C’è un’azienda che da oltre 130 anni mette il sapore nei piatti di mezzo mondo, eppure oggi il mercato la prezza come se stesse per svanire nel nulla. Il titolo quota intorno a $72, contro un fair value stimato che supererebbe i $100 da alcuni calcoli: uno scarto che sembrerebbe troppo ampio per essere ignorato, ma forse troppo comodo per essere vero.
Prima di lasciarsi sedurre dall’aroma del dividendo al 4%, vale la pena capire cosa si nasconde davvero sotto questa valutazione compressa delle azioni McCormick.
McCormick: un colosso silenzioso nei portafogli globali
McCormick & Company è uno di quei nomi che non campeggiano sui giornali finanziari come S&P 500 o i grandi titoli tech, eppure la sua presenza nelle cucine di tutto il mondo è capillare e difficilmente sostituibile. Spezie, condimenti, salse, estratti aromatici: il gruppo americano opera sia nel segmento consumer (i prodotti che si trovano nei supermercati) che nel segmento flavor solutions, cioè la fornitura di aromi e ingredienti ai grandi produttori alimentari industriali. Una duplicità di ricavi che storicamente ha funzionato da ammortizzatore ciclico.
Il titolo appartiene alla categoria azionaria bond-like da cassettista, nel senso che molti investitori lo trattano come un’obbligazione con cedola variabile: apprezzato per il flusso di cassa, non per la crescita esplosiva.
Il dividendo al 4%: una rendita o una trappola?
McCormick vanta una storia di dividendi consecutivi che si estende per decenni, qualificandola come Dividend Aristocrat. Il rendimento attuale intorno al 4% annuo potrebbe sembrare generoso in termini assoluti, ma va contestualizzato. Il payout ratio, cioè la percentuale degli utili distribuita agli azionisti, si aggira su livelli elevati, intorno all’80-90% degli utili netti. Questo potrebbe suggerire che il dividendo sia sostenibile solo in condizioni di crescita stabile degli utili, e che qualsiasi contrazione della marginalità operativa potrebbe mettere sotto pressione la capacità distributiva dell’azienda.
Il debito rappresenta forse il nodo più delicato dell’intera tesi. L’acquisizione di RB Foods nel 2017, che ha portato in dote i marchi French’s e Frank’s RedHot, ha appesantito il bilancio con una leva finanziaria significativa. In un contesto di tassi elevati come quello attuale, il costo del debito erode una quota crescente del free cash flow, riducendo il margine di manovra del management. Chi valuta questo titolo dovrebbe quindi considerare non solo il rendimento del dividendo, ma anche la traiettoria del net debt/EBITDA nei prossimi trimestri.
Valutazione: lo sconto del 28% è reale o è un miraggio?
Il mercato oggi prezza McCormick con un multiplo price/earnings forward che si colloca attorno a 22-23x, in calo rispetto alle medie storiche che superavano i 30x. Lo sconto del 28% rispetto al fair value stimato da alcuni modelli DCF (Discounted Cash Flow) potrebbe sembrare un’opportunità di mean reversion, ovvero un ritorno verso la media valutativa storica. Tuttavia, questa lettura richiederebbe che le condizioni macro e competitive tornassero a favorire l’espansione dei multipli nel settore consumer staples, il che oggi non sembrerebbe affatto scontato.
La pressione inflazionistica sulle materie prime agricole, la competizione dei brand private label nei supermercati e il rallentamento dei volumi nel segmento flavor solutions industriale sono venti contrari che potrebbero mantenere compressa la valutazione più a lungo di quanto i modelli statici anticipino. Va detto, però, che McCormick ha storicamente dimostrato un pricing power notevole, riuscendo a trasferire i rincari dei costi sui prezzi finali con una certa efficacia.
Il confronto con i BTP
Per un investitore retail italiano abituato a ragionare in termini di rendimento netto e protezione del capitale, il confronto con i BTP decennali è quasi inevitabile. Un BTP a 10 anni oggi offre un rendimento lordo intorno al 3,5-3,8%, con il vantaggio della certezza della cedola e della restituzione del capitale a scadenza. McCormick offre teoricamente di più in termini di rendimento da dividendo, ma introduce variabili che un’obbligazione sovrana non comporta: rischio valutario (il titolo quota in dollari), rischio di taglio del dividendo, rischio di ulteriore compressione del prezzo.
Chi valutasse un’esposizione su questo titolo potrebbe ragionare in un’ottica di diversificazione valutaria e settoriale, integrando una piccola posizione su un consumer staples americano all’interno di un portafoglio già ancorato su strumenti obbligazionari domestici. Non si tratterebbe di sostituire il BTP, ma di affiancargli qualcosa con caratteristiche differenti di rischio/rendimento.
McCormick sembrerebbe incarnare quella categoria rara di aziende solide che il mercato punisce temporaneamente per ragioni che potrebbero rivelarsi transitorie, ma il confine tra opportunità e trappola di valore è spesso sottile e difficile da vedere in tempo reale.
Chi si avvicina a questo titolo dovrebbe farlo con la consapevolezza che il contesto macro, il livello del debito e la pressione competitiva sono variabili ancora aperte, e che nessun dividendo, per quanto generoso, può compensare una perdita di capitale prolungata.
Investire con consapevolezza significa anche saper aspettare che il quadro si chiarisca, e non sempre lo sconto più visibile è quello più conveniente da raccogliere.