Lo speaker della Camera Kevin McCarthy, repubblicano, ha lanciato un’inchiesta finalizzata a mettere il presidente Joe Biden sotto impeachment. La base per l’annuncio è quanto la Commissione camerale di supervisione degli atti di governo, presieduta da James Comer, ha finora scoperto sugli affari esteri del figlio del presidente, Hunter, in accordo con il padre Joe. Ma dire che ci sarà un impeachment e avviare davvero la procedura, con un voto solenne della Camera, sono due cose diverse. E il partito repubblicano è spaccato sul come procedere. In buona sostanza, ci sono coloro che spingono per accelerare il processo, ossia il voto, e una forte ala che preferisce una strategia più prudente. Se McCarthy chiedesse il voto, non è detto che avrebbe i 218 deputati per il sì.
Tra i primi ci sono i deputati più radicali, per lo più vicini a Trump che da tempo chiede al GOP di attaccare Biden con l’impeachment. Non fosse altro che per riservargli lo stesso trattamento che aveva ricevuto lui, che di impeachment ne aveva subiti due. Peraltro, si ricorderà che entrambi i voti di impeachment della Camera, che al tempo di Trump presidente era in mano ai Democratici, finirono con un nulla di fatto perché al Senato occorre una maggioranza qualificata per far arrivare la procedura al traguardo, e questa maggioranza non c’era allora contro Trump, e non c’è neppure oggi contro Biden.
E proprio questo argomento, ossia la certezza che allo stato attuale delle indagini sulla corruzione della famiglia Biden, i senatori Democratici avrebbero i voti, e tutta l’intenzione, per far assolvere il loro presidente, è quanto frena molti senatori del GOP, e non pochi deputati, dall’andare all’assalto con un impeachment teorico, e irrealizzabile.
La posizione dei contrari all’avvio della procedura si basa sul fatto che la Commissione di Comer sta facendo, anzi ha fatto già, un eccellente lavoro nello smascherare le tresche politico-finanziarie del figlio Hunter e del suo socio Devon Archer con il vecchio Joe. E vedono che lo stillicidio di notizie emerse finora sta scavando pesantemente nell’indice di popolarità del presidente, che è il risultato politico più importante per il GOP.
Il trend lo si vede dai numeri: il più recente sondaggio della CNN gli assegna il 39%, in caduta di sei punti dal 45% del gennaio scorso, con il 61% che ora disapprova il suo lavoro alla Casa Bianca.
Impossibile non mettere in relazione la perdita di fiducia della gente nel presidente con quello che il lavoro della Commissione camerale controllata dal GOP ha fatto finora emergere dalla indagine, come la definisce Comer, “sulla famiglia Biden”.
Ecco che cosa hanno scoperto, e come lo hanno riportato nell’ultimo rapporto ufficiale:
1) “I membri della famiglia Biden e i loro soci in affari hanno creato una rete di oltre 20 società – la maggior parte società a responsabilità limitata – che si sono formate durante la vicepresidenza di Joe Biden”.
2) “La famiglia Biden, i loro soci in affari e le loro società hanno ricevuto oltre 10 milioni di dollari da società di cittadini stranieri. Cittadini cinesi e aziende con legami significativi con l’intelligence cinese e il Partito comunista cinese hanno nascosto la fonte dei fondi usando catene di società a responsabilità limitata nazionali”.
3) “I whistleblower, i funzionari che facevano parte della squadra investigativa su Hunter Biden e che hanno deciso di vuotare il sacco sul comportamento di ostruzione dell’IRS, agenzia delle tasse Usa, hanno spiegato alla Commissione Comer come il Dipartimento di Giustizia di Biden sia intervenuto, e abbia oltrepassato i limiti legittimi, in una campagna volta a proteggere il figlio di Joe Biden. Il Dipartimento di Giustizia di Biden li ha frenati, impedendo loro di adottare le misure necessarie nelle loro indagini, divulgando informazioni chiave sull’indagine agli avvocati di Hunter Biden, e negando loro l’approvazione a sporgere denuncia contro Hunter– più volte”.
Da parte sua, Devon Archer, ha detto alla Commissione di supervisione della Camera che il suo ex socio in affari, Hunter Biden, stava vendendo ai suoi soci cinesi e ucraini “l’illusione” dell’accesso a Joe Biden.
Ma questa linea di difesa è assurda. Durante il periodo in cui fu assunto dalla società ucraina Burisma, Hunter Biden, secondo le sue stesse parole, “fumava crack ogni 15 minuti”. Era il figlio del vicepresidente Biden, allora incaricato dal suo capo Barack Obama di gestire i rapporti del governo americano con l’Ucraina, e non aveva alcuna esperienza pratica con i mercati ucraini del petrolio o del gas naturale. Tanto meno aveva dimestichezza con il settore immobiliare in Romania, o con la distribuzione di energia elettrica a Hong Kong, o con la gestione di fondi di investimento cinesi, o con l’interesse di un oligarca del Kazakistan, o con lo sviluppo di risorse energetiche per la società statale cinese dell’energia, o con la società di investimenti e di costruzioni della più ricca donna in Russia.
Non sono esempi retorici campati in aria. Infatti tutti questi enti hanno assunto, e profumatamente pagato, proprio lui, Hunter, per servizi vaghi e mai specificati. Non era consulenza nel merito delle attività di chi lo ha assunto, ma sempre, e soltanto, il compenso per garantire “introduzioni” al babbo. I casi più clamorosi sono quelli, registrati e provati, di email e telefonate in cui i soci stranieri ringraziano Hunter per gli incontri organizzati con il babbo o per la sua disponibilità a propiziarli.
Chi, nel GOP, è contro il lancio formale immediato dell’impeachment non ha dubbi sulla corruzione della famiglia, ma vorrebbe che la Commissione di Comer trovasse la “pistola fumante”, inoppugnabile, del passaggio di soldi a Joe, tramite Hunter. E’ vero che un ex socio di Hunter ha testimoniato che “al big guy” (ossia a Joe Biden) doveva andare il 10% della torta degli affari delle società di Hunter e Devon Archer. Ma fino a quando Comer non troverà le pezze bancarie, i Democratici continueranno a proteggere i Biden, e l’impeachment non potrà materializzarsi.
La gente però non è stupida, ha capito che la famiglia Biden è corrotta, e lo dice nei sondaggi. Oltre al citato 39% di popolarità positiva, di per sé terribile, c’è anche l’altro sondaggio sui testa a testa di Biden con i possibili avversari repubblicani. Contro Nikki Haley, donna e indiano-americana, quindi con le credenziali identitarie corrette, Biden oggi perderebbe per 49 a 43, quindi per sei punti che sono più del margine di errore statistico.