Proprietà e calcio italiano, quanti cambiamenti in 10 anni

Francesco Nasato

02/03/2024

Tra Serie A e Serie B sono sempre più presenti imprenditori stranieri e fondi di private equity. Una tendenza riscontrabile anche a livello europeo.

Proprietà e calcio italiano, quanti cambiamenti in 10 anni

La proprietà di un club calcistico, soprattutto in Italia, è spesso, se non sempre, identificata nella figura di un’unica persona impegnata a supportare e sostenere personalmente il club in questione con le proprie risorse e la propria capacità di iniettare denaro per ottenere successi e risultati sportivi.

Una narrazione che però stride con i cambiamenti avvenuti negli ultimi 10 anni non solo in Italia, ma in tutta Europa, con alcuni distinguo che è doveroso fare e che si ricollegano a norme specifiche che regolano il possesso di un club calcistico (vedasi Bundesliga).

Rimanendo però concentrati sul contesto del calcio italiano, gli esempi di imprenditori stranieri o addirittura di figure legate al private equity che investono nel calcio intendendolo come un’industria e non come un “passatempo dispendioso” iniziano a essere presenti sia in Serie A che in Serie B. Un fenomeno che riguarda in modo orizzontale sia i grandi club che i club considerati più piccoli, ma che spesso grazie a nuove proprietà sono in grado di cambiare i propri obiettivi e mutare le proprie ambizioni.

Da Milano a Roma, passando per Firenze, Bergamo, Genova e Bologna

Le proprietà di Inter e Milan sono forse le prime che vengono in mente come esempi pratici di questo ragionamento. La famiglia Zhang in casa nerazzurra, Gerry Cardinale e RedBird per i rossoneri, sono soggetti che fino a 10-15 anni fa mai ci si sarebbe immaginato potessero essere a capo di due eccellenze del nostro pallone. Intanto non sono italiani: appaiono lontanissime le epoche dei Berlusconi e dei Moratti, imprenditori italiani che grazie a risorse personali e delle aziende di famiglia tenevano in piedi i club e mantenevano costantemente elevate le ambizioni a livello sportivo. Quel modello, però, non è più attuabile come ripetuto allo sfinimento e come in qualche modo anche la Uefa con le proprie norme ha cercato di mettere nella testa di tutti.

Ecco che quindi oggi Inter e Milan devono essere due club in grado di sostenersi con le proprie gambe, intese come ricavi economici ottenuti da diritti televisivi, sponsor, partnership, iniziative commerciali di vario genere e, se necessario, anche dal “player trading”, cioè l’acquisto di un giocatore per una cifra e la sua cessione in un secondo momento per una somma più alta di quella inizialmente spesa. Le stesse ambizioni, ovvero di un auto sostentamento che non precluda i risultati sportivi, anima anche i progetti di altre squadre che in questo momento sarebbero tutte qualificate alle prossime coppe europee.

A Roma, dopo James Pallotta (altro imprenditore made in USA), ecco la famiglia Friedkin, impegnata a rimettere in equilibrio una situazione delicata come quella delle casse giallorosse. A Bologna dal 2014 c’è l’italo canadese Saputo, a Firenze ecco Rocco Commisso, origini calabresi trapiantate negli Stati Uniti. Infine a Bergamo ecco il fondo di investimento Bain Capital che possiede la maggioranza dell’Atalanta, mentre a Genova sponda Genoa c’è un altro fondo di investimento a detenere la maggioranza, 777 Partners.

Serie B, proprietà solide e con le idee chiare

Scendendo in Serie B se possibile si trovano casi ancora più interessanti, come quelli di Como e Palermo. Sulle rive del Lario sono arrivati gli Hartono, multi miliardari indonesiani, in Sicilia invece c’è il City Football Group, stessa proprietà del Manchester City tanto per dare un’idea. E i casi non finiscono qui. A Parma comanda Jerry Krause, a Venezia il club è nelle mani di un gruppo di investitori americani che si dice però sia pronto a passare la mano, cedendo il pacchetto di maggioranza ad altri soggetti attivi sempre nel private equity.

Tutte queste squadre non sono accomunate solo da proprietà lontane da un’idea tradizionale e romantica di calcio, ma anche dal fatto che in questo momento della stagione sono ai vertici della classifica di Serie B e sembrano destinate a lottare per la promozione diretta in Serie A fino all’ultima giornata, continuando a inseguirla nel caso in cui fossero costrette a passare attraverso gli stretti pertugi dei playoff.

Proprietà in giro per l’Europa: ci sono i tifosi in Spagna e Germania

Come si accennava all’inizio Spagna e Germania rappresentano due piccole eccezioni rispetto alle proprietà dei club di calcio. Soprattutto la Bundesliga ha una norma molto chiara, la cosiddetta «50+1»: almeno la metà più una delle azioni deve essere di proprietà di una Eingetragener Verein, una associazione registrata regolata da meccanismi decisionali democratici, un meccanismo che esclude gli investitori di maggioranza privati. Ci sono alcune esenzioni, rigidamente normate, come quelle di Bayer Leverkusen e Wolfsburg, ma per esempio il Bayern Monaco rispetta questa norma senza tentare alcun tipo di forzatura. Venendo rapidamente in Spagna le possibilità sono due: o una squadra è totalmente in mano ai privati che possono quindi acquistare anche tutte le quote del club o è invece un’associazione no profit in mano ai propri soci, con la regola “un socio un voto” in sede di assemblea, come nel caso di Real Madrid e Barcellona.

La Premier League ha invece una situazione molto più simile, per quanto possibile, all’Italia sulle proprietà. Manchester United, Liverpool, Chelsea, Manchester City, Newcastle, Arsenal, tutti club detenuti da soggetti che non sono inglesi o britannici, ma provengono soprattutto dagli Stati Uniti. Fino ad arrivare al caso Newcastle, molto dibattuto nei mesi scorsi in Premier, detenuto nei fatti dal fondo sovrano dell’Arabia Saudita, quel PIF di cui nelle ultime settimane si è tornato a parlare in Italia in merito a un possibile ingresso nel Milan con una quota di minoranza.