Alle 14:30 ora italiana gli Stati Uniti pubblicano l’indice dei prezzi al consumo di settembre: il consenso vede l’inflazione headline salire al 3,7% annuo, con il nucleo fermo al 2,4%. È il numero che può decidere se la Fed, che un mese fa ha alzato i tassi nonostante un’inflazione già sopra obiettivo, si fermerà o stringerà ancora il 28 ottobre.
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Mercoledì 14 ottobre, alle 14:30 ora italiana, il Bureau of Labor Statistics pubblica l’indice dei prezzi al consumo (CPI) di settembre, l’ultimo dato macro di rilievo prima della riunione della Federal Reserve del 28 ottobre e arriva in una fase che ribalta lo schema a cui i mercati erano abituati negli ultimi anni. La banca centrale statunitense, infatti, non sta tagliando i tassi per sostenere la crescita ma li sta alzando, mentre l’inflazione resta sopra il suo obiettivo del 2%.
Un rialzo raro, con l’inflazione già sopra obiettivo
Il 16 settembre il Federal Open Market Committee ha alzato di un quarto di punto il tasso di riferimento, portandolo al 3,75%-4,00%, con un voto unanime di 12 a 0. Nel comunicato ufficiale la Fed ha scritto che l’inflazione «resta elevata» e che la decisione serve a sostenere un ritorno più tempestivo all’obiettivo del 2%, in un contesto in cui l’occupazione tiene il passo della crescita della forza lavoro, il tasso di disoccupazione è cambiato poco e l’attività economica si espande a un ritmo solido, con una spesa interna resiliente e una forte crescita della produttività.
È una configurazione poco comune poiché di norma un ciclo di rialzi accompagna un’inflazione in discesa verso l’obiettivo, non una che risale. Il rendimento del Treasury decennale, che oggi tratta intorno al 5,20%, riflette proprio questa incertezza: gli investitori attendono il dato di oggi per capire se la Fed debba insistere.
Le previsioni per il dato sull’inflazione di oggi
Le stime raccolte dai diversi modelli convergono su un quadro simile ma non identico. Il nowcast della Federal Reserve di Cleveland, aggiornato al 13 ottobre, indica un CPI headline in crescita dello 0,53% mensile e del 3,60% annuo, con il nucleo (al netto di energia e alimentari) allo 0,20% mensile e al 2,39% annuo. La società di ricerca Continuum Economics, in una nota del 29 settembre firmata da Dave Sloan, è leggermente più alta: headline allo 0,6% mensile e al 3,7% annuo, nucleo allo 0,2% mensile e al 2,4% annuo, invariato rispetto ad agosto.
Secondo Continuum Economics, il rialzo dei servizi telefonici che ad agosto aveva sorpreso al rialzo (+5,4% mensile) dovrebbe rivelarsi un episodio isolato: la società scrive che «ci aspettiamo che il rialzo di agosto nei servizi telefonici sia un evento una tantum», con un contributo molto più contenuto a settembre.
L’energia, trainata dalla benzina, dovrebbe invece salire di circa il 5,5%, il contributo maggiore da marzo; gli alimentari dovrebbero confermare una crescita contenuta, intorno allo 0,1%, per il terzo mese consecutivo; le auto usate, dopo un secondo mese forte ad agosto, dovrebbero correggere al ribasso. Sommando le voci, Continuum conclude che «il CPI complessivo dovrebbe però balzare al 3,7% su base annua dal 3,4%» di agosto.
Il nucleo è la variabile che conta di più per la Fed. Un dato sopra lo 0,3-0,4% mensile riaprirebbe lo spazio per un rialzo già il 28 ottobre; un dato in linea con le attese, intorno allo 0,2%, lascerebbe alla banca centrale margine per una pausa.
Quattro funzionari della Fed, quattro sfumature
Il dibattito interno al board non è affatto allineato. Il governatore Christopher Waller, in un intervento dell’8 ottobre ripreso da Reuters, ha detto di «prevedere ulteriori rialzi per sostenere un ritorno più tempestivo dell’inflazione al nostro obiettivo del 2%», ma ha anche aggiunto che «c’è una certa flessibilità su quando questi rialzi avverranno» e che «i rialzi non devono arrivare in riunioni consecutive», una posizione che lascia aperta la porta a una pausa il 28 ottobre senza abbandonare l’impostazione restrittiva.
Waller ha anche detto di non essere «particolarmente preoccupato che una politica monetaria più restrittiva minacci un rallentamento dannoso dell’economia».
Altri membri del board, secondo le ricostruzioni di mercato raccolte in queste settimane, si collocano su posizioni diverse: il presidente della Fed di New York John Williams vedrebbe poca urgenza ma riterrebbe ragionevole un ultimo rialzo nel 2026; la governatrice Michelle Bowman preferirebbe evitare ulteriori strette quest’anno; il vicepresidente Philip Jefferson vedrebbe anch’egli scarsa urgenza. È un board diviso, e il dato di oggi rischia di spostare l’ago verso un orientamento o l’altro.
Il mercato, dal canto suo, prezza oggi una probabilità intorno al 77-80% che la Fed lasci i tassi invariati il 28 ottobre, e intorno all’85-88% di un rialzo entro la riunione di dicembre: le due fonti principali consultate per queste percentuali non concordano esattamente sui numeri, segno che l’incertezza resta alta a poche ore dal dato.
Nelle prossime ore, oltre al CPI, la Fed pubblica anche il consueto Beige Book sulle condizioni economiche regionali e giovedì sarà la volta dell’indice dei prezzi alla produzione, mentre il quadro si completerà il 29 ottobre con l’indice PCE (la misura di inflazione preferita dalla Fed) e la prima stima del Pil del terzo trimestre, il giorno successivo alla riunione del FOMC.
Articolo revisionato da Flavia Provenzani il
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