C’è qualcosa che non torna nei mercati. La crescita rallenta, l’ombra della recessione avanza, ma i rendimenti obbligazionari invece di scendere… salgono.
Un’anomalia? No: un possibile segnale di rischio sistemico. Il classico schema, flight to safety, prezzi dei bond su, rendimenti giù, questa volta non si sta ripetendo.
E la ragione è tanto inquietante quanto sottovalutata: l’enorme debito americano da rifinanziare potrebbe trasformarsi nel detonatore di una crisi.
Il grande elefante nella stanza: il debito USA
Nel 2025, gli Stati Uniti dovranno rifinanziare ben oltre $9 trilioni, supeirore al 20% del debito pubblico. Una cifra colossale. E se questo non bastasse, si stima che gli interessi annuali da pagare superino i $400 miliardi, con tassi ancora elevati. In questo contesto, l’elevata offerta di titoli di stato sul mercato rischia di comprimere ulteriormente i prezzi e far schizzare ancora più in alto i rendimenti.
È una dinamica da circolo vizioso: più bond vengono emessi, più i rendimenti salgono per attrarre acquirenti, più diventa oneroso rifinanziare il debito. Questo meccanismo rischia di avviare una spirale del debito, una parola che evoca scenari da incubo nella mente degli analisti. Una parola che suona familiare a chi ha vissuto il 2008: rischio sistemico.
Chi comanda davvero il mercato oggi?
Ci troviamo in una fase in cui è legittimo domandarsi: è la Fed a guidare il mercato, o è il mercato a dettare le condizioni alla Fed?
La banca centrale può anche provare a orientare le aspettative, ma quando l’offerta obbligazionaria è così grande, e la domanda non cresce altrettanto, il mercato potrebbe non seguire. Lo scenario attuale sembra segnare una divergenza strutturale tra la narrativa della Fed e la realtà dei mercati. I rendimenti salgono, anche a fronte di dati economici sempre più deboli, e questo non è normale.
Una recessione che arriva dal lato fiscale
A rendere il tutto più cupo ci si mette anche la congiuntura economica. L’indicatore GDPNow della Fed di Atlanta è passato da una previsione di +2% a -3% in appena due mesi. Un crollo verticale. Un campanello d’allarme fortissimo. Ma i mercati obbligazionari, invece di reagire con un calo dei rendimenti, sembrano ignorare la possibilità di una recessione.
Perché? Forse perché il rischio percepito è diventato troppo grande da gestire. Non si teme più solo la recessione, ma l’instabilità del debito sovrano, l’incapacità di sostenere il costo del debito stesso in un contesto di crescita bassa e inflazione persistente. Questo paradosso rischia di generare un pricing dei bond al contrario: più la Fed è dovish, più il mercato chiede premi al rischio.
Azionario a rischio? Probabile
In un contesto simile, anche l’azionario può iniziare a scricchiolare. Se i tassi restano alti, le aziende si troveranno a finanziare i debiti a costi più elevati, mentre le restrizioni fiscali per contenere il deficit potrebbero limitare i consumi e aumentare la pressione regolamentare. Questo si traduce in margini più bassi, utili compressi, multipli da rivedere.
Non è un caso che l’S&P 500 fatichi a recuperare le perdite accumulate nel 2025, nonostante l’apparente ottimismo che aleggia in superficie. Il mercato, forse, sta iniziando a scontare proprio questo: un cambio di regime strutturale.
TLT, S&P 500
Grafico lineare (bianco) del TLT e arancione dell'S&P 500. Fonte: baha.com