Oltre 20.811 miliardi di corone norvegesi, equivalenti a 1.847 miliardi di €: di cosa si tratta? Di un mega patrimonio seguito con attenzione non solo dagli straricchi del mondo ma anche dai gestori professionali e perfino dai piccoli e medi investitori soprattutto dei Paesi occidentali.
Lo possiede e lo governa il Fondo sovrano norvegese, stimato come il migliore in assoluto in termini di remuneratività fra i grandi fondi statali delle nazioni non solo occidentali. Se ne scriviamo c’è un motivo, che non è unicamente di cronaca finanziaria ma anche di analisi delle relative modalità di gestione, replicabili in quote logicamente infinitesimali da chiunque disponga di qualche risparmio.
Numeri da record
Il fondo ha guadagnato 2.360 miliardi di corone norvegesi, pari a circa 240 miliardi di euro, nel 2025, con un rendimento totale del 15,1%. Meglio, quindi, di qualsiasi attività finanziaria di iper dimensioni, salvo si sia speculato sulle criptovalute, sebbene in questo caso con volatilità estremamente maggiori. I norvegesi derivano un così gigantesco patrimonio da proventi delle estrazioni petrolifere e lo adibiscono a scopi pensionistici per la popolazione locale. Il suo sito web scrive in proposito: “Trasformiamo una risorsa esauribile, quale il petrolio, in un portafoglio finanziario duraturo in previsione di quando le entrate del greggio diminuiranno”. L’obiettivo, quindi, è di lungo termine, come dovrebbe succedere per qualsiasi investitore “buon padre di famiglia”, definizione spesso dal significato ben più ampio di quello formale.
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Dieci lezioni di cui tenere conto
Ai nostri lettori potrebbe non interessare una storia estranea alla realtà italiana. Sbaglierebbero. Il fondo sovrano di Oslo indica infatti come gestire al meglio qualsiasi patrimonio. Ne traiamo allora dieci insegnamenti utili a chiunque:
- Fondamentale la logica dell’interesse composto, ovvero degli «interessi su interessi». A differenza dell’interesse semplice, calcolato solo sull’importo di base, l’interesse composto tiene conto degli interessi accumulati, permettendo al denaro di crescere a un ritmo più veloce. In questo il gestore norvegese è un maestro. Solo una minima quota del rendimento viene infatti prelevato annualmente per le spese statali, reinvestendo il resto.
- Punta sulla massima diversificazione degli asset finanziari e immobiliari in cui impiega i suoi fondi.
- Le aree più investite sono Stati Uniti, Giappone, Gran Bretagna, Germania e Francia. Pochi Paesi emergenti quindi. È una preferenza prudente ma non del tutto condivisibile.
- Questa dichiarazione può apparire eccessiva: “Gli investimenti sono distribuiti nella maggior parte dei mercati, Paesi e valute per ottenere un’ampia esposizione alla crescita globale e alla creazione di valore, garantendo al contempo una buona diversificazione del rischio. Il fondo si colloca soltanto all’estero per evitare possibili tensioni dell’economia norvegese”. È un impegno che richiede una certa attenzione, soprattutto da parte degli italiani, che si concentrano spesso troppo su Btp, azioni del Ftse Mib e magari immobiliare di casa nostra, trascurando asset esteri.
- La scelta può sembrare poco idonea alle regole base della finanza, che solitamente sono impostate su un 60% di investimenti in azioni e su un 40% in obbligazioni. A Oslo la quota delle prime è salita nel 2025 al 71%, confermando una strada seguita anche negli anni precedenti.
- Azionario sì ma con una vastissima differenziazione di sottostanti: le stime parlano di circa 7.000 diverse società su cui ci si è rivolti, con inoltre 60 Paesi di appartenenza. Davvero tanti, troppi, con rilevanti rischi di cambio valutario, che vanno saputi governare. Questa scelta non è minimamente consigliabile a chi gestisca i risparmi di una vita: comporterebbe infatti un forte impegno di tempo e di approfondimento pure nel caso ci si limitasse a poche divise. Meglio concentrarsi quindi al massimo su due o tre, con l’euro imprescindibilmente protagonista di primo piano.
- Forte la presenza delle leader mondiali della tecnologia Usa. La scelta era confermata dalle statistiche di fine 2025 ma si dice che attualmente il loro peso stia scendendo,
- E le obbligazioni? Rappresentano il 26,5% del totale, con una ripartizione a metà fra titoli di Stato e bond societari. È indubbio che questa scelta è favorita sia dalle normative fiscali che regolano il fondo sia dalla possibilità di accedere a mercati complessi, senza limiti per i tagli minimi su cui si investe. In totale si tratta di oltre 1.600 titoli di 48 diversi Paesi.
- Il ruolo dell’immobiliare pesa poco: si aggira infatti sull’1,7% del totale, con una diversificazione però anche in tale ambito in molti Paesi del mondo, sebbene Francia, Gran Bretagna e Usa siano quelli con maggiori collocamenti.
- La liquidità infine? Non si dispone di dati in merito ma sembra che sia marginale sul patrimonio globale.
Un po’ troppo conservativo
C’è chi giudica la strategia dei norvegesi eccessivamente tradizionale. La qualità dei risultati lo smentisce ma la vera prova della sua validità troverà conferme o meno in presenza di una pesante correzione dei mercati. Il 2026 potrebbe rappresentare un primo test in tal senso. Le lezioni impartite tuttavia negli ultimi anni sono risultate molto positive. Vanno però più interpretate che replicate, anche perché i tempi di reazione di un fondo sovrano risultano quasi sempre più veloci di quelli di un piccolo investitore, aspetto importante e decisivo per evitare clamorosi errori.