ONG, da aiuti umanitari a strumenti di influenza politica. Ecco come Trump vuole cambiarli

Glauco Maggi

24/04/2025

Dietro la sigla «organizzazione non governativa» spesso si nasconde un uso politico dei fondi pubblici. Trump, Musk e Rubio vogliono rifondare il concetto stesso di aiuto internazionale.

ONG, da aiuti umanitari a strumenti di influenza politica. Ecco come Trump vuole cambiarli

NGO è una notissima sigla, entrata nell’uso comune internazionale, che significa “non governmental organization”, ossia “organizzazione non governativa”. La definizione suona tecnicamente corretta, nel senso che le NGO non sono controllate direttamente dal governo, come sono i ministeri, gli enti pubblici come l’INPS, o le università e le scuole pubbliche che sono tutte “organizzazioni governative”, finanziate e controllate dallo Stato o da enti locali.

Almeno in America, però, la definizione fa a pugni con la realtà sostanziale.
E con la trasparenza.
Nei ricorrenti commenti di stampa o in TV sulle azioni del suo governo sul piano internazionale, si sostiene che Trump, chiudendo l’USAID (United States Agency for International Development), ha tagliato tutti gli aiuti umanitari che l’America dava in giro per il mondo. Le iniziative del DOGE di Elon Musk hanno in realtà esposto il “trucco” istituzionale che si cela dietro a tanti finanziamenti che l’USAID, o lo stesso Dipartimento di Stato direttamente, hanno elargito alle ONG.

Sprechi e Abusi Sono Profondi” è il titolo del primo Rapporto della Casa Bianca, del 3 febbraio 2025, in cui sono elencati casi concreti venuti alla luce grazie al DOGE “di somme enormi di denaro verso progetti ridicoli e, in molti casi, dannosi”. Eccone un piccolo campione.

  • 1,5 milioni di dollari per “promuovere la diversità, l’equità e l’inclusione (DEI) nei luoghi di lavoro e nelle comunità imprenditoriali della Serbia
  • 70.000 dollari per produrre un “musical DEI” in Irlanda.
  • 2,5 milioni di dollari per veicoli elettrici in Vietnam
  • 47.000 dollari per un’“opera transgender” in Colombia
  • 32.000 dollari per un “fumetto transgender” in Perù
  • 2 milioni di dollari per cambi di sesso e “attivismo LGBT” in Guatemala.

È quindi dimostrato che non in tutte le ONG, e non nella stessa misura, ma in moltissimi casi quel “NON” nel loro nome è diventato una foglia di fico, anzi una farsa per coprire il meccanismo finanziario-politico che è la regola di tante ONG: quelle, almeno, che vivono di fondi pubblici per una percentuale tanto rilevante nei loro bilanci da rendere la loro operatività impossibile, o quasi, senza il concorso dei contribuenti. Ignari di essere i reali sostenitori.

Quando una ONG che maneggia soldi pubblici svolge attività caritatevoli e senza fini politici – per esempio aiutare i poveri, garantire copertura medica a bambini bisognosi, soccorrere le vittime di disastri naturali o bellici – va bene. È nella proprietà della sua missione, sul piano etico e su quello politico.

Ma quando un braccio del governo, quale è l’USAID, foraggia le ONG che sostengono le attività dei militanti di Hamas a Gaza (come nel caso-scandalo della United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East, UNRWA, agenzia ONU nei cui ranghi è emerso che lavoravano decine di terroristi di Hamas che, da Gaza, hanno preso parte all’eccidio di 1200 israeliani del 7 ottobre 2023), diventa ipso facto una diramazione del ministero degli esteri.

È quanto, per l’appunto, era successo sotto l’amministrazione di Joe Biden, che ne aveva fatto uno strumento sostanzialmente avversario di Israele e fiancheggiatore di Hamas.

Qui non si sta sostenendo che un governo Democratico non possa legittimamente favorire le ragioni dei palestinesi e considerare lo stato ebraico in torto. Si vuole rimarcare che il finanziamento delle ONG, di cui si conoscono chiare finalità e posizioni politiche, costituisce solo un subdolo marchingegno per agire concretamente verso uno scopo preferito, senza dover sostenere il costo politico della aperta assunzione di una responsabilità.

Oggi Trump fa l’opposto, ma senza ONG, e il segretario di Stato Marco Rubio ha spiegato le degenerazioni di diverse agenzie governative intervenendo il 17 aprile nel programma radiofonico “Ben Shapiro Show”.

“Sono nate tanti anni fa con buone intenzioni, ma poi piano piano sono state prese in mano da funzionari con un’agenda politica ben precisa, che hanno finito per usare queste istituzioni contro gli stessi americani”, ha detto Rubio. “L’USAID è un esempio lampante. Doveva servire a dare aiuti umanitari e a sostenere lo sviluppo. Ma poi ha iniziato a prendere una brutta piega, cioè quando questi aiuti sono diventati uno strumento per esportare priorità politiche interne”.

Un esempio? “Quando è diventato importante per certe forze politiche spingere i diritti transgender, allora ecco che sono partiti programmi americani – presentati come aiuti – in giro per il mondo. In realtà promuovono certe ideologie”, ha aggiunto.

“Insomma, hanno infilato dentro agli aiuti internazionali dei messaggi politici domestici, e adesso bisogna tornare un po’ indietro”.

Significa la fine della assistenza umanitaria degli Stati Uniti all’estero? “No”, ha precisato Rubio. “Noi gli aiuti umanitari continueremo a farli, ma non li useremo più per esportare movimenti ideologici che nascono qui da noi. Quello no”.

Anche Trump, in altra occasione, ha dichiarato di voler gestire gli aiuti umanitari "senza ideologie radicali, sganciati da quello che considerano un uso ideologico o politico”.

In pratica, ecco cosa intende il governo USA per attività umanitarie:

  • Aiutare in modo neutrale i bisognosi, come il fornire cibo, medicine, supporto per emergenze (esempio i terremoti e le guerre) senza promuovere valori culturali o politici degli Stati Uniti.
  • Focalizzarsi sui bisogni primari, concentrando l’assistenza su salute, fame, istruzione di base, infrastrutture.

Esclusi sono i programmi su tematiche che sono viste, dal governo, parte dell’agenda liberal domestica: tra gli altri, i cambiamenti climatici, l’equità di genere, i diritti LGBTQ+.

A questo fine, Rubio alla segreteria di Stato e Musk al DOGE (dipartimento per l’efficienza governativa) intendono esercitare un controllo più stretto sulle ONG: vogliono rivedere i contratti e le partnership sul piano locale per evitare che le ONG, o le agenzie di governo, usino i fondi pubblici per «militanza culturale» o formazione ideologica.

Anche il GEC, Global Engagement Center, è entrato nel mirino di Trump, Rubio e Musk quale espressione del deep state. È un ente del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti creato per contrastare la propaganda e la disinformazione di avversari stranieri, quali Russia, Cina, Iran, che promuovono campagne per manipolare l’opinione pubblica e destabilizzare regimi democratici.

Nel tempo, il suo ruolo si è ampliato e spostato troppo dallo scopo originale per intervenire anche su contenuti interni o su questioni politiche domestiche delicate. E ciò ha creato sprechi e spazi per abusi e strumentalizzazioni.

Meglio tagliare, chiarire, tornare al ruolo che il GEC aveva quando fu creato, se ha ancora senso. Se no, va chiuso e ripensato.

A me sembra un approccio alla gestione pubblica ragionevole e corretto, persino banale. Ma il buon senso dura fatica, anzi spesso perde, sul palco mediatico dell’era Trump.