L’oro sembra essersi fermato, ma gli analisti dicono che può salire del 67%. Negli ultimi due anni il prezzo del metallo giallo è più che raddoppiato, passando dai 2.000 dollari di inizio 2024 a oltre 5.500 di gennaio 2026.
Ora però il prezzo si muove meno. Non perché il rischio sia sparito, ma perché il mercato si è abituato. Continuano ad accumularsi tensioni macroeconomiche, squilibri geopolitici e dinamiche monetarie che, nel medio periodo, potrebbero riattivare la corsa oltre gli 8.000 dollari l’oncia. Non è lo scenario più probabile. Ma è quello che inizia a diventare coerente con l’ipotesi di nuovi massimi storici ben oltre quelli attuali. Ma quanto c’è di realistico in questa previsione? E soprattutto: cosa dicono davvero gli esperti?
Previsioni per fine 2026 delle banche d’affari
Goldman Sachs vede l’oro a 5.400 dollari entro fine anno. Bank of America a 6.000 dollari, Morgan Stanley a 5.700 dollari e JP Morgan a 6.300 dollari. Numeri che, letti così, sembrano già tirati. In realtà, sembrano più previsioni prudenti travestite da scenario rialzista. Perché nessuna grande banca, oggi, può permettersi di mettere nero su bianco un target davvero estremo senza esporsi troppo.
Queste previsioni hanno però un elemento comune: dicono implicitamente che il trend non è finito e, soprattutto, che è diventato strutturale.
È questa la prospettiva che apre lo spazio per scenari molto più aggressivi, quelli che iniziano a parlare di 7.000, 8.000 dollari l’oncia. Non come provocazione, ma come conseguenza logica di un sistema che sta cambiando pelle.
Se nel breve termine sono ancora possibili correzioni, il quadro di fondo è orientato al rialzo, spinto da più forze che si sommano e sostengono i prezzi. Non è una sola variabile a fare la differenza, ma un incastro sempre più stretto: politica monetaria che si allenta mentre l’inflazione resiste, rendimenti reali che si comprimono senza dare alternative credibili, banche centrali che comprano oro non per diversificare ma per sganciarsi dal dollaro. E poi la geopolitica, che non è più un evento isolato ma uno stato permanente.
In questo scenario, l’oro non reagisce più alle crisi, ma le anticipa. E per far muovere più velocemente i prezzi servono shock sempre più forti.
Perché il mercato non sta ancora prezzando il target a 8.000 dollari
Il target degli 8.000 dollari è improbabile nel 2026, ma diventa un obiettivo raggiungibile tra il 2027 e il 2030, secondo JP Morgan e Yardeni Research.
Non si tratta di previsioni mainstream, ma di scenari possibili, difficili da prezzare con i modelli tradizionali, almeno per ora.
Le grandi banche d’affari, per loro natura, si muovono su stime conservative. Non possono permettersi di uscire troppo dal consenso senza correre rischi reputazionali. Per questo i target ufficiali restano ancorati a un orizzonte lineare, fatto di variabili macro già note. Ma il contesto è cambiato.
Il vero driver, infatti, non è più l’investitore che cerca protezione nei momenti di incertezza. A fare il prezzo sono le banche centrali, che comprano per scelta. Negli ultimi anni hanno accumulato oro a ritmi record per ridurre il peso del dollaro nelle riserve. Prima ancora che una mossa finanziaria, è una decisione politica.
Questo significa che il prezzo dell’oro dipende sempre meno dal “mercato” e sempre più dalle dinamiche monetarie globali, in particolare dal debasement trade, cioè dalla progressiva svalutazione delle valute fiat in atto dalla crisi finanziaria del 2008. L’oro continua a seguire inflazione e tassi, ma anche gli equilibri geopolitici, i rapporti di forza tra valute e le strategie di lungo periodo degli Stati.
Dunque il traguardo degli 8.000 dollari sembrerà molto più vicino nel momento in cui l’oro verrà percepito come un asset strategico in un mondo che sta cambiando equilibri.
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