La delusione italiana al vertice europeo

Raphael Raduzzi

11 Febbraio 2023 - 11:07

Il vertice europeo sulla risposta fiscale ai maxi-piani made in USA entra nel vivo e a quanto pare gli unici che ne usciranno soddisfatti saranno francesi e tedeschi.

La delusione italiana al vertice europeo

Come ci si poteva aspettare, uno dei più importanti Consigli Europei, si è aperto oggi all’insegna dei desiderata franco-tedeschi.

I capi di stato europei stanno tentando in questi giorni di vertice europeo (9 e 10 febbraio) di dare una risposta unitaria ed europea al piano americano di contrasto all’inflazione, l’Inflation Reduction act che da solo vale quasi 400 miliardi di dollari, ma che assieme agli altri programmi di stimolo fiscale made in USA, il Build Back Better ed il Chips Act, arriva ai duemila dollari.

Dopo una prima giornata di confronti, le indiscrezioni sulle prime bozze di accordo indicano che la via prediletta per l’Unione Europea passa per un rilassamento dei vincoli europei sugli aiuti di stato. Tema già trattato in questa rubrica, quando abbiamo ricordato che, non molto stranamente, oltre la metà degli aiuti di stato approvati in deroga dall’Unione Europea lo scorso anno erano stati richiesti dalla Germania (53%) e quasi un quarto (23%) dalla Francia.

Un duo, quello franco-tedesco che su questo punto ha saputo muoversi compattamente, sia sul piano politico – con la recente visita dei due ministri dell’economia Habeck e Le Maire a Washington che ha fatto storcere il naso pure al placido Giorgetti – sia su quello mediatico. Fa sorridere, ad esempio, l’articolo sponsorizzato in prima pagina sul noto sito di informazione europea Politico.eu del tedesco Hubertus von Baumbach, che nella duplice veste di amministratore delegato di Boehringer Ingelheim, la seconda azienda farmaceutica tedesca, e di Presidente della Federazione europea delle industrie e delle associazioni farmaceutiche reclama a gran voce alla UE di aprire la porta del futuro per l’Europa. Meno prosaicamente, di rivedere le regole del gioco a favore dei giganti multinazionali della farmaceutica.

In questo contesto, il governo italiano ha provato a far sentire la sua voce tramite il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giancarlo Giorgetti che ha dichiarato: “Possiamo essere d’accordo con l’aumento degli spazi per gli aiuti di Stato, ma in cambio di una flessibilità ampia sulla revisione di tempi e contenuti del Pnrr e di una riforma della governance europea che non penalizzi gli investimenti strategici”.

Insomma, da un lato le ambizioni di un nuovo fondo europeo, sul modello della Recovery and Resilience Facility (RRF), noto ai più come Recovery Fund, o quantomeno di una riedizione di schemi tipo il fondo SURE sembrano accantonate. La resistenza nordica, si è infatti opposta a qualsiasi nuova emissione di debito europeo asserendo, a ragione, che vi siano ancora 200 miliardi di euro di prestiti disponibili nella RRF. L’Italia è infatti uno dei pochissimi paesi che ha esaurito il plafond dei prestiti europei concessi dal Recovery Fund, gli altri paesi ne sono stati alla larga: un po’ per i vincoli politici, un po’ per i costi dei prestiti, non così convenienti. Il naufragio di ipotetici nuovi fondi comuni europei non ci dovrebbe però far dispiacere troppo, dati gli enormi problemi politici ed economici causati dal PNRR.

Dall’altro lato, la strategia italiana sembra poco lungimirante anche perché approvare oggi un indubbio vantaggio per Germania e Francia per avere in cambio la promessa di futuri cambiamenti delle regole fiscali sarebbe una palese riedizione di altre fregature subite dal nostro paese, a partire dall’Unione Bancaria: il nostro paese approvò i primi due pilastri – con annesso il principio del bail-in dei risparmiatori – con la speranza di uno schema di garanzia dei depositi a livello europeo, cioè il terzo pilastro mai completato.

Le promesse da marinaio che spesso si fanno nei consessi europei dovrebbero essere valutate con attenzione dal nostro Governo, tanto più che proprio in questi giorni sulle agenzie stampa europee si poteva leggere una velina che titolava come i funzionari europei dubitino che il commissario all’Economia Gentiloni riuscirà a raggiungere un ampio consenso attorno alla sua proposta di revisione del Patto di Stabilità e Crescita il prossimo marzo, quando appunto i leader europei saranno chiamati a decidere sulle rigide regole fiscali che per il 2024 torneranno pienamente attive.

Possiamo quindi auspicare che il via libera alle nuove regole sugli aiuti fiscali non sia subordinato solo alla possibilità di modificare il PNRR, sarebbe davvero assurdo concedere un così grosso vantaggio ai propri competitor europei per un piatto di lenticchie che ci concederebbe solo di spostare qualche capitolo di spesa di un piano finanziato in larga parte anche con risorse nazionali.