La campagna capovolta di Harris e Trump: chi ci guadagna?

Glauco Maggi

23 Ottobre 2024 - 06:57

Harris cerca di rinnegare il proprio passato da vicepresidente, presentandosi come una sfidante, mentre Trump scommette sulla nostalgia e sui suoi successi passati.

 La campagna capovolta di Harris e Trump: chi ci guadagna?

Mancano meno di due settimane al voto del 5 novembre e l’America assiste ad una sfida elettorale capovolta. Chi sta alla Casa Bianca da quasi quattro anni ed è alla fine del suo primo mandato - la vicepresidente Kamala Harris - fa ogni sforzo per rinnegare, azzerare il proprio passato, ed apparire il “candidato tabula rasa”, il futuro che trasmette “gioia”. Lo slogan ufficiale della campagna lo dice papale papale: “Una nuova via in avanti” ( A New Way Forward).

Chi, da quattro anni, sta compiendo la classica “marcia del deserto“ che spetta al partito fuori dal potere, e al suo portabandiera designato da una (quasi) plebiscitaria conquista della candidatura attraverso le primarie del GOP - l’ex presidente numero 45 Donald Trump - si fa invece forte dei successi ottenuti anni fa, dal 2017 al 2020, prima di essere vittima del Covid.

E rivendica una inesistente continuità con quel suo primo mandato: così punta sulla nostalgia dell’elettorato per un paese che aveva goduto del periodo economicamente più ricco da decenni, senza inflazione, con i più bassi livelli di disoccupazione anche per i neri e gli ispanici. Non solo: in una fase internazionale travagliata da due conflitti geopolitici e militari, sul fronte russo-ucraino che sfiora la Nato e nel Medio-Oriente in preda alla guerra di sopravvivenza di Israele, Trump ricorda a tutti di non aver coinvolto i soldati USA in nessuna guerra promossa da lui, ad eccezione del doveroso, e brillante, annientamento dell’Isis.

Entrambi i candidati si sono, insomma, impegnati in questo scambio delle parti inedito e irreale. Kamala è stata, a pieno titolo, la faccia identitaria “diversa”, nera e femminile, del ticket Democratico che ha combinato guasti politici evidenti e innegabili. Il primo è stato il fiasco nel 2021 della fuga ingloriosa dall’Afghanistan, con i 13 marines uccisi a Kabul, e l’abbandono al nemico di un arsenale miliardario: è questa dimostrazione di arrendevolezza ai Talebani che ha rinvigorito Putin contro Kiev, Xi Jinping contro Taiwan, Teheran e i suoi terroristi-fantocci Hamas e Hezbollah contro Israele. Contemporaneamente, Joe e la “zarina” del confine Kamala hanno proceduto a smantellare le iniziative di Trump contro l’immigrazione clandestina, dall’abbandono del patto “Remain in Mexico” (l’accordo con il governo messicano grazie al quale chi chiedeva asilo doveva sostare in quel paese fino a quando non fosse esaurita la pratica legale di ammissione per entrare negli USA) allo stop alla costruzione del Muro.

Risultato, un’invasione di una decina di milioni di clandestini che ormai non entrano più solo dal Centro e Sud America ma persino dall’Africa e dalla Cina. Infine, ma non secondariamente per importanza, il governo Biden-Harris ha promosso una legge di spese di welfare e ambientaliste che hanno fatto schizzare, oltre al debito pubblico, l’inflazione dei beni di prima necessità al 9% in 18 mesi. E ciò ha prodotto irreparabilmente la diffusa disistima della gente per le qualità del Duo democratico nelle gestione dell’economia, che i sondaggi rilevano regolarmente ancora nel 2024.

Si capisce perché Harris, oggi, cerchi una impossibile “verginità” programmatica, inventandosi il ruolo di “sfidante” che non le spetta: è arrivata a promettere di far avanzare l’erezione del Muro; ha giurato agli operai della Pennsylvania che mai vieterà il fracking, la tecnica di estrazione orizzontale di gas naturale che aveva dato agli Usa di Trump l’indipendenza energetica; ha persino detto che possiede una pistola a casa sua e la userà, se entra un ladro, strizzando un occhiolino fasullo, e ridicolo, alla America della NRA, l’associazione dei produttori e possessori di armi. Sì, proprio loro, i paladini del Secondo Emendamento, fino ad ieri anatema per i liberal come lei.

Le capriole di Kamala sono indispensabili, ma pagheranno? Del resto, un bis del programma di Biden-Harris non era realisticamente vendibile al pubblico americano di buon senso, centrista e moderato, che pesa per almeno un terzo dei votanti e sempre finisce con il decidere l’esito delle campagne presidenziali.
Ma anche il compito di Trump, che i più recenti sondaggi danno in ripresa, e in qualche stato swing oltre la parità statistica, non è facile e scontato. Anche per il cambio di immagine, cercato o meno che sia. Il suo rifiuto di accettare ufficialmente di aver perso nel 2020 ha prodotto due effetti negativi.

Da un lato si è esposto alla ovvia critica di non sapere, o non volere, giocare al gioco della democrazia che prevede l’alternanza come cardine per la stabilità della repubblica: è vero che la storia istituzionalmente corretta del suo quadriennio, e soprattutto il fatto che, al dunque e dopo la pagina nera del 6 gennaio, se ne sia andato dalla Stanza Ovale il 20 gennaio 2021, come previsto, rendono credibili solo al pubblico dei fanatici di sinistra i toni apocalittici con i quali Harris e Obama, e i loro alleati dei media, lo stanno bollano negli attacchi politici dell’ultima ora: “fascista”, “nazista”, “parla come Hitler Mussolini e Stalin”, qualcuno ha scritto. Dall’altro lato, il Trump dalla personalità debordante che visita le zone devastate dagli uragani della Nord Carolina portando solidarietà e promesse di aiuti, come ha fatto in questi giorni seguito da Fox News sulle macerie delle case sinistrate quasi fosse ancora in carica, non disdegna di incarnare il ruolo del presidente anche se non lo è più da quattro anni e non lo è ancora.

È il momento finale della battaglia e Trump punta sulla sua “gravitas presidenziale”, che gli è ormai entrata nella pelle e che i due drammatici attentati hanno rafforzato. Dopotutto, è a un presidente che si spara.