inquadramento effettivo dipende dalle mansioni concretamente svolte.
Le tabelle in vigore dal 1° gennaio 2026, approvate dalla Commissione nazionale per l’aggiornamento retributivo, fissano per il livello BS:
- 7,45 euro l’ora per la babysitter non convivente (Tabella C);
- 1.053,39 euro al mese per la babysitter convivente a 54 ore settimanali (Tabella A);
- 1.211,38 euro al mese per l’assistenza notturna (Tabella D).
A parte va considerata la Tabella E, riferita alla sola presenza notturna e articolata su un livello unico, che per il 2026 vale 811,09 euro al mese: non è una forma ordinaria di retribuzione del livello BS, ma un importo forfettario legato a una prestazione di natura diversa.
Agli importi si aggiunge l’indennità prevista dall’articolo 34, comma 3, dovuta quando si assistono bambini fino al sesto anno di età: 0,84 euro l’ora per le non conviventi e 138,54 euro al mese per le conviventi. Per una babysitter non convivente che segue un bambino in quella fascia, quindi, il minimo contrattuale 2026 sale a 8,29 euro l’ora.
I valori del 2026 derivano da un doppio meccanismo: l’aumento contrattuale di 40 euro mensili sul livello BS convivente, prima delle quattro tranche che porteranno a 100 euro entro il 2028, e l’adeguamento ISTAT calcolato al 90% dell’indice FOI. Per i conviventi i valori convenzionali di vitto e alloggio ammontano nel 2026 a 6,66 euro al giorno complessivi.
Contributi INPS 2026: le fasce e quanto versa la famiglia
Con la circolare n. 9 del 3 febbraio 2026 l’INPS ha aggiornato gli importi contributivi per i lavoratori domestici, rivalutando le fasce di retribuzione in base alla variazione ISTAT dell’1,4%. Per i rapporti a tempo indeterminato, con quota assegni familiari e orario fino a 24 ore settimanali, i contributi orari 2026 sono:
- retribuzione fino a 9,61 euro: 1,70 euro l’ora, di cui 0,43 a carico della lavoratrice;
- oltre 9,61 e fino a 11,70 euro: 1,92 euro l’ora, di cui 0,48 a carico della lavoratrice;
- oltre 11,70 euro: 2,34 euro l’ora, di cui 0,59 a carico della lavoratrice.
Per i rapporti superiori alle 24 ore settimanali si applica un contributo unico di 1,24 euro l’ora, indipendente dalla retribuzione. A tutti i rapporti si aggiunge il contributo di assistenza contrattuale Cas.sa Colf, pari a 0,06 euro l’ora (codice F2), di cui 0,02 euro a carico della lavoratrice, obbligatorio per contratto. Nei rapporti a tempo determinato gli importi sono più alti per effetto del contributo addizionale dell’1,4%, con valori compresi tra 1,82 e 2,50 euro l’ora.
Attenzione a un passaggio decisivo: la retribuzione oraria effettiva su cui individuare la fascia non coincide con la paga concordata. Comprende anche la tredicesima ripartita su base oraria e, per le conviventi, il valore convenzionale di vitto e alloggio. Una paga di 9,50 euro l’ora, quindi, ricade già nella seconda fascia.
I versamenti sono trimestrali, con scadenza al 10 aprile, 10 luglio, 10 ottobre e 10 gennaio dell’anno successivo. Dal gennaio 2026 l’INPS non invia più i bollettini pagoPA cartacei ai datori di lavoro domestico con meno di 76 anni: il pagamento si gestisce dal portale, mentre per gli over 76 è previsto un periodo transitorio.
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Quanto costa davvero? Un esempio di calcolo
Prendiamo una babysitter non convivente pagata 9,50 euro l’ora per 20 ore settimanali, pari a circa 86,67 ore al mese.
- Retribuzione mensile lorda: 823,37 euro.
- Rateo di tredicesima: 68,61 euro.
- Contributi a carico della famiglia (1,44 euro l’ora di quota datoriale più 0,04 euro di Cas.sa Colf): 128,27 euro.
- Accantonamento TFR: circa 66 euro.
Il costo complessivo si attesta intorno ai 1.086 euro al mese. Rapportando questa cifra alle ore effettivamente lavorate si ottiene un costo medio di 12,53 euro l’ora: un valore indicativo, perché tredicesima e TFR non vengono corrisposti ora per ora ma maturano e si liquidano in momenti diversi. La lavoratrice, dal canto suo, incassa 9 euro netti l’ora, perché 0,50 euro le vengono trattenuti come quota contributiva a suo carico.
Un dettaglio spesso ignorato: il datore di lavoro domestico non è sostituto d’imposta. Non opera quindi ritenute IRPEF e non rilascia la Certificazione Unica: è la lavoratrice a dover dichiarare autonomamente i propri redditi.
Babysitter occasionale: quando basta il libretto famiglia
Se la prestazione è realmente sporadica, la strada corretta è il libretto famiglia INPS, disciplinato dall’articolo 54-bis del DL 50/2017. Si tratta di titoli di pagamento dal valore nominale di 10 euro, riferiti a un’ora di lavoro, acquistabili previa registrazione sulla piattaforma dell’Istituto.
Dei 10 euro nominali, 8 euro arrivano alla lavoratrice: la differenza copre la contribuzione IVS alla Gestione separata (1,65 euro), il premio INAIL (0,25 euro) e gli oneri di gestione (0,10 euro). L’INPS eroga direttamente il compenso entro il giorno 15 del mese successivo alla prestazione, che l’utilizzatore deve comunicare sulla piattaforma entro il terzo giorno del mese seguente.
I limiti economici, riferiti all’anno civile e calcolati sui compensi netti percepiti, sono tre:
- 5.000 euro per ciascun prestatore, considerando tutti gli utilizzatori;
- 10.000 euro per ciascun utilizzatore, considerando tutti i prestatori;
- 2.500 euro per le prestazioni rese dallo stesso prestatore alla stessa famiglia.
A questi si affianca un limite autonomo di durata: 280 ore nell’anno civile tra lo stesso prestatore e lo stesso utilizzatore. Il superamento del tetto di 2.500 euro o di quello delle 280 ore comporta la trasformazione del rapporto in lavoro subordinato a tempo pieno e indeterminato. Per un rapporto regolare e continuativo, quindi, il libretto famiglia non è lo strumento adeguato e occorre procedere all’assunzione secondo le regole del lavoro domestico.
La violazione dell’obbligo di comunicazione preventiva all’INPS è sanzionata a parte, con una somma da 500 a 2.500 euro per ogni prestazione lavorativa giornaliera accertata, senza possibilità di ricorrere alla diffida. I compensi non concorrono alla formazione del reddito imponibile, ma per i pensionati possono incidere sulla cumulabilità del trattamento previdenziale.
Da gennaio 2026 è attivo un nuovo portale dedicato a prestatori e intermediari, con funzioni ampliate dal messaggio INPS n. 2320 del 9 luglio 2026.
Babysitter in nero: cosa rischia la famiglia
La cosiddetta maxisanzione per lavoro sommerso, che arriva fino a 46.800 euro per lavoratore, non si applica al datore di lavoro domestico: lo precisa la scheda informativa dell’INPS, che ne circoscrive l’ambito ai datori privati con la sola esclusione del lavoro domestico. Questo non significa però assenza di conseguenze.
La comunicazione di assunzione va trasmessa all’INPS entro le ore 24 del giorno precedente l’inizio del rapporto, anche se festivo, qualunque sia la durata del lavoro, anche per il periodo di prova e anche se la prestazione è saltuaria o discontinua. In caso di omessa o tardiva comunicazione obbligatoria, la circolare INPS 49/2011 richiama la sanzione amministrativa dell’articolo 19, comma 3, del D.Lgs. 276/2003, da 100 a 500 euro per ciascun lavoratore interessato.
A questa si somma il capitolo contributivo. Nell’ipotesi di evasione contributiva, cioè di denunce obbligatorie omesse o non veritiere, si applicano le sanzioni civili previste dall’articolo 116, comma 8, lettera b), della legge 388/2000: il 30% su base annua dei contributi evasi, con un tetto del 60% dell’importo. Il semplice ritardo nel versamento, senza occultamento del rapporto, ricade invece nell’omissione contributiva, con sanzioni civili più contenute e comunque cumulabili con l’obbligo di versare l’arretrato.
Resta un punto che le famiglie sottovalutano: la mancata regolarizzazione non elimina gli obblighi assicurativi e contributivi del datore di lavoro, che può essere chiamato a sanare la posizione e a sostenerne le conseguenze economiche, oltre a esporsi a una vertenza per differenze retributive, ferie, tredicesima e TFR non corrisposti.
Detrazioni e agevolazioni: cosa si recupera davvero
Il risparmio fiscale legato alla babysitter è limitato ma esiste. I contributi previdenziali versati per gli addetti ai servizi domestici e familiari, babysitter incluse, sono deducibili dal reddito complessivo fino a 1.549,37 euro all’anno, da indicare al rigo E23 del modello 730. Valgono tre regole:
- è deducibile solo la quota a carico del datore di lavoro, non quella trattenuta in busta paga;
- vale il principio di cassa, quindi conta la data del versamento e non il trimestre di competenza;
- il massimale è unico, a prescindere dal numero di lavoratori domestici assunti.
Il risparmio effettivo dipende dall’aliquota marginale IRPEF: sul tetto massimo va da circa 356 euro con aliquota al 23% a importi superiori per i redditi più alti. Le ricevute pagoPA vanno conservate per eventuali controlli.
La detrazione IRPEF del 19% su un massimo di 2.100 euro, invece, non è un’agevolazione specifica per le spese di babysitting: riguarda le spese sostenute per l’assistenza personale di persone non autosufficienti, a condizione che il reddito complessivo non superi i 40.000 euro.
Va chiarito anche un equivoco frequente sul bonus asilo nido. Con la circolare n. 29 del 27 marzo 2026 l’INPS ha aggiornato la misura, che dal 2026 prevede una domanda unica valida fino ad agosto dell’anno in cui il bambino compie tre anni e importi fino a 3.600 euro annui per i nati dal 2024 con ISEE fino a 40.000 euro. Il contributo copre però le rette di nidi e servizi educativi autorizzati, oppure il supporto domiciliare per bambini che non possono frequentare il nido a causa di gravi patologie croniche: non è utilizzabile per pagare una babysitter in condizioni ordinarie.
Domande frequenti
Qual è il minimo contrattuale per una babysitter nel 2026?
- Per una non convivente inquadrata al livello BS il minimo fissato dal CCNL è 7,45 euro l’ora, che salgono a 8,29 euro per l’assistenza a bambini fino al sesto anno di età. Il mercato si attesta però sopra i 9 euro.
Devo assumere la babysitter anche per poche ore a settimana?
- Sì, se la prestazione è continuativa. Il libretto famiglia è riservato alle prestazioni occasionali, entro 2.500 euro netti e 280 ore all’anno verso la stessa famiglia.
Quanto incidono i contributi sul costo finale?
- Per un rapporto da venti ore settimanali a 9,50 euro l’ora, contributi, tredicesima e TFR portano il costo medio a circa 12,50 euro per ora lavorata.
Posso dedurre la spesa per la babysitter?
- Si deducono solo i contributi INPS a carico del datore, fino a 1.549,37 euro annui. Lo stipendio non è detraibile.