«Forse avremmo dovuto usare un tocco più morbido», ha ammesso alla fine Trump, mercoledì 4, alla domanda di un giornalista su come l’agenzia delle frontiere ICE (Immigration and Customs Enforcement) si era mossa in Minnesota per assolvere alla sua missione di arrestare ed espellere gli immigrati clandestini con precedenti penali. Non càpita spesso (mai?) di assistere ad un mea culpa del presidente per le sue mosse.
Soprattutto quelle che riguardano la repressione dell’immigrazione fuori legge, il suo preferito cavallo di battaglia, che del resto è quello che l’ha ri-portato alla Casa Bianca.
Il giorno prima, a seguito della morte di due manifestanti contro l’ICE, uccisi per strada a colpi di pistola a Minneapolis in due successivi scontri con gli agenti, il presidente aveva mandato il suo zar dei confini, Tom Homan, per raffreddare il clima politico. Era evidente che l’America si stava pericolosamente avvicinando alla “zona George Floyd”, l’afro-americano la cui morte per mano di un poliziotto bianco aveva generato proteste in tutta America. Era l’estate del 2020, e l’allora presidente repubblicano fu travolto dallo slogan Black Lives Matter: a novembre perse anche per questo ambiente rovente, oltre alla batosta dei milioni morti per il COVID.
Trump, che vive di sondaggi, ha visto la sua popolarità crollare nel corso del 2025, dal 56% di approvazione in gennaio al 43% attuale (per Rasmussen). In parallelo, una rilevazione sulla generica propensione a votare per un partito o per l’altro ha mostrato che le prospettive del GOP per le elezioni di medio termine che rinnoveranno il Congresso, fra nove mesi, sono negative. Tra i votanti interpellati, i Democratici hanno un vantaggio di sei punti sul GOP, e tutti i commentatori prevedono un ribaltone: la Camera, ora in mano ai Repubblicani, finirà sotto il controllo dei Democratici. Per il Senato i giochi sono aperti, ma potrebbe passare anch’esso all’attuale partito di minoranza.
Era evitabile un quadro tanto oscuro per Trump? L’opinione pubblica americana è sensibile, per il 90%, alla combinazione dei due temi interni della economia e dell’ordine pubblico, di cui è parte l’invasione di 10 milioni di clandestini entrati attraverso i confini spalancati, apposta, da Biden nel suoi quattro anni. La politica estera, dove il governo Trump ha compiuto azioni di grande successo - da Gaza al Venezuela e all’Iran - non è di fatto molto rilevante nel dare buona popolarità, se le cose vanno al meglio. Può contare, e molto, in caso di rovesci evidenti: Biden patì molto pesantemente la debacle di Kabul, con il vergognoso ritiro dei soldati e la morte di decine di marines.
Quindi, i guai di Trump sono legati alla gestione della grande vittoria del sigillo dei confini. Non entra più nemmeno un clandestino, da quando ha invertito di 180 gradi le politiche di Biden-Harris. Gli americani lo avevano votato per ripristinare il normale regime alla frontiera. Lui, però, si è voluto impegnare in un compito più grande, doveroso (e infatti lo aveva promesso), ma anche delicato e pericoloso: deportare chi non è qui con le carte in regole. Ciò comporta il muoversi con rigore e con intelligenza, da parte del Dipartimento della Sicurezza Interna, e delle sue due agenzie di polizia, le guardie di frontiera e l’ICE. La precedenza assoluta andava data alla individuazione e alla espulsione dei soli criminali condannati o almeno indiziati di reati gravi. La semplice trasgressione d’essere qui senza documenti validi, da parte dei clandestini pacifici, non è ritenuta una causa seria e valida per inscenare raid fuori proporzione. Le espulsioni mirate dei manigoldi, invece, sono un obiettivo su cui gli americani erano, e sono, (quasi tutti) d’accordo.
Tra i Democratici e i militanti di sinistra c’è tuttavia chi ha visto la campagna per la deportazione degli irregolari come una ghiotta occasione di opposizione a Trump. Da qui, le manifestazioni di strada, a freddo, per ostacolare le operazioni degli agenti federali. A prescindere da chi l’ICE avesse nel mirino: criminali, membri di bande, stupratori, spacciatori (giusto), ma anche diligenti lavoratori messicani, impiegati da anni nei grandi magazzini (sbagliato).
Si deve dire che si sono comportati male gli uni e gli altri. L’ICE a non mirare solo ai bersagli giusti e i Democratici a proteggere anche i criminali. Il fatto è che dagli scontri degenerati nel sangue, e dal movimentismo di piazza della sinistra contro i federali, a pagare sono Trump e i Repubblicani. Ma è giusto - e comunque inevitabile - che sia così. Chi è al governo deve saper essere l’adulto nell’arena politica. Trae beneficio dalla pace sociale, e paga il caos e il disordine.
Trump non ne ha mai fatto cenno, ma aveva un esempio virtuoso da sbandierare, il caso della Florida. Per ignoranza? Per negligenza? Per non dare visibilità ad un possibile concorrente del suo vice JD Vance fra 3 anni alla prossime presidenziali? Nessuno conosce questo caso di ottima gestione delle deportazioni di irregolari al di là di chi vive in quello Stato in solide mani repubblicane, dove il governatore dello stato Ron DeSantis ha operato in modo efficace. Ha trovato un’intesa con l’ICE, peraltro prevista dalla legge, grazie al quale i sindaci, e gli sceriffi delle contee, cooperano attivamente con gli agenti federali.
Un mese fa, a inizio gennaio, DeSantis ha celebrato in una conferenza stampa un traguardo record della operazione “Tidal Wave”, lanciata otto mesi fa in collaborazione con l’ICE: oltre 10.400 arresti di immigrati irregolari. Senza scontri. Senza incidenti da prima pagina. L’iniziativa, definita la più ampia nella storia dell’agenzia federale, prevede l’arresto e il trasferimento alle autorità di Washington dei soggetti irregolari per la successiva espulsione. Come? Semplicemente convincendo le autorità locali a consegnare all’ICE i soggetti già in galera. Suona incredibile alla gente di buon senso, ma la pratica in vigore negli stati e nelle città santuario è di proteggere questi soggetti dall’arresto da parte dei federali.
Il procuratore generale della Florida James Uthmeier ha puntato l’attenzione sugli aspetti criminali: molti degli arrestati, ha detto, erano coinvolti in reati contro minori e sconteranno pene detentive prima del rimpatrio. «La Florida indica la via, altri Stati seguano l’esempio», ha concluso. In Florida, l’operazione anti-immigrazione di DeSantis ha superato i 10mila arresti, e non c’è stata alcuna sommossa. Anche il commissario all’Agricoltura Wilton Simpson ha elogiato i risultati concreti: «Grazie ai primi accordi 287(g) a livello nazionale, la Florida lavora a stretto contatto con il governo federale per identificare, detenere e processare chi si trova illegalmente nel Paese, specialmente i colpevoli di reati gravi». «Questo traguardo dimostra cosa si ottiene quando Stato e governo federale uniscono forze e risorse», ha concluso Kevin Guthrie, direttore della Divisione gestione emergenze. «L’operazione ha prodotto risultati tangibili e offre un modello replicabile per altri Stati».
L’operazione Tidal Wave, la prima del genere negli Usa, era stata avviata nell’aprile 2025 con accordi sulla base del citato protocollo 287(g). Essi consentono alle agenzie statali di collaborare direttamente con l’ICE, assumendo poteri immigratori finora riservati al governo federale. Da allora, gli agenti statali hanno identificato, fermato e processato immigrati irregolari, inclusi colpevoli di reati gravi soggetti a ordini di espulsione definitiva. Tra gli arrestati prevalgono i guatemaltechi (3.435), i messicani (3.331), gli honduregni (1.353); seguono El Salvador (312), Venezuela (312) e altri Paesi (per un totale di 1.249).
L’operazione ha visto agenti federali, statali e locali agire in sinergia con ICE, ministero della sicurezza interna, agenti di protezione dei confini, Fbi, Dea, Aft e U.S. Marshals Service, al fianco della polizia stradale della Florida. Certo è un quadro non facilmente immaginabile negli Stati in mano democratica, ma se Trump avesse promosso una campagna di informazione puntuale su questo successo della legalità, in uno Stato di grande importanza (terzo dopo California e Texas) e vicino al Sud America, avrebbe offerto una soluzione positiva, pacifica e replicabile. E mostrando l’esempio virtuoso della fruttuosa alleanza tra ICE e autorità locali in Florida, avrebbe messo con le spalle al muro il governatore Tim Waltz e il sindaco Jacob Frey, facendo passare dalla parte del torto i fomentatori delle proteste violente.