La Cina rappresenterà, da sola, il 45% della produzione manifatturiera mondiale entro il 2030.
Nel giro di poco più di cinque anni, dunque, Pechino produrrà letteralmente quasi la metà degli oggetti e dei beni utilizzati nel pianeta. Non solo: il Dragone controllerà una fetta quattro volte maggiore rispetto a quella che deterranno gli Stati Uniti (11%) e più di quella di tutti i Paesi ad alto reddito messi insieme (38%).
Se così fosse, si tratterebbe di un risultato sorprendente visto che nel 2000, quasi 25 anni fa, la quota cinese nella manifattura globale si attestava intorno al 6% contro il 25% degli Usa e il 75% dei Paesi ad alto reddito. Questa previsione è da prendere in seria considerazione visto che è contenuta nell’ultimo paper realizzato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (UNIDO) e intitolato The Future of Industrialization.
In attesa di capire che cosa accadrà nel futuro, non resta che concentrarsi sul presente. Al netto delle tensioni internazionali e di alcuni problemi interni (debiti delle amministrazioni locali elevati, crisi del settore immobiliare, consumi che non decollano), il Dragone continua ad adottare una politica industriale volta a coprire un orizzonte temporale di lungo periodo. Ma come sta, oggi, la Cina?
L’economia della Cina
Secondo quanto riportato da Reuters, l’economia cinese dovrebbe crescere del 4,8% nel 2024, al di sotto dell’obiettivo del governo, e la crescita potrebbe ulteriormente rallentare al 4,5% nel 2025. Da fine settembre le autorità hanno intensificato notevolmente gli stimoli nel tentativo di rilanciare l’economia e garantire che la crescita raggiunga l’obiettivo del governo di circa il 5% quest’anno.
“La pressione principale proviene dal lato dei consumi, che è a sua volta legato alle pressioni deflazionistiche”, ha spiegato Xing Zhaopeng, stratega senior di ANZ. Xing ha previsto che l’attività economica del Paese migliorerà nel quarto trimestre con l’entrata in vigore delle misure di stimolo ma che non sarà sufficiente a tagliare il traguardo fissato dalle autorità. Poco male, perché a Pechino hanno iniziato a guardare più alla qualità che non alla semplice quantità.
La Cina sta comunque crescendo (è importante non dimenticarlo) nonostante alcuni problemi strutturali: la sua economia è più lenta rispetto al passato, ha una popolazione di persone in età lavorativa in calo, sta ancora scontando l’impatto del Covid, e il suo nazionalismo economico sta crescendo.
In tutto questo le tensioni con l’Occidente stanno aumentando e le priorità della Cina si stanno spostando dalla mera crescita economica a una maggiore autosufficienza tecnologica. È anche per questo, dunque, che Pechino - almeno nei numeri - dominerà l’industria del futuro, manifattura compresa, in termini di quote produttive (e di mercato).
Il Dragone post stimolo (e alla prova di Trump
Bloomberg ha scritto che la produzione industriale e le vendite al dettaglio in Cina dovrebbero essere cresciute a un ritmo più veloce a ottobre rispetto a settembre (lo scopriremo nei prossimi giorni, alla pubblicazione dei dati ufficiali). Il sostegno del governo al mercato immobiliare ha contribuito a incrementare le vendite di case, mentre il periodo di vacanze all’inizio di ottobre ha sostenuto la spesa al dettaglio e turistica.
Lo stimolo di Xi Jinping ha dunque funzionato ma il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump potrebbe far deragliare la ripresa del Dragone, dato che il tycoon ha minacciato di piazzare tariffe su tutte le spedizioni cinesi negli Usa. Il settore industriale stava già superando la crescita dei consumi prima degli annunci di stimolo e questa tendenza è continuata.
Scendendo nei dettagli, le scorte cinesi di acciaio sono diminuite a fine ottobre, ma i volumi di produzione sono stati i più alti in tre mesi. Nel frattempo, la produzione di auto è aumentata del 3,6% a ottobre rispetto all’anno precedente. Tuttavia, il mercato interno sta lottando per assorbire tutti i beni prodotti, il che ha portato a un’impennata delle esportazioni.