Quando, il 22 marzo 2026, il consiglio di amministrazione di Poste Italiane deliberò di lanciare un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sulle azioni ordinarie di TIM, pochi osservatori immaginavano che l’operazione avrebbe assunto i contorni di una vera e propria riorganizzazione industriale di portata sistemica.
A distanza di cinque mesi, con il periodo di adesione ormai entrato nelle settimane conclusive, il mercato e gli analisti osservano con crescente attenzione non solo i numeri delle adesioni, ma soprattutto le conseguenze che un eventuale successo potrebbe produrre sul panorama delle infrastrutture critiche, dei servizi digitali e della sovranità tecnologica nazionale.
Cosa prevede l’offerta?
L’offerta, approvata dalla Consob a metà luglio dopo il via libera di Banca d’Italia e il nulla osta Golden Power, prevede per ogni azione ordinaria di TIM portata in adesione un corrispettivo misto: 1,67 euro in contanti più 0,218 azioni ordinarie di nuova emissione di Poste Italiane. Il controvalore complessivo, che all’annuncio era stimato intorno ai 10,8 miliardi di euro, ha superato nelle settimane successive i 13 miliardi grazie all’apprezzamento del titolo dell’offerente.
Poste Italiane deteneva già, all’avvio dell’OPAS, circa il 20,1% del capitale ordinario di TIM (escludendo le azioni oggetto di offerta, che ammontano a oltre 1,706 miliardi di titoli, pari a quasi l’80% del capitale). La soglia di efficacia è fissata al 66,67%, livello che consentirebbe il controllo delle assemblee straordinarie e, con ogni probabilità, il delisting. Poste Italiane si è comunque riservata la facoltà di rinunciare a tale condizione, mantenendo aperta la possibilità di proseguire anche con una partecipazione inferiore.
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Come sta andando l’OPAS?
Al 21 agosto 2026 le adesioni all’OPAS di Poste Italiane su TIM ammontavano al 2,4005% degli strumenti oggetto di offerta (circa 40,96 milioni di azioni su 1,706 miliardi).
La soglia di efficacia è il 66,67% del capitale totale di TIM. Poste Italiane ne detiene già circa il 20,1%, quindi deve raccogliere ancora all’incirca 46,6 punti percentuali di capitale (pari a circa 994,5 milioni di azioni dalle azioni ancora in circolazione sul mercato).Sottraendo le adesioni già raccolte, mancano ancora circa 953,6 milioni di azioni, equivalenti a:
- circa il 55,9% delle azioni ancora oggetto di offerta;
- circa 44,65 punti percentuali del capitale complessivo di TIM.
In pratica, a oggi Poste controllerebbe (tra possesso diretto e adesioni) poco più del 22% di TIM. Per arrivare alla soglia minima del 66,67% serve ancora un salto molto consistente.
Gli scenari dopo l’OPAS
In caso di successo, il soggetto di controllo assoluto sarebbe Poste Italiane stessa, che rimarrebbe a sua volta saldamente ancorata al controllo pubblico del Ministero dell’Economia e delle Finanze e di Cassa Depositi e Prestiti. Nasce così un campione nazionale asset-light (la rete fissa di accesso è già stata ceduta a FiberCop controllata da KKR), capace di unire la capillarità degli oltre 12.600 uffici postali con le reti mobili, Sparkle e i servizi enterprise di TIM.
Le conseguenze strategiche sono molteplici: rafforzamento della sovranità tecnologica, accelerazione sull’adozione di intelligenza artificiale e cloud nazionale, maggiore capacità di investimento in infrastrutture critiche. Le agenzie di rating (Fitch, Moody’s e Standard & Poor’s) hanno già espresso valutazioni positive, prevedendo un possibile upgrade del merito di credito di TIM verso investment grade in caso di superamento della soglia del 66,67%. Restano i rischi tipici di ogni grande integrazione: esecuzione operativa, allineamento culturale e attenzione regolatoria di AGCOM e antitrust, anche se gli impatti competitivi sono stati finora giudicati contenuti.
L’OPAS di Poste Italiane su TIM rappresenta una delle partite industriali più ambiziose degli ultimi decenni in Italia. I dati di bilancio, le stime di sinergie e il supporto politico-regolatorio delineano uno scenario di successo potenzialmente trasformativo: un gruppo integrato capace di competere su scala europea e di garantire maggiore autonomia tecnologica al Paese.
Il successo dipenderà dalle adesioni finali e dalla capacità di Matteo Del Fante e del management di eseguire l’integrazione senza dispersione di valore. Qualora la soglia del 66,67% venisse superata, l’Italia si troverebbe a disporre di un campione nazionale di piattaforma digitale e infrastrutturale senza precedenti; in caso contrario, Poste Italiane conserverebbe comunque una partecipazione strategica di rilievo, mantenendo aperte le opzioni future.