Quanto costa l’olio nuovo nel 2026? I prezzi dell’extravergine

Emanuele Di Baldo

24 Settembre 2026 - 17:48

Come ogni anno, l’olio EVO è un termometro economico e sociale molto importante. E quest’anno la situazione è molto diversa rispetto al 2025

Quanto costa l’olio nuovo nel 2026? I prezzi dell’extravergine

L’olio nuovo sta per arrivare nei frantoi e, dopo anni di scontrini salati, per le famiglie potrebbe esserci finalmente una buona notizia. La campagna olearia 2026/2027 parte con giacenze elevate e con quotazioni all’origine lontanissime dai picchi della crisi: a settembre l’extravergine sulla piazza di Bari è quotato 4,55 euro al chilo. Ma guai a dare per scontato che ogni bottiglia costerà poco.

Il prezzo dell’olio extravergine 2026 cambia parecchio tra Puglia, Sicilia e Centro-Nord e quello finale, sullo scaffale o in frantoio, dipenderà da origine, qualità, rese e politiche commerciali. E c’è anche il rovescio della medaglia: quello che per il consumatore è sollievo, per chi produce è un’emergenza. Ecco quanto costa oggi l’olio d’oliva e cosa aspettarsi dalla nuova raccolta.

Quanto costa l’olio d’oliva nel 2026? Si parte dai magazzini pieni

Il punto di partenza sono le scorte. Secondo il report Frantoio Italia dell’ICQRF, elaborato sui registri telematici dell’olio, al 31 luglio 2026 nei depositi italiani risultavano 233.377 tonnellate di oli di oliva, il 43,9% in più rispetto allo stesso periodo del 2025. L’extravergine pesa per 185.373 tonnellate, il 79,4% del totale, mentre l’EVO di origine italiana arriva a 108.299 tonnellate: un anno prima erano circa 45.200, con un balzo del 139,6%.

Il dato è in calo rispetto a fine giugno, quando le giacenze toccavano quota 258.480 tonnellate, ma resta altissimo nel confronto annuale. E non è distribuito in modo uniforme: la sola Puglia custodiva 73.559 tonnellate, il 31,5% di tutto l’olio stoccato in Italia, un peso che ne fa una delle piazze decisive per leggere l’andamento del mercato.

Prezzi all’origine: un mercato a due velocità

Le quotazioni Ismea fotografano un’Italia spaccata in due. A Bari l’extravergine resta fermo a 4,55 euro/kg, lo stesso valore di fine agosto, mentre a Trapani a metà settembre si scende a 6,70 euro/kg, dai 6,90 dell’ultima settimana di agosto.

Salendo lungo la Penisola il quadro cambia: l’Igp Toscano sulla piazza di Siena è rilevato a 12 euro/kg. Secondo L’Informatore Agrario, ad agosto la media nazionale era scesa a 5,77 euro/kg, con punte sotto i 4,50. A premere sul mercato c’è poi l’olio straniero: nella prima settimana di settembre Ismea rilevava l’extravergine a 3,67 euro/kg in Spagna, 3,88 in Grecia e 3,63 in Tunisia.

Le differenze non sono casuali. La Puglia muove grandi volumi, la Sicilia segue dinamiche proprie legate a cultivar e domanda locale, mentre nel Centro-Nord produzioni più limitate, costi medi più alti e alcune Dop e Igp di pregio spingono diverse quotazioni ben oltre i 10 euro/kg. Insomma, parlare di un unico prezzo dell’olio italiano è fuorviante.

Campagna olearia 2026/2027: meno olive, ma il mercato non è vuoto

In Puglia la raccolta è già partita e il quadro è tutt’altro che omogeneo. Secondo le stime di Coldiretti Puglia diffuse il 18 settembre, la produzione è attesa in calo del 40% nel Foggiano e nel Tarantino, del 30% sul Gargano, del 20% tra Bari e BAT e di oltre il 40% nel Brindisino. Fa eccezione il Salento leccese, con un +60% trainato dai nuovi impianti nati dopo la Xylella e dalle ottime rese delle cultivar resistenti. A livello nazionale, secondo il presidente di Federolio Tullio Forcella, quella 2026/2027 sarà una campagna di scarica, con una produzione stimata in calo di circa il 20% rispetto alle 325mila tonnellate dell’annata precedente.

Meno olio nuovo, dunque, ma su un mercato tutt’altro che sguarnito, anche a livello internazionale: le stime USDA di agosto indicano per il 2026/27 una produzione mondiale di circa 3,25 milioni di tonnellate, di cui circa 2,10 milioni nell’Unione europea. Il grosso dei volumi arriverà tra ottobre e novembre: sarà quello il momento della verità, per capire se le giacenze basteranno a calmierare i listini o se rese, qualità delle olive e meteo ridurranno lo spazio per ulteriori ribassi.

Supermercato, frantoio e online: quanto pagheranno le famiglie

Il passaggio dal prezzo all’origine a quello sullo scaffale non è immediato. Il valore in euro al chilo rilevato nelle piazze riguarda prodotto sfuso contrattato tra operatori, non la bottiglia finita con etichetta, trasporto, IVA, packaging e margini della distribuzione. Il calo all’origine potrebbe quindi tradursi gradualmente in prezzi più bassi o in più promozioni, ma il trasferimento non è né automatico né immediato. E molto dipende dal canale di acquisto.

  • Supermercato e discount: le promozioni potrebbero aumentare soprattutto su blend comunitari e marchi del distributore, mentre 100% italiano, Dop, Igp e biologico dovrebbero restare sensibilmente più cari.
  • Frantoio e vendita diretta: il prezzo dell’olio al frantoio dipenderà da resa delle olive, zona, qualità del lotto e formato. Taniche e bag-in-box possono risultare convenienti al litro, ma non è detto che battano le offerte della GDO.
  • Aziende agricole online: il prezzo incorpora spedizione, confezionamento e posizionamento del produttore, per cui il confronto va fatto su origine, annata, tracciabilità e formato.

Da ottobre, con i primi lotti appena moliti, crescerà l’attenzione sul prezzo al litro dell’olio nuovo. Attenzione, però: l’olio più fresco e profumato non coincide per forza con il più economico della stagione, perché le prime partite di qualità possono spuntare un premio rispetto al prodotto standard.

Il confronto con gli anni della crisi dei prezzi

Per misurare la svolta basta tornare indietro di due anni.

Secondo le rilevazioni di Altroconsumo, ad agosto 2024 un litro di extravergine costava in media 9,12 euro nei discount e 9,56 euro in iper e supermercati, contro i meno di 4 euro di gennaio 2019. Nello stesso mese, il prezzo all’origine dell’olio nazionale aveva superato i 9 euro al litro.

Oggi le quotazioni all’origine nelle principali piazze del Sud sono molto più basse e lontane dai livelli toccati quando scarsità spagnola, raccolti ridotti e inflazione avevano spinto il comparto verso valori eccezionali.

Ciò non significa ritorno automatico ai prezzi pre-crisi. Manodopera, energia, vetro, lattine e logistica costano più di qualche anno fa. Il prezzo dell’olio extravergine va letto quindi come una normalizzazione parziale, non come un crollo uniforme: bottiglie più convenienti rispetto al 2024 sì, ma difficilmente l’extravergine italiano di qualità tornerà stabilmente ai livelli che molti ricordano.

Il rovescio della medaglia: i produttori in crisi

E pensare che quello che per il carrello è un sollievo, per chi coltiva è un problema serissimo. Confagricoltura, Unapol e Assofrantoi hanno chiesto il riconoscimento dello stato di crisi del comparto e un fondo straordinario, con misure per la liquidità come la sospensione per 12 mesi delle rate di mutui e finanziamenti e la rinegoziazione dei debiti con garanzie ISMEA. Lo stato di crisi è stato chiesto al Masaf anche dalle Regioni Puglia e Calabria. La posta in gioco è alta: secondo le associazioni, l’olivicoltura italiana genera circa 2,3 miliardi di euro di ricavi e coinvolge 619.000 imprese su oltre un milione di ettari. E, come emerso dall’allarme sull’olio italiano che rischia di diventare un prodotto di lusso, se una parte dei produttori dovesse abbandonare l’attività, nel medio periodo il conto tornerebbe proprio ai consumatori.

Sul fronte istituzionale, il Piano olivicolo italiano 2026-2030 è stato adottato con decreto ministeriale del 13 luglio e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 agosto. Le risorse, però, passano dal Ddl ColtivaItalia, approvato dalla Camera il 6 agosto e ora all’esame del Senato: 300 milioni di euro vincolati al Piano, di cui 50 milioni nel 2027, 200 nel 2028 e 50 nel 2029.

Cosa aspettarsi nei prossimi mesi

Se l’offerta resterà ampia, i listini potrebbero mantenere una pressione al ribasso nelle piazze più liquide. Restano però alcuni fattori di cautela: problemi climatici locali, rese inferiori alle attese, costi di trasformazione. E la filiera potrebbe frenare ribassi troppo bruschi per non vendere sottocosto, soprattutto nelle aziende che producono olio italiano tracciato.

Per chi compra, la regola resta leggere l’etichetta (origine delle olive, campagna di raccolta quando indicata, denominazioni, data di preferibile consumo) e confrontare il prezzo al litro, non quello della singola bottiglia, distinguendo tra formati da 0,75, 1, 3 e 5 litri. Un olio meno caro può andare benissimo per l’uso quotidiano, mentre un monocultivar, un Dop o un olio di nuova raccolta ha senso soprattutto a crudo. La sfida più delicata potrebbe essere quella della distribuzione: trasferire al carrello almeno una parte del calo all’origine senza trasformare l’extravergine in un semplice prodotto civetta.