Il rafforzamento del dollaro, unito alla recente contrazione dell’economia giapponese, ha sferrato un altro colpo pesantissimo al già debole yen. La valuta nipponica sta ormai infrangendo ogni record, dopo essere scivolata a 161,155 per dollaro, nuovo minimo degli ultimi 38 anni. Shunichi Suzuki, ministro delle Finanze, ha espresso “profonda preoccupazione” per una situazione sempre più delicata che sta interessando il Giappone da almeno due anni.
Il Paese ha intanto nominato un nuovo diplomatico d’alto rango per i cambi, lasciando ipotizzare un possibile intervento sul mercato per sostenere lo yen. Masato Kanda, lo stesso che ha lanciato quest’anno il più grande intervento di acquisto di yen, ha lasciato il posto ad Atsushi Mimura, nell’ambito di un rimpasto annuale avvenuto però in un contesto a dir poco particolare.
“Le persone sanno di trovarsi su un terreno scivoloso per quanto riguarda l’intervento (della Bank of Japan, BOJ, a sostegno dello yen ndr). Ma sa anche che la debolezza dello yen è legata all’aumento dei rendimenti dei Treasury e alla lentezza del Giappone nell’aumentare i tassi. Quindi, anche se il Giappone interviene, il mercato considererà l’intervento come un’opportunità per acquistare dollari”, ha scritto il quotidiano nipponico Asahi Shimbun.
In generale, la BOJ si riunirà a fine luglio e potrebbe aumentare i costi di prestito, contribuendo potenzialmente a colmare il divario (enorme) tra i tassi giapponesi e quelli statunitensi. Lo stesso divario che ha colpito duramente lo yen nel corso del 2024, spingendo gli investitori ad affluire verso i rendimenti più elevati delle obbligazioni statunitensi.
Una ciambella di salvataggio per lo yen
Il governo giapponese non lascerà che lo yen si svaluti ancora, e questo perché la debolezza della valuta nazionale ha fatto aumentare il costo della vita delle famiglie in tutto il Paese. Un bel guaio per il primo ministro Fumio Kishida, desideroso di raccogliere sostegno politico in vista delle elezioni della leadership del suo partito Liberal Democratico, previste a settembre.
Certo, la BOJ ha posto fine a otto anni di tassi di interesse negativi a marzo, ma è stata cauta sulla prospettiva di ulteriori aumenti dei costi di prestito giapponesi. Il rimbalzo dello yen a 151,85 per dollaro, registratosi all’inizio di maggio, dopo il precedente intervento del Giappone sul mercato, ha presto lasciato spazio a un ulteriore indebolimento, visto che gli investitori si sono concentrati sul divario enorme tra i tassi di interesse statunitensi e giapponesi.
Che fare, dunque? La sensazione è che, dato l’impatto di breve durata derivante dall’azione della BOJ, qualsiasi nuovo intervento possa avere effetti limitati. E che, fino a quando il differenziale dei tassi di interesse tra lo yen e il dollaro sarà ampio, la pressione sulla valuta giapponese persisterà.
Il Giappone sta insomma imparando a sue spese una lezione difficilissima: domare il dollaro è pressoché impossibile. Lo scorso maggio, pare che il ministero delle Finanze di Tokyo abbia utilizzato 59 miliardi di dollari per far salire lo yen da un minimo storico intraday di 160 a 153 per dollaro. Nel giro di pochissimo, tuttavia, la valuta è tornata ad essere scambiata a circa 156 yen per dollaro.
Il Giappone è in trappola
Se intervenire per sostenere lo yen non serve praticamente a nulla, cosa dovrebbe fare il Giappone? Innanzitutto studiare la situazione. I fondamentali economici che hanno sostenuto il dollaro e trascinato lo yen verso il basso sono evidentemente ancora in atto. Sebbene la decisione della BOJ, a marzo, di porre fine ai tassi negativi abbia fatto discutere, il tasso è stato aumentato solo allo 0,1%.
Il punto è che, con un’inflazione più forte del previsto, la Federal Reserve (FED) degli Usa sta mantenendo i tassi statunitensi alle stelle, e i rendimenti statunitensi “gonfi” significano che il dollaro è destinato a fare pressione sullo yen e sulle altre valute (almeno finché i tassi statunitensi non scenderanno).
Il Giappone ha insomma bisogno di uno yen più forte. Data la crescente dipendenza della sua economia dalle importazioni di energia e cibo, una valuta non in caduta libera aumenta il potere d’acquisto del Paese sul mercato internazionale e supporta anche i risparmi delle famiglie (fondamentali per Tokyo, considerando che la sua popolazione invecchia e le famiglie diventano sempre più dipendenti dalle loro casse). Il problema non può dunque essere risolto soltanto dalla BOJ. Molto dipende dalle mosse della FED, dislocata dall’altra parte dell’oceano.