La riforma del Patto di stabilità rischia di riportare l’austerity in Europa, imponendo regole dure per i paesi più indebitati, a partire dall’Italia e la Grecia. Il nuovo trattato sulla crescita economica e la stabilità finanziaria degli Stati Ue, dopo la sospensione dovuta al Covid e alla crisi energetica, va infatti approvato entro la fine dell’anno. E ora la strada per arrivare a un accordo molto più flessibile rispetto al passato, mettendo alle spalle la stagione del rigore sui conti pubblici, sembra decisamente in salita.
Non era così fino a qualche mese fa, con la Commissione europea che spingeva per un Patto profondamente rinnovato, all’insegna di un buon compromesso tra i paesi del Sud e del Nord Europa, da sempre divisi sull’idea di gestione delle risorse pubbliche. Sembrava che i cosiddetti “falchi”, in primis Germania e Olanda, si fossero convinti che ci fosse bisogno di un sostanziale cambio d’epoca nella politica economica europea.
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Almeno ne era convinto il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, ottimista sulla riuscita dell’operazione, ma ora che la discussione sul nuovo Patto è entrata nel vivo al Consiglio Economia e Finanza dell’Ue, le cose sono cambiate. La spaccatura tra le nazioni europee pare evidente, con i falchi che premono per mettere in minoranza le posizioni più “progressiste” sulla flessibilità economica europea, in primis quelle di Italia, Spagna e Grecia (con la Francia non molto distante).
Perché la riforma del Patto di stabilità è importante per l’Italia
Finora la sospensione del Patto di stabilità ha permesso ai paesi europei di sfondare i due tetti del deficit/Pil al 3% e del debito/Pil al 60%, ma non solo: anche evitare il rientro controllato verso queste soglie. Essendo i conti pubblici di varie nazioni Ue esplosi dopo la pandemia, la paura è che un ritorno improvviso alle vecchie regole possa costringere a piani draconiani di taglio delle spese pubbliche.
Le regole precedenti sono ritenute inadatte da tutti, falchi compresi, ma sul modo in cui revisionarle le posizioni sono molto distanti. Per questo il primo confronto tra i ministri dell’Economia dei vari governi è terminato con una fumata nera.
Ma il tempo stringe, perché la Commissione vuole che sia trovato un accordo politico entro marzo, così che possa formulare una vera e propria proposta legislativa e che ci sia il tempo necessario per la trasformazione in legge da parte del Consiglio e del Parlamento europei.
Torna l’austerity nell’Ue? Lo scontro Italia-Germania
L’Italia vorrebbe inserire una clausola per stimolare la “responsabilità nazionale”, invitando quindi l’Unione europea a considerare la situazione specifica di ogni Paese membro, come chiarito dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. La richiesta fondamentale è però tener conto di investimenti strategici per la transizione ecologica e digitale, oltre che per la difesa, scorporandole dal calcolo del debito.
L’idea del governo Meloni è mettere insieme questa discussione con quella sul nuovo Piano industriale green europeo e gli aiuti di Stato, concedendo regole più flessibili alla Germania sui finanziamenti nazionali, in cambio di una simile flessibilità sui conti pubblici nel nuovo Patto. Una revisione che punti a una maggiore unione tra le nazioni europee e meno vincoli stringenti è d’altronde auspicata anche dalla Banca d’Italia, che spera in “regole di bilancio ben disegnate, necessarie nell’ambito di un’unione monetaria”.
Il governo tedesco, guidato da Olaf Scholz, vuole invece “consegnare finanze pubbliche stabili alle future generazioni”, come spiegato dal ministro delle Finanze di Berlino, Christian Lindner.
La volontà del cancelliere è avere interessi sui mercati bassi, quindi debiti contenuti, per liberare più risorse dei bilanci nazionali, destinati agli investimenti pubblici. Un ragionamento che però può funzionare più per la Germania o paesi non enormemente indebitati, come l’Italia.
La strategia di Germania e Olanda per isolare l’Italia
I paesi frugali, quindi, non vogliono rinunciare ai paletti sul deficit e il debito pubblico al 3% e al 60%, nonostante appartengano a un’epoca molto lontana (furono fissati negli anni ’90) e anche ai tempi della loro definizione furono contestati da vari economisti di orientamento politico diverso. Su questo cercano di portare dalla loro parte quanti più nazioni possibili, stimolando la Francia ad allontanarsi dal fronte degli Stati del Sud.
Il fronte rigorista ha sì aperto a percorsi di rientro del debito molto lunghi, dai 4 ai 7 anni, ma i bilanci nazionali dovrebbero seguire traiettorie con parametri comuni e prefissati, in modo tale da garantire “percorsi comprensibili, credibili e prevedibili per la riduzione dell’indebitamento”, come detto dallo stesso Lindner.
Insomma: per Germania, Olanda e paesi del Nord Europa gli alti livelli del debito del periodo pandemico non devono “diventare un invito a continuare come prima”. In ogni caso potrebbe sparire la previsione di ridurre l’eccesso di un ventesimo all’anno per gli Stati con debito oltre il 60% del Pil: qualcosa che, ad oggi, all’Italia costerebbe 50 miliardi di euro. Assieme a questo potrebbe venire meno l’obbligo di migliorare i saldi di bilancio dello 0,5% per chi non è in pareggio tra entrate e uscite.
Riforma del Patto di stabilità, i rischi per l’Italia di Meloni
Secondo le prime linee guida preparate dalla Commissione Ue ci potrebbe poi essere la possibilità di condizionare l’esborso dei fondi europei, compresi quelli del Recovery Plan, al rispetto delle regole di bilancio, legata al fatto che le procedure per chi ha debito e deficit eccessivo saranno più morbide, ma anche più controllate.
Diventerebbe poi vincolante il controllo della Commissione europea sul risparmio pubblico degli Stati membri, soprattutto se con debito più alto della media. Ogni governo nazionale dovrebbe concordare con la Commissione Ue come ridurre l’esposizione eccessiva. Lo Stato presenterebbe un percorso di aggiustamento del debito, tenendo conto degli investimenti che vuole fare, delle priorità economiche e delle riforme.
Se il percorso non venisse rispettato scatterebbero subito le sanzioni, anche preventivamente rispetto a obiettivi futuri platealmente non raggiungibili. Le multe, quindi, diventerebbero più facili da applicare, con procedure di infrazione per debito eccessivo (anche se il deficit è sotto al 3%) maggiormente rapide. Inoltre potrebbero essere sospesi i finanziamenti europei se i paesi membri non avviassero azioni efficaci per correggere il loro deficit eccessivo.
Insomma, come Italia, con l’applicazione rigorosa di queste regole, avremmo margini ridotti sulla nostra politica economica: i soldi a disposizione sarebbero ben pochi e andrebbero spesi con ancora più attenzione per stimolare effetti virtuosi di bilancio.
Le prossime tappe legislative
Nonostante le tensioni, però, il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis e la ministra svedese dell’Economia Elisabeth Svantesson ostentano ottimismo. I due spiegano che le basi per la trattativa sono state gettate e risultano “solide”. Quindi non negano i problemi, ma dicono di voler fare di tutto per “procedere velocemente”.
La Commissione Ue lavora sotto traccia per far trovare un’intesa all’Ecofin e al Consiglio europeo che saranno in programma i prossimi 14 e 24 marzo.