Le 10 azioni a Piazza Affari più esposte alla tassa sugli extraprofitti

Redazione Money Premium

26/08/2026

L’introduzione di una tassa in Italia potrebbe finanziare sconti sulle accise o misure di sostegno, ma a costo di una maggiore instabilità percepita dagli investitori. Ecco le aziende a rischio

Le 10 azioni a Piazza Affari più esposte alla tassa sugli extraprofitti

Il dibattito sulla possibile introduzione di una tassa sugli extraprofitti delle aziende energetiche e petrolifere in Italia è tornato prepotentemente al centro della scena politica e finanziaria nell’estate del 2026, alimentato dall’impennata dei prezzi di benzina e gasolio oltre i due euro al litro.

A quanto ammontano gli extraprofitti?

Le tensioni in Medio Oriente e le restrizioni al traffico nello stretto di Hormuz hanno generato, secondo le stime di Transport & Environment, extraprofitti per circa 7,5 miliardi di euro nel solo primo semestre all’interno del mercato unico europeo da parte di otto grandi compagnie, pari al 42 per cento del totale globale di poco meno di 18 miliardi. Di questi, 1,6 miliardi sono maturati nel primo trimestre e 5,9 miliardi nel secondo, interamente segnato dal conflitto.

L’Italia, insieme a Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna, ha chiesto a Bruxelles un quadro normativo comune, ma la Commissione europea ha ribadito che la tassazione resta competenza nazionale, purché compatibile con il diritto dell’Unione. Questa risposta ha acceso le pressioni dell’opposizione, con Elly Schlein che invita il governo di Giorgia Meloni a intervenire subito a livello interno senza attendere l’Europa, mentre l’esecutivo, per voce di Giancarlo Giorgetti e fonti di Palazzo Chigi, insiste sulla necessità di un approccio coordinato per evitare distorsioni competitive.

Eni, extraprofitti da record

Sul fronte dei numeri specifici, lo studio di Transport & Environment attribuisce a Eni circa 550 milioni di euro di extraprofitti generati in Europa nel primo semestre 2026, su un totale di 7,5 miliardi per le otto major (di cui 500 milioni complessivi realizzati sul territorio italiano). A livello globale gli extraprofitti della compagnia italiana ammontano a circa un altro mezzo miliardo.

Nel medesimo periodo Eni ha registrato un utile netto adjusted di 3,635 miliardi di euro, in crescita del 43 per cento rispetto al 2025, con il solo secondo trimestre a 2,3 miliardi (più che raddoppiato) e un Ebit proforma adjusted di gruppo a 8,911 miliardi (+40 per cento). I margini di raffinazione più che raddoppiati e la produzione in aumento dell’11 per cento su base omogenea nel secondo trimestre hanno spinto il management a rivedere al rialzo la guidance di generazione di cassa a 15 miliardi e il programma di buyback a 3,4 miliardi. Un prelievo straordinario sull’ordine di grandezza dei 550 milioni europei eroderebbe una quota significativa di questi extra-guadagni, potenzialmente nell’ordine del 15 per cento dell’utile netto semestrale, con ripercussioni dirette sui flussi destinati a dividendi e riacquisti di azioni proprie, anche se la società ha già espresso contrarietà a misure congiunturali che minano la capacità di attrarre capitali per investimenti di lungo periodo.

Le altre aziende a rischio

Le utility elettriche e multiutility subiscono un impatto più indiretto ma quantificabile. Enel, il maggiore produttore e distributore, insieme a A2A, Iren, Hera e Erg, trae vantaggio dall’aumento dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità, soprattutto sulle quote di produzione rinnovabile non interamente coperte da hedging. Gli esperti di Equita stimano che ogni 10 euro/MWh di rialzo del prezzo possa incrementare l’Ebitda dall’1 al 3 per cento, con effetti residui pari al 10-15 per cento delle produzioni rinnovabili nel 2026 e più marcati nel 2027, dove le coperture sono inferiori (fino al 40-50 per cento di hedging per alcune società).

Tuttavia, proprio questi benefici rischiano di essere “catturati” da un’eventuale tassazione straordinaria, come già accaduto in passato quando i contributi di solidarietà hanno sottratto fino al 10-15 per cento degli utili in fasi di prezzi estremi. Società di infrastrutture regolate come Terna, Snam e Italgas risultano meno colpite nei conti operativi, ma restano soggette al clima generale di incertezza settoriale che può comprimere i multipli di valutazione. Anche Saipem, attiva nei servizi petroliferi, subisce riflessi indiretti attraverso la percezione del rischio sull’intero comparto oil.