Se il Brent tornasse a 120 dollari, i giornali parlerebbero di shock petrolifero. Ma non sarebbe, di per sé, una replica degli anni ’70. I mercati oggi sono più profondi, l’economia globale è più efficiente, gli Stati Uniti sono energeticamente più autonomi.
Il vero punto debole, infatti, è in Europa. E non è il prezzo del barile, ma la continuità delle forniture di gas, la vulnerabilità industriale e una transizione energetica ancora incompiuta.
Se lo Stretto di Hormuz diventasse instabile non per giorni ma per mesi, il problema non sarebbe solo quanto costa l’energia. Sarebbe se e a che condizioni l’Europa può continuare a produrre, esportare e crescere.
E questa è una questione che può durare anni.
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Perché non è il 1973 (anche se il petrolio sale)
Il parallelo con il 1973 è inevitabile ogni volta che il petrolio sale. Ma il contesto di oggi è profondamente diverso da quello che seguì la guerra del Kippur e l’embargo Opec.
All’epoca lo shock petrolifero colpì un’economia occidentale fortemente dipendente dal greggio, con un’intensità molto più elevata e con le banche centrali impreparate a gestire un’esplosione dell’inflazione. Oggi il contesto è diverso.
Gli Stati Uniti, ad esempio, non sono più l’anello debole. Grazie allo shale oil, sono diventati esportatori netti di energia. Questo significa che uno shock petrolifero globale colpirebbe l’inflazione americana, ma non metterebbe in discussione la sicurezza energetica del Paese come accadeva cinquant’anni fa. La trasmissione allo scenario macro sarebbe molto più attenuata.
Anche l’economia globale è meno energivora. Per unità di PIL si consuma meno petrolio rispetto agli anni ’70. Efficienza, elettrificazione e diversificazione delle fonti hanno ridotto l’impatto diretto di un rialzo del barile sulla produzione industriale.
Infine, i mercati finanziari sono più profondi, liquidi e reattivi. Futures, opzioni e coperture consentono alle imprese energivore di attenuare l’impatto nel breve termine. Questo non elimina il problema, ma ne diluisce la trasmissione immediata.
Per questo un Brent a 120 dollari non equivale automaticamente a stagflazione globale. Può rallentare la crescita, può creare tensione su inflazione e margini, ma non rappresenta di per sé una frattura sistemica mondiale.
Perché si materializzi uno scenario davvero “anni ’70” servirebbe qualcosa di più.
Il vero rischio è il gas (per l’Europa)
Tutti guardano il Brent. Ma la variabile che può davvero cambiare il destino industriale europeo non è il petrolio. È il gas.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’Europa ha sostituito Mosca con il GNL, soprattutto quello proveniente dal Qatar. Una scelta necessaria. Ma una parte rilevante di quei flussi passa proprio dallo Stretto di Hormuz.
TTF Natural Gas Future
Fonte Tradingview
Nello scenario migliore, il rialzo potrebbe essere temporaneo. il TTF salirebbe bruscamente, magari per qualche settimana, per poi rientrare con il ripristino dei flussi. Imprese e famiglie assorbirebbero il colpo, come già accaduto in passato. Sarebbe volatilità, ma senza scatenare una crisi.
Il quadro cambia se l’interruzione si prolunga. Gli analisti di Goldman Sachs stimano che un mese di stop potrebbe far salire i prezzi del gas in Europa e dell’LNG spot in Asia fino al 130%, intorno ai 25 dollari per mmBtu. A quel punto il rincaro non resterebbe confinato ai mercati finanziari: entrerebbe nei bilanci aziendali, nelle bollette, nei costi di produzione.
Se lo shock dovesse superare i due mesi, con il TTF oltre i 100 euro per megawattora, il problema non sarebbe più solo il prezzo. Sarebbe la sostenibilità. Il TTF è il benchmark che determina il costo dell’elettricità europea. E l’elettricità è il cuore della siderurgia, della chimica, della ceramica, dell’automotive, dei distretti manifatturieri italiani. A quei livelli, i margini si comprimono fino ad azzerarsi. Le PMI, che hanno meno strumenti di copertura rispetto ai grandi gruppi, sarebbero le più esposte. Alcune ridurrebbero i turni, altre rinvierebbero investimenti, altre ancora potrebbero fermarsi.
Nel frattempo le famiglie vedrebbero salire le bollette, con effetti immediati sui consumi. E il problema smetterebbe di essere solo energetico.
Con l’inflazione in risalita e una crescita rallentata, la Bce potrebbe vedersi costretta a muoversi con cautela sui tassi proprio quando l’economia perde slancio. Lo spread Btp-Bund sarebbe di nuovo osservato speciale se i mercati iniziassero a scontare più deficit e meno crescita.
È così che prende forma il vero rischio. Non uno shock globale, ma una vulnerabilità concentrata sull’Europa.