La guerra in Ucraina, le tensioni con Unione europea e Stati Uniti, le sanzioni economiche del blocco occidentale. Queste sono soltanto alcune delle cause che hanno spinto la Russia a riorganizzare il proprio raggio d’azione lontano dall’Occidente. Impossibilitata a fare affari con i governi dell’Ue, un tempo ricchi clienti ai quali vendere gas e petrolio, Mosca è stata costretta a volgere lo sguardo altrove: in primis verso l’Oriente, e cioè in Asia, nel continente considerato motore economico del mondo.
Luci e ombre per il Cremlino, inseritosi sì in un palcoscenico dinamico, ricco di Paesi in via di sviluppo (vedi i membri dell’Asean) e appannaggio della seconda economia mondiale, quella del partner cinese, ma al contempo competitivo – resta infatti da capire quanto la Cina avrà voglia di “sopportare” nel proprio cortile di casa un amico potenzialmente ingombrante - e regolato da fragilissimi equilibri.
In ogni caso, se Vladimir Putin saprà decifrare il contesto, allora c’è da credere che la Federazione Russa potrà in qualche modo dimenticare di essere parzialmente occidentale, scoprendo di essere solo ed esclusivamente asiatica. In realtà già nel 2014, a seguito della prima ondata di sanzioni occidentali in risposta all’annessione della Crimea, Putin avviò il suo personalissimo Pivot to East (povorot na vostok).
Quella strategia mirava a spostare l’economia russa lontano dai partner europei in direzione di Pechino. Nonostante una lieve recessione economica in entrambi i Paesi che ha interrotto la strategia nel 2015, il riorientamento riuscì abbastanza bene. Risultato: le due economie iniziarono ad integrarsi in maniera consistente. La quota cinese del commercio totale della Russia è così cresciuta da circa il 10% nel 2013 al 18% entro la fine del 2021. Poi c’è stato l’inizio dell’operazione militare speciale in Ucraina e il Pivot to East di Mosca è tornato in auge.
Se Putin guarda all’Oriente
L’offensiva in Ucraina da parte della Russia nel 2022, così come le sanzioni del G7 imposte come punizione, dicevamo, hanno accelerato l’avvicinamento di Mosca verso Pechino. Mentre il riorientamento economico della Russia si è concentrato principalmente sul commercio di beni, in particolare di idrocarburi, è importante sottolineare come le relazioni finanziarie della Federazione Russa abbiano subito un cambiamento parallelo.
Il think tank Atlantic Council, ad esempio, ha fatto notare che l’economia russa è ora fortemente dipendente dal capitale cinese. Sebbene questo possa essersi rivelato favorevole per il Cremlino – e ne abbia evitato il collasso - nel lungo periodo l’eccessiva dipendenza dalla finanza cinese rafforzerà lo status del governo russo come partner di minoranza nelle relazioni tra i due Paesi.
Nel 2015, inoltre, Russia e Cina avevano concordato di armonizzare i rispettivi progetti fondamentali: l’Unione economica eurasiatica (EEU) e la Belt and Road Initiative (BRI). L’EEU cerca di istituire un nuovo sistema normativo e doganale mentre la BRI è più orientata a migliorare la connettività tra Pechino e il continente eurasiatico più quello africano mediante una mastodontica rete infrastrutturale.
Detto questo, c’è chi sostiene, ad esempio, che la convergenza sino-russa possa spingere Pechino ad erodere la tradizionale sfera d’influenza di Mosca in Asia centrale. In realtà, la penetrazione economica cinese in quest’area non sta facendo altro che rafforzare i governi locali, riducendo il rischio di eventuali rivoluzioni colorate in tutto lo spazio post sovietico. Insomma, per quanto riguarda gli aspetti più impellenti e rilevanti, l’«asiatizzazione» della Russia, e la conseguente complementarietà in Asia di Russia e Cina, non sembra essere dannosa né per il Cremlino, né per Pechino.
Mosca alla prova dell’Asia
Tra gli obiettivi principali dell’agenda estera della Russia troviamo tre punti rilevanti: lo sviluppo dei partenariati paralleli con Cina e India, la ricerca della stabilità regionale nell’Asia-Pacifico (termine che i russi preferiscono adottare al posto di Indo-Pacifico) e il supporto delle istituzioni multilaterali regionali asiatiche, tra cui l’Asean e i suoi vari formati.
Non a caso nel 2021 Putin spiegava che lo spostamento del “centro di gravità della politica e dell’economia mondiale” nell’area Asia-Pacifico richiedeva che la Russia continuasse “vigorosamente a sviluppare relazioni con gli Stati” della regione, in linea con l’obiettivo di creare il Grande Partenariato Eurasiatico. Al di là di questo, in Asia ci sono i principali nuovi clienti della Federazione Russa, la Cina e l’India, entrambi affamati delle preziose risorse energetiche di Putin. Ecco perché, banalmente, Putin guarderà sempre più verso Oriente.