No, il trend ribassista sul petrolio è tutt’altro che finito

R. F.

2 Ottobre 2024 - 17:39

Non facciamoci ingannare dall’ultimo rally in risposta allo scontro Iran-Israele. Il trend ribassista sul prezzo del petrolio è tutt’altro che finito.

No, il trend ribassista sul petrolio è tutt’altro che finito

In due giorni il prezzo del petrolio WTI è salito da 67 dollari a 70 dollari. Gli osservatori del mercato petrolifero ora vedono una minaccia reale di interruzioni dell’approvvigionamento dopo l’ultima escalation tra Iran e Israele. Tuttavia, un rialzo significativo del prezzo del petrolio è legato ad ulteriori sanzioni e divieti alla esportazione imposti all’Iran, di cui per ora non c’è traccia.

È probabile quindi che il rialzo dell’ultime 24 ore a quota 70 dollari a barile possa nel breve rientrare.
Il trend rimane quindi ribassista, anche osservando graficamente i prezzi.

I prezzi del petrolio sono destinati a scendere poiché la prospettiva di un’offerta aggiuntiva dei Paesi produttori compensa i timori del conflitto in Medio Oriente. Questa è la ragione principale del trend ribassista, come avevo previsto nel mio articolo “Petrolio, inizia un lungo trend ribassista. Ecco perché e come posizionarsi per trarne profitto” del 2 giugno 2024.

In quei giorni il WTI faceva trading a 78 dollari barile. Ora siamo scesi a 67 dollari barile, al netto del recentissimo rally. Verrebbe voglia di farvi chiudere in profitto la scommessa consigliata in quell’articolo (cioè vendere l’ETF di WISDOM TREE JE00B24DK975 a leva 1 che avreste dovuto comprare) ma non me la sento di dire che il trend ribassista sul petrolio è finito.

Il problema del petrolio è l’eccesso di offerta.

Un gruppo di alti ministri del gruppo di produttori dell’OPEC+ si è riunito oggi per esaminare la situazione di mercato, senza aver implemetato cambiamenti “politici” nelle strategie di output petrolifero. Tuttavia, a partire da dicembre, l’OPEC+, che comprende le Organizzazioni dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) più gli alleati come la Russia, dovrebbe aumentare la produzione di 180.000 barili al giorno (bpd) ogni mese.

Sul mercato, in verità, ha pesato anche la possibilità di una ripresa della produzione petrolifera libica. Lunedì il parlamento della Libia orientale ha deciso di approvare la nomina di un nuovo governatore della banca centrale, che potrebbe contribuire a porre fine a una crisi che ha ridotto drasticamente la produzione petrolifera del paese.

Ad alimentare la pressione ribassista c’è poi la minor fame di petrolio proveniente dalla Cina. L’attività manifatturiera del Paese ha subito una brusca contrazione nel mese di settembre, come ha dimostrato lunedì un sondaggio del settore privato.
Gli analisti affermano che una serie di misure di stimolo adottate la scorsa settimana saranno probabilmente sufficienti a riportare la crescita della Cina nel 2024 a circa il 5%, dopo che diversi mesi di dati inferiori alle previsioni hanno messo in dubbio tale obiettivo, anche se le prospettive a lungo termine rimangono poco cambiate.

La Cina infatti ha un problema serio riguardante il mercato immobiliare che è ben lungi dall’essere risolto. La minor domanda proveniente da Pechino e la volontà di aumentare la produzione da parte dei Paesi OPEC+ hanno una maggior forza relativa ribassista rispetto ai timori di un esplosione del conflitto in Medio Oriente tra Iran e Israele che coinvolgerebbero negativamente le capacità estrattive e di esportazione di Teheran, timori che dovrebbero avere - al contrario - una spinta al rialzo dei prezzi. La stagnazione economica mondiale, insomma, sembra essere il principale driver dei prezzi del WTI e del Brent.

Quando allora sarebbe ora di chiudere la scommessa ribassista sul WTI, vendendo l’ETF di tipo short con leva 1 di cui sopra?

Difficile dirlo, ma sembra che il minimo di breve – molto resistente - di 65 dollari barile sia oramai a portata di mano.

Vale quindi la pena di considerare – una volta raggiunto quel livello di minimo suddetto, che costituisce per ora un supporto molto forte – una presa di profitto con vendita parziale del 50% della posizione sull’ETF short suddetto.

Come d’altronde era stato già sottolineato nell’articolo del 2 giugno:

“Come potete vedere, oggi 2 giugno il WTI viaggia attorno a 78 dollari barile, che è proprio la MM a 200gg in linea gialla, che è il trend di lungo periodo. Se dovessero arrivare dati sul PIL USA e sulla inflazione in USA più freddi delle aspettative nelle prossime settimane, la MM200gg potrebbe essere bucata al ribasso e indirizzarsi verso il minimo di breve periodo di 70 dollari barile.

Se non regge quel supporto è evidente la discesa verso i 65 dollari barile, che è il quadruplo minimo dispiegatosi nella prima metà del 2023. A quel punto, i 65 dollari barile dovrebbero essere un buon “tappeto” resistente ad ulteriori ribassi”.

Tuttavia, se dati macro-economici cinesi negativi e notizie di sovrapproduzione OPEC si dovessero ripetere in maniera ancor più aggressiva allora la soglia di 65 dollari barile del WTI potrebbe essere rotta al ribasso verso i 40 dollari a barile (sì, avete letto bene, 40 dollari, ma è un’ipotesi alquanto remota, che implica una forte caduta del PIL mondiale, di cui non ci sono presupposti allo stato attuale).

Come anche evidenziato nello stesso articolo di quattro mesi fa esatti:

“Più giù dei 65 dollari si aprirebbero spazi verso i 40 dollari, ma se si arrivasse a 40 dollari barile nel breve periodo ciò significherebbe assistere ad una contrazione così violenta della domanda che sarebbe il segnale evidente di una recessione globale. Molto difficile che ciò accada, per il momento”.

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