Per Joe Biden è il momento dell’addio, e della sua eredità politica: di capire, cioè, come sarà ricordato dai posteri.
Prima ancora di lasciare Washington, il presidente numero 46 ha avuto un giudizio men che lusinghiero nel sondaggio Gallup sugli ultimi dieci presidenti USA pubblicato il 7 gennaio, ma frutto della rilevazione di metà dicembre 2024, dopo il voto che aveva bocciato la sua vice, Kamala Harris.
Una maggioranza assoluta di americani, il 54%, crede che Biden sarà ricordato come “sotto la media” (per il 17%), o “scarso’’ (per il 37%). Sul fronte dei suoi estimatori, pari al 19% in totale ossia meno di un americano su cinque, il 13% lo valuta “sopra la media”, mentre per il solo 6% la sua presidenza è stata “eccezionale”. Per un quarto del Paese, il 26%, sarà giudicato “nella media”.
Trump entra di nuovo in carica il 20 gennaio, ma è già presente nel citato sondaggio Gallup in quanto valutato per i suoi primi 4 anni da presidente numero 45. Il confronto con Biden gli è complessivamente molto favorevole: il presidente repubblicano sarà infatti ricordato come “eccezionale” secondo il 17% degli intervistati, “sopra la media” per il 23%, “in media” per il 16%, “sotto la media” per il 13% e “scarso” per il 31%. Mentre la somma aritmetica netta dei giudizi positivi (19%) e negativi (54%) di Biden è pari a -35 punti percentuali, la somma aritmetica dei giudizi positivi (40%) e negativi (44%) di Trump è pari a -4 punti percentuali.
Peggio di Biden c’è solo Richard Nixon, che ha una somma netta di -42 punti, mentre Trump supera George W. Bush, che ha una somma netta di -9 punti. Trump è il meno peggio tra i quattro presidenti con una somma netta di giudizio sotto zero, lontano dagli altri sei in classifica che vantano tutti un giudizio complessivo sopra zero: in testa c’è J.F. Kennedy con +68 punti, seguito da Ronald Reagan con +38 e da Barack Obama con +21. In compenso, Trump vanta il quarto posto nella graduatoria del giudizio di presidente “eccezionale”, secondo il 17% degli intervistati, dietro a Kennedy e Reagan (22%) e a Obama (19%).
Il passare degli anni, generalmente, si mostra più generoso verso gli ex presidenti. Così è già per Trump. La percezione che gli americani hanno del suo primo mandato, secondo i pareri raccolti da Gallup, “è migliorata considerevolmente”. La prova di questa evoluzione nel giudizio, del resto, è nel voto di novembre: proprio la rivalutazione del suo lavoro, specialmente in economia e in politica estera, è stata citata dagli analisti quale fattore vincente nel confronto con l’operato del ticket Biden-Harris.
I margini di crescita nella stima “storica” per Joe Biden, all’opposto, sembrano davvero minimi. Le macchie sui suoi quattro anni sono sempre più vistose. L’ultima in ordine di tempo è stata di aver nascosto al Paese, grazie al clan omertoso della famiglia, del partito e dei giornali fiancheggiatori, di essere decrepito di mente e di fisico. Che cosa può sperare di recuperare in futuro, sul piano della stima per il suo lavoro, un presidente che, tutti adesso lo sanno, aveva uno stuolo di badanti più che di collaboratori? Che ha tenuto sette consigli dei ministri in quattro anni? Che non faceva interviste, se non precotte?
Peraltro, farina del suo sacco o meno, le decisioni prese sono state altrettanti disastri. L’umiliazione della fuga da Kabul dei militari USA (con 13 soldati morti e miliardi di macchinari bellici lasciati ai talebani), con l’intrinseco messaggio di debolezza, ha aperto la strada a Putin per invadere l’Ucraina. E la pelosa equidistanza tra Israele e terrorismo palestinese ha incoraggiato Hamas, pedina dell’Iran, a compiere la maggiore strage di ebrei dopo l’Olocausto. La politica dei confini aperti di Biden ha generato una crisi migratoria mai vista: i milioni di ingressi illegali, con la coda della criminalità delle gang e del contrabbando di droghe e traffici umani, richiederanno una generazione per essere assorbiti.
Questi fallimenti di natura politica per me sono ovvi, ma possono essere materia di dibattito tra liberal e conservatori, tra DEM e GOP. Poi vanno aggiunti, nel profilo, i tratti squisitamente personali della gestione Biden. La corruzione della famiglia, da Joe al figlio Hunter e al fratello James, è stata tenuta coperta, in tutti questi anni, dai media e dallo stesso partito per interesse politico, ma è destinata a marcare l’eredità del marchio Biden nei libri di storia.
A proposito c’è una ricerca che nessuno storico serio potrà ignorare se vorrà onestamente raccontare l’avventura politica di Joe, da quando era il vicepresidente di Obama al momento in cui ha firmato il pardon per il figlio Hunter, dopo che Harris aveva perso le elezioni.
“Tutti i soldi del Presidente: investigare le segrete trame estere che hanno reso ricca la famiglia Biden”, di James Comer, uscirà il 14 gennaio ed è destinato a inchiodare Joe al suo ruolo di “trafficante”, per conto dei famigliari ma anche in proprio, nell’esercizio del potere dalla Casa Bianca.
Comer non è un semplice autore di libri, e non è un giornalista. È, in qualità di deputato repubblicano (del Kentucky), il presidente della Commissione della Camera per la supervisione degli atti di governo. Per anni ha seguito l’attività di Biden, a partire da quando era l’uomo incaricato da Obama di seguire la “partita ucraina". Nell’occasione, piazzò Hunter nel board della azienda del gas Burisma. Senza esperienza di settore, senza conoscenza della lingua o del Paese, ma con la sola “competenza” di essere figlio suo. Nel libro, in cui ha raccolto anni di documenti sui traffici delle società satellite create da Hunter, Comer racconta di poter concludere che Joe Biden “era figura centrale nello schema della famiglia per fare soldi”. Tanto centrale, Joe, da avere “generato” circa 30 milioni di dollari approdati nei conti bancari della famiglia Biden. Come? Lo schema è sempre stato uno solo: il figlio Hunter e il fratello James “vendevano” ad uomini d’affari in Ucraina, Cina, Romania, Kazakistan, l’influenza politica che può avere, o millantare, un vicepresidente, e poi presidente, degli Stati Uniti.
Comer scrive: “onestamente non so di alcun singolo business legittimo che i Biden abbiano posseduto o gestito”. Come dire che il reale cuore delle attività della famiglia era tutto nel vantare, presso i dirigenti di governi stranieri e gli imprenditori a loro legati, il potere di stare alla Casa Bianca. Comer lamenta che l’Agenzia delle tasse e l’FBI hanno ostacolato le sue indagini, rallentandone il corso, e facendo uscire “false conclusioni sui giornali”. Ha richiesto 200 documenti all’amministrazione nei primi due anni della presidenza Biden e, scrive, non ha avuto “una sola risposta”.
Se qualcuno pensa ai Clinton, quali paragoni di affarismo non commendevole, è nel giusto. Bill e Hillary non erano da meno nell’usare le loro cariche e la loro fama per interesse venale. Il pubblico lo ha capito, e infatti Clinton è giudicato un presidente “eccezionale” appena dal 7% degli americani. Solo un punto in più di Biden.