La maggior parte delle discussioni sull’antitrust si concentra sugli Stati Uniti e sull’Unione Europea, ma le leggi a tutela della concorrenza si stanno diffondendo in tutto il mondo.
L’edizione di ottobre 2025 della Review of Industrial Organization include articoli sulla storia e sull’esperienza nell’applicazione della politica della concorrenza in Brasile, Cina, Egitto, India e in cinque Paesi dell’Europa centrale e orientale. Russell Pittman offre una prospettiva più ampia nel suo “Editor’s Introduction to the Special Issue on Competition Law Enforcement in Developing Countries”. Pittman scrive (citazioni omesse):
Esistono almeno 125 Paesi e giurisdizioni nel mondo con leggi sulla concorrenza — forse di più. Alcuni lettori potrebbero non essere consapevoli della natura relativamente recente di questa situazione: nel 1970 esistevano solo 12 regimi\ di diritto della concorrenza in tutto il mondo, e due di questi — quello giapponese e quello tedesco — furono imposti ai Paesi sconfitti dai vincitori della Seconda guerra mondiale. I Paesi con economie di mercato adottarono gradualmente leggi sulla concorrenza nel periodo postbellico, fino a raggiungere circa 40 leggi al momento della caduta del Muro di Berlino (1989). Nei 20 anni successivi, il numero esplose, arrivando ad almeno 110 nel 2010; e secondo una fonte autorevole, oggi sono 135: 129 Paesi e 6 organizzazioni regionali.
Cosa spiega questa crescita esplosiva? Nei Paesi più economicamente avanzati dell’Europa centrale e orientale (CEE), i riformatori avevano incluso fin dall’inizio leggi sulla concorrenza nei loro programmi legislativi e regolatori. In altri Paesi della regione, il desiderio di ottenere un invito a entrare nella Comunità Europea ebbe chiaramente un ruolo più importante… Su un piano più ampio, molti Paesi in via di sviluppo scoprirono che prestiti della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale, così come accordi commerciali bilaterali e multilaterali con Paesi più ricchi, erano subordinati alla redazione e all’attuazione di leggi sulla concorrenza.
Sul fronte degli incentivi — più che delle pressioni — i Paesi in via di sviluppo hanno ricevuto assistenza tecnica per scrivere e applicare le loro leggi sulla concorrenza, oltre che per formare il personale delle autorità competenti. Le fonti di supporto sono state varie: il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, la Federal Trade Commission, la Commissione Europea, l’OCSE, l’UNCTAD, la Banca Mondiale e autorità di concorrenza più giovani ma di successo come l’Autorità Ungherese della Concorrenza, la Japan Fair Trade Commission e la Korea Fair Trade Commission.
L’esperienza delle leggi sulla concorrenza varia molto da Paese a Paese. In Brasile, tali leggi non sembrano aver prodotto effetti significativi. In Cina, quando le autorità antitrust sono intervenute contro grandi piattaforme digitali come Alibaba, si sono osservati forti impatti sui prezzi azionari delle imprese dello stesso settore — segno che gli investitori considerano il governo cinese molto potente in materia di antitrust. In India, le autorità hanno talvolta imposto multe per l’assenza di adeguata notifica di concentrazioni, ma quasi mai hanno bloccato una fusione vera e propria.
Secondo la mia lettura, le prove suggeriscono che le autorità antitrust in questi Paesi non dispongono di un potere realmente indipendente. Raramente si confrontano con grandi imprese già consolidate, sebbene in alcuni casi (come in Cina) l’autorità della concorrenza possa essere utilizzata come strumento politico dal governo centrale.
Questo articolo è ripreso e tradotto da Conversable Economist.