Le Ipo più attese a Piazza Affari nel 2025

Claudia Cervi

5 Dicembre 2024 - 07:41

Il 2025 sarà un anno di rilancio per le Ipo di Piazza Affari. Con gli incentivi del Governo e un contesto economico migliorato, ecco le aziende pronte a fare il grande passo della quotazione.

Le Ipo più attese a Piazza Affari nel 2025

Sono 7 le Ipo più attese a Piazza Affari nel 2025. Dopo un 2024 non particolarmente brillante per le nuove quotazioni, caratterizzato da una minore liquidità sul mercato e da una forte concorrenza da parte dei Btp, le prospettive per il nuovo anno sono decisamente più promettenti, grazie a un insieme di fattori favorevoli. In primis, il bonus Ipo che il governo ha prorogato fino al 2027 incentiva la quotazione delle Pmi, a cui si aggiunge il bonus della Regione Lombardia per integrare le spese di Ipo. Inoltre, l’ingresso del fondo di fondi del MEF, a capitale misto pubblico e privato, e l’introduzione di agevolazioni fiscali come il credito d’imposta sulle spese di consulenza per la quotazione, daranno un ulteriore impulso.

Il 2025 si prevede quindi come un anno di forte accelerazione, con nuovi settori come intelligenza artificiale, healthcare, cleantech energy e tech industriale pronti a entrare in Borsa.

Vediamo le 7 aziende più promettenti che si preparano all’Ipo su Borsa italiana nel 2025.

1) Cisalfa

Cisalfa Sport, una delle principali catene italiane di abbigliamento sportivo, potrebbe approdare a Piazza Affari tra la primavera e l’estate del 2025. La sua quotazione potrebbe portare a una raccolta tra 300 e 500 milioni di euro, con una valutazione complessiva dell’azienda intorno a 1 miliardo di euro e un flottante minimo del 30%. A guidare l’operazione come global coordinator ci saranno Unicredit e JP Morgan, sostenendo un progetto ambizioso basato su solidi risultati finanziari e un piano di espansione ben definito. Il gruppo, controllato dalla famiglia Mancini, ha chiuso l’esercizio a febbraio 2023 con risultati solidi: 668,6 milioni di euro di ricavi, un Ebitda di 62,3 milioni e una liquidità netta di 54,4 milioni. Questi numeri, insieme a nuovi investimenti di internazionalizzazione in Germania e per rafforzare la rete commerciale in Italia, grazie a un finanziamento di 115 milioni garantito da UniCredit, CDP e SACE, rendono Cisalfa un’opportunità molto interessante per gli investitori istituzionali e i fondi di private equity. La quotazione potrebbe garantire nuove risorse per consolidare la leadership di mercato, finanziare ulteriori acquisizioni e spingere l’internazionalizzazione, in particolare attraverso l’ingresso nei mercati chiave del nord Europa.

2) Golden Goose

Dopo il rinvio della quotazione a giugno 2024, a causa della volatilità dei mercati, il marchio italiano di sneaker di lusso potrebbe tentare una nuova Ipo su Euronext Milan nel 2025. Il prezzo dell’Ipo di giugno era stato fissato tra 9,50 e 10,50 euro per azione, pari a una capitalizzazione di mercato compresa tra 1,69 e 1,86 miliardi di euro. Ancora non sono noti i dettagli del prossimo tentativo di quotazione, ma i risultati finanziari pubblicati quest’anno sono molto positivi.
Golden Goose, controllato dal fondo di private equity Permira, ha chiuso i primi nove mesi dell’anno con ricavi in crescita del 12% e un adjusted Ebitda di 163 milioni di euro, pari al 35% del fatturato. Questi risultati confermano un modello di business solido, trainato dall’apertura di 17 nuovi negozi e dal rafforzamento del canale di vendita diretta, che ha segnato un incremento del 18%. La quotazione permetterebbe a Golden Goose di raccogliere risorse per consolidare la propria posizione in mercati strategici come gli Stati Uniti e la Cina, oltre a sostenere l’espansione del marchio attraverso l’apertura di 20-25 nuovi punti vendita all’anno e il lancio di progetti innovativi come la Haus of Dreamers a Venezia e i negozi Forward, che integrano acquisto, riparazione e riciclo delle sneaker. L’azienda è determinata a quotarsi in borsa e si prepara a cogliere il momento giusto per valorizzare al massimo il proprio potenziale in modo da continuare a crescere a doppia cifra sia nei ricavi che nell’Ebitda.

3) Parmacotto

Tra le aziende più promettenti che guardano al mercato dei capitali c’è Parmacotto, storico gruppo alimentare di Parma. Dopo aver affrontato con successo una difficile fase di crisi, lo storico marchio è riuscito a risollevarsi sotto la guida del CEO Andrea Schivazappa. La strategia aziendale prevede il debutto in Borsa entro il 2026, concentrandosi su tre pilastri principali: sostenibilità, internazionalizzazione e valorizzazione del brand.
L’azienda punta a una valutazione di circa 200 milioni di euro all’Ipo, collocando il 45% del capitale, attraverso una vendita di azioni esistenti e un aumento di capitale. Questa operazione consentirebbe a Parmacotto di raccogliere risorse per consolidare la propria presenza sui mercati esteri, soprattutto negli Stati Uniti dove ha già avviato nuove operazioni industriali, e incrementare il valore del marchio.

4) HNH Hospitality

Tra le Ipo più attese nel 2025 o 2026 troviamo anche HNH Hospitality, gruppo alberghiero veneto specializzato nel turismo di lusso. Nel 2023 la società ha registrato una crescita straordinaria, con un fatturato in aumento del 42,3% rispetto all’anno precedente, pari a 106 milioni di euro. Grazie all’espansione nel segmento leisure e alla forte domanda internazionale, in particolare dagli Stati Uniti, l’azienda ha rafforzato la propria posizione nel mercato del turismo di lusso. Con acquisizioni strategiche, come il Resort Pullman Almar Timi Ama in Sardegna, HNH ha ampliato il proprio portafoglio, ottenendo un utile netto di 6,4 milioni di euro, in crescita del 47,8% rispetto al 2022. Il gruppo punta a rafforzare ulteriormente la sua posizione finanziaria, con una leva debitoria stabile e una generazione di cassa in forte aumento, elementi che potrebbero costituire un trampolino di lancio per una futura quotazione in Borsa. Dal 2023 l’azienda partecipa al programma IPOready di Borsa Italiana, un percorso gratuito di formazione alla quotazione della durata di 6 mesi.

5) Plenitude ed Enilive

Da tempo Plenitude ed Enilive, spin-off strategici di Eni, sono al centro di indiscrezioni relative alla quotazione in Borsa. Secondo Claudio Descalzi, Ceo di Eni, entrambe le società rappresentano un esempio di diversificazione in settori ad alto potenziale come le energie rinnovabili e il retail energetico. Plenitude, che ha già consolidato la propria presenza sul mercato, è pronta a fare il salto successivo, mentre per Enilive è prevista la cessione di una quota di minoranza tra il 20% e il 25% a KKR, per rafforzare la sua posizione finanziaria e strategica.
Con una valutazione complessiva di oltre 20 miliardi di euro, Plenitude ed Enilive si propongono come leader della transizione energetica. La quotazione permetterebbe di accelerare i piani di crescita e di consolidare la leadership nei settori delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, in un contesto di forte domanda globale per soluzioni sostenibili.

6) Prada

Prada è già quotata a Hong Kong con una capitalizzazione di 14 miliardi di euro, ma da anni si parla di una sua doppia quotazione a Piazza Affari, per un valore che potrebbe raggiungere 1 miliardo di euro. L’iter dell’offerta pubblica non è ancora stato definito e potrebbe avvenire nel corso del 2025, in funzione dell’evoluzione delle condizioni macroeconomiche e dell’interesse del mercato per nuovi collocamenti.

L’approdo di Prada a Piazza Affari potrebbe rappresentare uno dei maggiori eventi nel settore delle Ipo italiane degli ultimi anni e attirerebbe l’attenzione degli investitori sul comparto del lusso, fungendo da catalizzatore per altre aziende italiane desiderose di intraprendere un percorso simile, come Golden Goose.

7) Armani

Per il gruppo Armani la quotazione in Borsa non è mai stata una priorità, ma lo statuto che regola la successione prevede la possibilità di un’Ipo. Sebbene le tempistiche non siano immediate, il marchio del lusso italiano potrebbe debuttare in Borsa con una valutazione tra i 5 e i 7 miliardi di euro, ma il valore potrebbe crescere grazie ai ricavi derivanti dalle royalties sulle licenze.

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