Perché la causa di Musk contro Media Matters smaschera i fact-checker

Roberto Vivaldelli

24/11/2023

La piattaforma social X (ex Twitter) di Musk ha intentato una causa contro Media Matters for America. Ecco come agiscono i presunti fact-checker.

Perché la causa di Musk contro Media Matters smaschera i fact-checker

La causa intentata da X (ex Twitter) e Media Matters for America (MMFA) è cruciale per il futuro della libertà di parola ed espressione sui social media. Motivo? Perché racconta come operano certi fact-checker tutt’altro che indipendenti. L’organizzazione no-profit di David Brock avrebbe mostrato, in un recente rapporto, i finanziatori e inserzionisti di “X” accanto a contenuti “antisemiti” apparsi sulla piattaforma. Un chiaro tentativo di “distruggere” la piattaforma social, secondo X, al fine di incoraggiare gli stessi inserzionisti a ritirare i loro investimenti.

L’ufficio del procuratore generale del Texas Ken Paxton ha annunciato che avrebbe indagato per “potenziale attività fraudolenta”. “Si tratta di un’azione legale frivola che mira a costringere al silenzio i critici di X”, ha replicato il presidente dell’organizzazione, Angelo Carusone. “Media Matters sostiene i suoi servizi e non vede l’ora di vincere in tribunale”. Lo scorso fine settimana, il proprietario di X, Elon Musk, aveva annunciato dal suo profilo X che avrebbe intentato una “causa termonucleare” contro Media Matters, pubblicando uno screenshot di un documento in cui X sostiene che quest’ultima “ha travisato la reale esperienza degli utenti” sulla piattaforma.

Perché è importante

La vicenda va ben oltre la diatriba legale si tratta tra la piattaforma social di proprietà di Elon Musk e un’organizzazione che che si presenta come “un centro di ricerca e informazione progressista, senza fini di lucro, dedicato al monitoraggio, all’analisi e alla correzione completa della disinformazione conservatrice nei media statunitensi”. A prescindere da ciò che si pensa di Musk e X, infatti, è interessante leggere il contenuto della causa intentata dalla piattaforma contro l’organizzazione di Brock (accuse che, naturalmente, dovranno essere dimostrate in tribunale): “Media Matters seguiva esclusivamente un piccolo sottoinsieme di utenti composto interamente da account appartenenti a una delle due categorie: quelli noti per produrre contenuti estremi e marginali e gli account di proprietà dei grandi inserzionisti di X. Il risultato finale è stato un feed progettato con precisione da Media Matters per un unico scopo: produrre posizionamenti affiancati di annunci e contenuti da ‘screenshottare’ nel tentativo di allontanare gli inserzionisti” si legge.

E ancora: “Media Matters ha quindi dovuto scorrere e aggiornare all’infinito il suo feed non rappresentativo e selezionato manualmente finché non ha finalmente selezionato i contenuti che desiderava: post controversi accanto alle inserzioni pubblicitarie a pagamento dei maggiori inserzionisti di X”. Il riferimento è al dossier pubblicato da Media Matters il 16 novembre e intitolato “Poiché Musk sostiene la teoria del complotto antisemita, X ha inserito annunci per Apple, Bravo, IBM, Oracle e Xfinity accanto a contenuti filo-nazisti”. Dunque, un bel “boccone avvelenato” che - se vero ciò che afferma la piattaforma di Musk - metterebbe in luce un modus operandi assai discutibile nel tentativo di infangare X e, in generale, coloro che Media Matters individua come “disinformatori” di destra (l’organizzazione ha nel mirino da tempo il giornalista Tucker Carlson).

Che cos’è Media Matters

Media Matters è il watchdog di David Brock, giornalista e commentatore politico, molto noto negli Usa, che ha iniziato la sua carriera giornalistica con l’American Spectator, scrivendo una serie di articoli su Anita Hill e i Clinton per tutti gli anni Novanta. Brock è stato il primo giornalista a indagare sulla vita personale di Bill Clinton; i suoi servizi, secondo il New York Magazine, “hanno condotto alla causa per molestie sessuali di Paula Jones, che ha quasi messo fine alla presidenza di Clinton”. Nel 1997, tuttavia, Brock ha annunciato la sua conversione, da conservatore a convinto democratico. Da allora è diventato un nemico della stampa conservatrice. Non a caso il suo numero pubblico numero uno è l’ex anchorman di Fox News, Tucker Carlson. Come spiega il giornalista Matt Taibbi, Media Matters è stata a sua volta un divulgatore di notizie false, e ha alimentato la bufala del “Russiagate”. L’organizzazione, scrive Taibbi, ha diffuso “le informazioni contenute nel dossier Steele”, divulgando la bufala di “Michael Cohen a Praga”, e attaccando tutti coloro che osavano mettere in discussione la narrazione della “collusione" tra la campagna di Trump e la Russia: accusa - alimentata dalla stampa mainstream e dalla Campagna di Hillary Clinton - che si è poi rivelata completamente falsa.

Come agiscono questi gruppi, lo spiega anche il giornalista premio Pulitzer Gleen Greenwald: si tratta di organizzazioni che esercitano “pressioni sugli inserzionisti affinché si dissocino da qualsiasi sito che permetta il dissenso verso le ortodossie liberali, compresi i siti che non fanno altro che offrire libertà di parola alle persone che vogliono esprimersi. Per raggiungere questo scopo - osserva - questi gruppi minacciano implicitamente le aziende inserzioniste che, se non cesseranno immediatamente la loro pubblicità sui siti presi di mira, saranno anch’esse pubblicamente accusate di sostenere il bigottismo, il razzismo, l’antisemitismo, la transfobia o qualsiasi altra accusa che questi siti sfruttano per infangare i loro avversari”. Ecco perché, dunque, la causa intentata da X è così rilevante: non per Elon Musk ma affinché la libertà di parola e di espressione venga garantita. Contro i presunti fact-checker custodi della verità.