Oro, Fed divisa e Alphabet senza cassa. Perché il metallo giallo potrebbe tornare protagonista

Tommaso Scarpellini

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La Fed si ferma, Alphabet brucia cassa e i rendimenti sfondano il 5%. Proprio ora l’oro, dimenticato da molti, potrebbe tornare protagonista? Ecco alcuni dati chiave per rispondere.

Oro, Fed divisa e Alphabet senza cassa. Perché il metallo giallo potrebbe tornare protagonista

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Settimana fitta di numeri, questa e stranamente povera di contanti. Il debito americano continua a gonfiarsi, i tassi restano dove sono e intanto il prezzo dell’oro, uscito dai radar di molti investitori, comincia a dare segni di risveglio senza che quasi nessuno se ne accorga.

Chi lo ha in portafoglio, o ci sta facendo un pensiero, farebbe bene a guardare con attenzione quello che è successo negli ultimi giorni tra Washington e la Silicon Valley.

Il Federal Open Market Committee ha tenuto fermi i Fed Funds nella forchetta tra il 3,75% e il 4,00%, niente che i mercati non avessero già messo in conto. Il dettaglio interessante sta piuttosto nel voto spaccato, 10 a 2, con la governatrice Lisa Cook e la presidente della Fed di Cleveland Beth Hammack schierate per un altro rialzo da 25 punti base.

La pausa era scontata da settimane. A muovere le acque ci ha pensato semmai Kevin Warsh in conferenza stampa, con parole che hanno spostato le attese sul medio periodo e che la curva dei rendimenti statunitensi ha tradotto a modo suo.

Sui Treasury è andato in scena un bear steepening piuttosto marcato, con le vendite concentrate sulle scadenze lunghe. Il due anni ha ceduto terreno, il decennale ha sfondato quota 5,00% arrivando al 5,04% e il trentennale è salito fino al 5,36%.

Sulla Fed di breve periodo, insomma, il mercato è ancora disposto a scommettere. Sul debito americano a dieci e trent’anni molto meno, e per prestare soldi a Washington così a lungo chiede un premio sempre più alto.

Microsoft e Alphabet, stessa scommessa, conti diversi

Dalle trimestrali dei due giganti della tecnologia è uscito un quadro che più diverso non si poteva. Microsoft ha dimostrato che sull’intelligenza artificiale i soldi investiti stanno già tornando indietro, con Azure cresciuto del 48% e margini operativi ancora intorno al 50%.

Per Alphabet la serata è andata in tutt’altro modo. Il cloud ha raddoppiato il fatturato a 30,71 miliardi di dollari, eppure l’utile netto ha perso il 25% e i ricavi pubblicitari principali hanno deluso. Il vero campanello d’allarme è il free cash flow, finito in rosso per 9,07 miliardi perché in tre mesi gli investimenti hanno toccato quota 51,36 miliardi. Lo stesso management ha ammesso che le ricerche fatte con le nuove funzioni di intelligenza artificiale, per ora, rendono poco.

Il titolo è sceso di oltre il 10% e il Nasdaq Composite ha lasciato sul terreno l’1,3%. È presto per parlare di svolta, ma l’impressione è che Wall Street abbia cominciato a fare i conti in tasca alle big tech.

Perché l’oro potrebbe tornare protagonista

A prima vista la Fed e le trimestrali della Silicon Valley hanno poco a che fare con l’oro. Eppure è proprio da qui che potrebbe ripartire l’interesse degli investitori.

Il legame più stretto passa dai rendimenti reali e dal dollaro. L’oro non stacca cedole, e quando i titoli di Stato rendono molto al netto dell’inflazione tenerlo in portafoglio costa caro in termini di occasioni perse. Oggi il decennale reale americano è al 2,88%, un livello che sembra già prezzare il peggio della stretta monetaria.

Se la Fed non riuscisse a spingersi oltre con i rialzi mentre l’inflazione resta inchiodata al 3,6%, è possibile che il ciclo dei rendimenti reali stia arrivando al capolinea. Tassi a breve fermi e prezzi che non rallentano finirebbero per erodere il rendimento reale atteso, allentando il guinzaglio che finora ha tenuto corto l’oro. Se poi il dollaro dovesse indebolirsi, chi compra il metallo in altre valute lo troverebbe anche più a buon mercato.

Poi c’è la partita della Silicon Valley, perché se i miliardi spesi dalle big tech non si trasformano presto in cassa il premio per il rischio azionario si restringe, tanto più con un rendimento obbligazionario nominale già vicino al 5%. A quel punto una parte dei capitali potrebbe preferire lidi più tranquilli.

Il fronte più delicato riguarda la dominanza fiscale, il rischio che il debito pubblico diventi così ingombrante da legare le mani alla banca centrale. Spesa pubblica alta, un’economia che corre al 3,4% e un trentennale sopra il 5,35% fanno pensare a un mercato sempre meno disposto a comprare nuovo debito americano senza farsi pagare bene. Ed è proprio in situazioni del genere che l’oro, storicamente, è tornato a fare il bene rifugio.

Prima di muoversi

Detto questo, i segnali indicano una strada ma raramente dicono quando il mercato deciderà di percorrerla. Lo scenario gioca a favore dell’oro senza metterlo al riparo da scossoni, correzioni improvvise o da una Fed che cambia idea un’altra volta, e basterebbe un rendimento reale ostinatamente alto per qualche mese in più a tenere il metallo sotto pressione.

Alla fine conta lo spazio che l’oro deve occupare nel proprio patrimonio. Capire cosa ne muove il prezzo serve proprio a questo, a decidere a mente fredda, senza farsi tirare per la giacca dalla paura o dall’entusiasmo del momento.

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