Le mascherine al chiuso non servono più: lo dicono gli esperti

Chiara Esposito

09/04/2022

13/04/2022 - 22:41

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Nonostante l’arrivo di nuove varianti, il dottor Andrea Crisanti nega l’effettiva utilità delle mascherine al chiuso. Ecco perché.

Le mascherine al chiuso non servono più: lo dicono gli esperti

Andrea Crisanti, direttore di Microbiologia a Padova, ha rilasciato un’interessante intervista al Corriere del Veneto parlando dell’inutilità delle mascherine al chiuso. Le sue valutazioni da esperto pongono fine anche ai tanti timori sulle varianti Xe e Xj, chiacchieratissime nelle ultime settimane.

Chi sostiene ancor con forza la necessità di porre delle restrizioni ha infatti appello all’allerta per le ulteriori mutazioni del virus ma, come sostiene anche il direttore della Microbiologia all’Università di Padova, l’ogni allarmismo sulla nuova variante Xe è prematuro e non sempre all’insorgere di mutazioni devono corrispondere cambiamenti sostanziali nel suo modus operandi della popolazione.

Sebbene il governo stia valutando la possibilità di far slittare lo stop alle mascherine al chiuso, Crisanti parla di quanto lasciar riempire gli stadi a tifosi senza protezioni e lasciar riaprire la movida delle discoteche di fatto abbia già annullato l’impatto delle mascherine al chiuso.

L’analisi del professore si spinge fino a un ridimensionamento dell’utilità delle protezioni al chiuso da indicare il tasso di copertura appena al 10%. Ecco le argomentazioni a sostegno di questa tesi.

Crisanti: basta allarmismo su XE e XJ

Il professor Andrea Crisanti sostiene che, a fronte dell’insorgenza di nuove varianti, non c’è comunque da preoccuparsi e il motivo sarebbero i livelli di trasmissibilità già raggiunti da Omicron 2. Quest’ultima mutazione, responsabile dell’ultima grande ondata del 2021 e degli inizi del 2022 mostrava valori talmente consistenti che, a detta di Crisanti sarebbero «vicini al massimo». Ciò significa che «se anche Xe fosse più contagiosa del 10%, «non cambierebbe niente»». Questo non vuol dire che non ci sia la necessità d’investigare e osservare a fondo i suoi «effetti patologici», ma è presto per dare riscontri concreti.

L’iter di valutazione infatti è sempre lo stesso «quando compare una nuova variante, bisogna capire fondamentalmente due elementi. Innanzitutto, se ha la capacità d’infettare le persone vaccinate, che tipo di malattia causa a seconda delle età e delle patologie pregresse. Dopodiché va valutato l’indice di trasmissione».

Il problema però risiede nel fattore tempo:

«Per farlo bisogna raccogliere dati e valutare come evolvono nel tempo. Solo quando i parametri aumentano, si può dire se la mutazione del virus osservata ha un vantaggio competitivo su quella precedente. Sulla Xe non ci sono ancora dati certi e di nuove varianti ne emergono a migliaia. Annunciare ogni sequenza appena tracciata è sbagliato, perché genera soltanto confusione.».

Quando (e se) dovremmo iniziare a preoccuparci

Il dottor Crisanti afferma che se Xe si dimostrerà capace di causare malattia grave anche nei vaccinati giovani, allora potrebbe sorgere un problema. Questa variante ricombinata, che viene dalla combinazione di BA.1 e BA.2, sembrerebbe avere la capacità di bucare il vaccino ma il problema non è tanto se una mutazione sia in grado o meno d’infettare le persone vaccinate, quanto piuttosto quale tipo di malattia sia in grado di provocare a seconda dell’età e delle condizioni patologiche.

Stando alle prime stime Xe sarebbe più contagiosa del 10% rispetto a Omicron 2 ma, anche qui, Crisanti ridimensiona l’allarmismo:

«Questo non conta niente. Tra una variante che ha un R0 (parametro che misura la potenziale trasmissibilità di una malattia infettiva, ndr) di 12 e una che ha R0 di 13 non ci sono differenze sostanziali. Statisticamente, ormai, siamo vicini ai massimi livelli di trasmissibilità».

Come comportarsi allora?

Il cinismo di Crisanti però non è comparabile con una svalutazione dell’uso delle mascherine nella loro totalità, il commento dell’esperto deriva piuttosto dall’incongruenza tra le modalità delle riaperture di alcuni luoghi e la retorica della protezione all’aperto:

«Se gli stadi sono di nuovo a capienza piena ed è consentito stare in migliaia, tutti ammassati, a tifare senza mascherina, se nei ristoranti si può andare senza protezioni, se la movida e le discoteche riprendono normalmente, allora è un controsenso mettersi la mascherina per entrare al supermercato o in farmacia o sui bus».

Tornando a riaffermare la validità dello strumento, viene detto infatti che la mascherina, se indossata da tutti, sia all’aperto e al chiuso, protegge al 98% ma che, in questo contesto attuale fortemente ibrido, l’impatto sia sceso talmente tanto da risultare quasi irrilevante. Le distinzioni tra luoghi aperti e luoghi chiusi e l’ok agli assembramenti infrangono del tutto i parametri appena descritti.

Le proposte del direttore a questo punto è la seguente: continuare nella protezione dei fragili con un primo passaggio alla quarta dose ai soggetti più a rischio per poi garantire però anche accessi facilitati ai tamponi molecolari per le persone che li accudiscono. Ulteriore proposta è quella di create zone protette imponendo a questi soggetti e a chi si interfaccia con loro l’utilizzo della mascherina per diminuire la probabilità che incontrino una persona infetta.

I motivi dietro queste indicazioni sono riassumibili così:

«Omicron 2 causa malattia grave nei vaccinati vulnerabili, come dimostrano i 140 morti giornalieri. Questo è il problema e dobbiamo mettercelo in testa».

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