Quali prospettive concrete offre Trump agli investitori?

Guido Giaume

11 Novembre 2024 - 07:00

Alcune aziende potrebbero crescere temporaneamente con politiche isolazioniste, ma resta incerto se tali misure saranno sostenibili a medio termine.

Quali prospettive concrete offre Trump agli investitori?

Il malcontento che ha portato Trump al potere ha radici profonde, risalenti all’ingresso della Cina nel WTO nel 2001, un momento in cui il Paese asiatico ha iniziato a imporsi come «fabbrica del mondo». Da allora, per oltre vent’anni, la politica occidentale non ha preso in seria considerazione la necessità di redistribuire in modo efficiente i benefici della globalizzazione tra i propri cittadini.

Per chiarire meglio: il libero scambio consente a ogni Paese di specializzarsi nella produzione dei beni in cui è più efficiente, abbassando così i prezzi dei prodotti che possono circolare liberamente.

A parità di salario ciò offre un vantaggio economico ai consumatori, grazie a un incremento del reddito disponibile. Tuttavia, il lato oscuro di questo fenomeno è che gli ex produttori locali dei beni adesso prodotti altrove perdono il lavoro.

Per mantenere l’equilibrio sociale, sarebbe quindi necessario redistribuire parte del reddito generato dall’efficientamento produttivo a favore di chi subisce gli effetti negativi della globalizzazione.

Quando questo non accade, la globalizzazione viene percepita come uno svantaggio e l’isolazionismo comincia a sembrare preferibile, nonostante riduca il benessere economico complessivo.

È importante sottolineare che nessun governo ha affrontato seriamente la sfida della redistribuzione e, ad esempio, dal 2022 il programma federale americano volto a mitigare gli squilibri della deglobalizzazione non è stato più rifinanziato.

Inoltre i governi democratici negli USA hanno a lungo ostacolato, ad esempio dal punto di vista legale, le posizioni monopolistiche delle grandi aziende tecnologiche: questo spiega perché molti magnati della tecnologia si siano schierati con il 47° Presidente.

Se alimentare il malcontento e vincere le elezioni è relativamente facile, gestire le reali complessità economiche è tutt’altra sfida.

Le due principali promesse economiche di Trump sono state:
1) l’isolazionismo, da implementare attraverso l’innalzamento di dazi commerciali;
2) una riduzione della tassazione per le imprese e i redditi più alti.

È evidente che i dazi producono inflazione e riducono il reddito disponibile per i cittadini. Di conseguenza, per contenere l’inflazione, si renderà necessario mantenere tassi di interesse elevati. Inoltre, per finanziare i tagli fiscali, ci sono due strade: ridurre il budget federale e/o incrementare il deficit, che a sua volta richiederà tassi elevati.

È dunque probabile che, sotto la presidenza Trump, i cittadini americani vedranno:
- una riduzione del reddito disponibile a causa dei dazi;
- una diminuzione dei servizi federali.

Questo potrebbe portare a una contrazione della domanda interna, difficilmente compensabile dalla domanda estera a causa delle tensioni commerciali innescate dalla politica dei dazi.

Se osserviamo il rapporto prezzo/utile delle azioni statunitensi, notiamo come lo S&P 500 sia caro, a causa della prima decina di titoli dell’indice e questi prezzi non sono facilmente giustificabili in un contesto economico di bassa crescita.

È vero che alcune aziende potrebbero vedere una temporanea crescita dei propri bilanci grazie alle politiche isolazioniste, ma la vera questione è se le politiche industriali dell’amministrazione Trump riusciranno almeno a sostenere questo equilibrio nel medio periodo.

Inoltre, gli americani avranno un’alternativa attraente all’investimento in azioni: i Titoli di Stato, i cui tassi resteranno elevati per le ragioni già discusse.

Per gli investitori europei lo scenario è ancora più complesso perché occorre aggiungere la variabile del tasso di cambio al contesto già complicato di deficit elevato e isolazionismo economico. Una svalutazione del dollaro – volta a diminuire la pressione sull’economia USA – potrebbe portare o ad una riduzione del rendimento o ad una decurtazione del capitale investito inizialmente.

Tuttavia, occorre rilevare che con i BRICS+ impegnati a costruire un sistema di scambio indipendente dal dollaro, una svalutazione troppo accentuata della valuta americana potrebbe costituire un rischio geopolitico che gli Stati Uniti non sono disponibili ad accettare.

In conclusione, al di là di un entusiasmo più o meno temporaneo per la vittoria di Trump, gli investitori dovrebbero adottare un atteggiamento particolarmente prudente e selettivo nei confronti degli asset statunitensi.